Alberi di Natale e le stronzate che ci appendono sopra

Non tutti sono nelle condizioni di permettersi lo spirito natalizio.

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Faceva lo slalom tra le merde disseminate sul marciapiede e gli alberi di Natale, stando bene attento a non pestarne nessuna.

Non che gli importasse davvero. Le luci illuminavano il viale gremito di gente, folle bramose di acquisti si riversavano nei negozi stipati di persone isteriche e sorridenti. Dappertutto, stupide sinfonie natalizie, insopportabili trilli di campane, che su di lui non sortivano alcun effetto se non quello di peggiorare il suo umore.
<<Buon Natale>> gli augurò un ciccione vestito di rosso passandogli davanti. Uno di quei mendicanti panciuti con la barba finta da Babbo Natale, che se ne stavano accampati a gelarsi le palle per ore davanti agli ingressi dei centri commerciali, agitando il secchiello per le offerte.

Lanciò un’occhiataccia a quel Babbo Natale in ristrettezze economiche, le guance arrossate per il troppo alcool e il vestito sporco di fango, incrostato da anni di Vigilie passate a elemosinare spiccioli dai passanti inteneriti dallo spirito natalizio.

<<Sì, ‘fanculo>> gli rispose lui, gorgogliando nel suo cappotto consumato dagli anni. Il Babbo Natale gli disse qualcosa di rimando, che lui non riuscì a sentire.
Aveva cominciato a nevicare, prima piccoli fiocchi soffici, radi, poi sempre più densi. Riprese a camminare, la falcata rapida e indifferente.
Non era la prima volta che si ritrovava a ciondolare senza una meta ne uno scopo su e giù per quella merda di Oxford Street, intasata da quegli insopportabili capannelli di gente intenta a osservare i negozi con i musi schiacciati alle vetrine.

Odiava tutti quei festoni luminosi, quelle deprimenti scritte intermittenti a caratteri cubitali. Odiava quei cazzo di alberi di Natale, e tutte le stronzate che ci appendevano sopra.

Quelle persone dall’aria felice, che si crogiolavano nella prospettiva di ingozzarsi di tacchino fino a scoppiare.  Gli venne da pensare che erano loro stessi degli enormi tacchini, con gli occhi velati e spenti di tutto.
Si sfregò le mani forte, soffiandoci dentro aria calda, nel tentativo inutile di scaldarle. Londra era ammantata di un gelo assassino, che non lasciava posto per quelli come lui. Uomini disperati e senza destino, se non quello di girovagare in tondo per sempre, in fondo alle loro esistenze. Londra, anche quell’anno, non era magnanima con lui. Non lo era mai stata.

Si frugò in tasca alla ricerca di qualche centesimo, scavò a fondo ficcando le dita nei buchi della stoffa. Cavò fuori cumuli di sporcizia compatta, tabacco, una piccola chiave che non ricordava più a cosa cazzo servisse.

Forse la chiave della roulotte di quella vecchia troia alcolizzata, che l’aveva cacciato al culmine di una ridicola lite causata dal whisky, pensò. Gli sembrò impossibile che fosse rimasta lì dentro per tutto quel tempo, ma in fondo le cose che vuoi perdere non ti lasciano mai, pensò lui in un impeto di lucidità riflessiva. In fondo alla tasca di quell’enorme pastrano malridotto come la sua vita, trovò qualche spicciolo incrostato di nero. Aveva proprio bisogno di un goccio, dopo quella scarpinata infinita. La metropolitana era otturata, fiumane di persone che si chiudevano ermeticamente in quelle detestabili scatole di latta che facevano un rumore dell’inferno. Corpi flaccidi ammassati l’uno all’altro, soffocati da una condensa di respiri grevi e nauseabondi.

Occhi silenziosi che scrutavano la vita ad ogni fermata sotterranea, indifferenti a tutto.

Aveva i piedi parzialmente congelati, fasciati in quei vecchi scarponi rotti in più punti, logori e bagnati da quella neve grigia di asfalto, di impronte gelide e perfette.
Si rintanò in un piccolo locale dall’aria squallida, perlopiù deserto. Si sedette al bancone, provocando un rumore stridente quando scostò lo sgabello per sedercisi sopra.
<<Un whisky doppio, liscio>> disse, grattando la gola, rivolto al vecchio barista che fumava la pipa, esalando fumo dalle narici arrossate da quelle esalazioni rancide.
<<Arriva subito, capo>> rispose il vecchio, con una voce sorprendentemente acuta. Gli mise davanti un bicchierone colmo fino all’orlo di whisky scadente, una specie di torcibudella quasi impossibile da mandare giù. Lo ingoiò con un solo sorso, poi ne chiese un altro.

<<Brutta giornata, eh?>>.

Lui lo guardò per un momento, con espressione accigliata. Non aveva voglia di parlare, tantomeno quando stava bevendo, un momento decisamente nobile, di cui godere.
<<Brutta vita>> rispose, riducendo la voce ad un sussurro sinistro, quasi impercettibile.
<<Su su.. Un pò di spirito natalizio, capo>> disse ancora il vecchio, adducendo lo sguardo al misero alberello di natale quasi spoglio, nell’angolo del locale.
<<Tsk>> grugnì lui.
Il suo spirito natalizio si era perso nelle pieghe della sua indifferenza, come tutto il resto. O forse non l’aveva mai avuto.

Il Natale, per lui, era solo un altro giorno da passare tirando l’anima, stringendo i pochi denti gialli e marcescenti, nel tentativo di rimanere a galla.

Quel vecchio che lo fissava con insistenza, in un evidente misto di curiosità e repellenza, cominciava ad infastidirlo. Poteva capirlo, almeno in parte. Aveva un aspetto di merda, come al solito. Era trasandato, sudicio, emanava effluvi stomachevoli, i capelli stopposi e incatramati di un lercio preistorico. Gli occhi infossati, venati di rosso, la faccia gonfia per il troppo bere. Le labbra tumefatte dal freddo, la pappagorgia prominente, il collo nerboruto.
La vita dannata e l’anima in fiamme, condannata ad un’eternità macilenta, dolente.
Lasciò i pochi soldi sul bancone tirato a lucido, coperto di graffi, di storie che a lui non interessavano.

Uscì fuori e riprese il suo cammino infinito verso un’altra strada, un’altra sferzata di gelo in faccia.

Un altro vicolo infestato di luci natalizie, alberi di natale intermittenti, profumi di dolci natalizi che nascondevano la fanghiglia sepolta di quella città malata, incurante. Assente. Londra non si era mai preso cura di lui, delle sue mani nodose, della sua gamba di legno mangiato dalle tarme. Londra abbracciava solo quell’enorme porzione di tacchini panciuti con la cravatta annodata al collo, un cappio da impiccagione per la vita da ufficio, per le mogli entusiaste del cenone imminente, per i figli ingordi che chiedevano e chiedevano, fino a scoppiare. Forse poteva cambiare città, dopotutto.

Per un momento ebbe nostalgia di Bessy, quella vecchia puttana alcolizzata, piena di problemi e lipide in eccesso.

L’aveva rimorchiata con un battito di ciglia, l’aveva scopata in quella roulotte con la tappezzeria consumata dalle sbronze, dai litigi, dal frigorifero che ronzava. Dalla sterpaglia dei loro cuori avidi e incompleti, pieni di buchi vuoti. Litri di sangue arterioso, nero come la notte in cui loro si erano incontrati. La solita storia, il solito bar, le solite gambe flaccide e storte. La solita scopata bestiale, due animali morti sotto una pelle fragile, due corpi in cerca di pietà. Di un pò di amore. Di un respiro sul loro collo ingrigito.
Chissà se era sempre viva, Bessy. Lui lo era, per lo più. La sua testa affondava su sè stessa accartocciandosi come una foglio che brucia lentamente, la sua bocca rigurgitava il mondo che l’aveva rifiutato.

Ma a parte questo, era ancora abbastanza vivo.

Camminò per tutta la notte, spostando il peso del corpo da una gamba all’altra, il viso coperto di brina ghiacciata. Il Natale gli passò accanto come un soffio tiepido, sbeffeggiandolo sonoramente mentre il resto del mondo cantava stupide canzoni e agitava campanelli in aria, scattando stupide fotografie ad una miriade infinita di alberelli finti e addobbati con palle colorate. Lui ci avrebbe appeso i suoi coglioni, a quegli alberelli del cazzo.
alberi di nataleNon si ricordava più il suo nome. Non capiva se era lui a odiare il mondo, o se si fosse convinto che  il mondo detestasse lui e la sua anima sporcata da un’esistenza infame.
‘Fanculo, pensò ancora una volta. Si sdraiò su una panchina coperta di neve fresca e farinosa, completamente incurante del freddo che strisciava nel suo corpaccione stanco.

Si addormentò così, sognando il culo di Bessy e quelle gambe grassocce, tiepidi e avvolgenti come un abbraccio mancato.