Alfonsina Storni, la poetessa anticipatrice della “poesia femminista ribelle”

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Dovremmo definirci le fuori posto. Stiamo fuori dal centro. Non ci inseriamo come si deve in nessun ambiente. Alcuni ci stanno stretti altri larghi. Alfonsina Storni è una poetessa leggendaria in Argentina e nel Sud AMERICANA, una poetessa ribelle, oggi l’avremmo definita una performer. La sua vita rende la sua poesia maledettamente bella e anticipatrice di tante tematiche. Nasce nel 1892 nella Svizzera italiana fino all’età di 4 anni, poi la famiglia si trasferisce in Argentina. Muore il padre, la mamma si risposa, i rapporti familiari sono molto difficili e così a soli 17 anni va a vivere da sola, disposta a qualsiasi lavoro per vivere. Lei scriverà che il nome Alfonsa significa disposta a tutto. Incredibile a soli 20 anni riesce a conquistare un posto come maestra in una scuola di campagna.

Ha esperienze come attrice, comincia anche a scrivere su testate giornalistiche.

Ma l’aspetto che ne fa una rivoluzionaria ai miei occhi… cresce ed alleva completamente da sola il figlio Alessandro, senza mai rivelare l’identità del padre. Un figlio da sola in quegli anni non è una passeggiata, spesso è costretta a difendersi da commenti, pettegolezzi e pregiudizi del tempo. Una donna sola con un figlio, che scrive articoli critici sulla società e i pregiudizi, che fa anche l’attrice siamo nel 1912 a Buenos Aires. Una donna minuta, bella, anche avanguardia nella scelta degli abiti, che riesce ad imporsi anche come poetessa sin dalla prima antologia.

Alfonsina Storni

L’inquietudine del roseto 1916, siamo nel pieno della prima guerra mondiale. Contrastata dalla critica “maschilista del tempo” che leggeva nei versi un messaggio “femminista”, lei andò avanti, non voleva farsi collocare nella letteratura “rosa”. Superò le barriere, entrando nel Parnaso della poesia, famosa diventa una foto che la ritrae unica donna in mezzo a poeti e scrittori… unica donna nel cenacolo letterario. Nel 1935 le viene diagnosticato un tumore, cure invasive e dolorose, dopo tre anni nel 1938 il tumore bussa ancora sul suo corpo. Non vuole farsi devastare il corpo dalla malattia, nella camera scrive la sua ultima poesia Vado a dormire, due giorni dopo si suicida nel Mar de la Plata Un monumento la ricorda. Alfonsina scorre nei versi delle donne con lo scialle nero, simbolo del dolore delle donne del Sud.

Alfonsina è madre, ma la maternità non le impedisce di studiare, in un’epoca storica come la sua, non si è vergognata di svolgere anche lavori umili a “vivere tra quattro mura matematiche allineate a metro”. E scorre… “tu mi vuoi bianca” dove ironia e satira camminano insieme, l’anafora del tu scorre tanto che sembra un’accusa contro la mentalità del tempo. La Storni partecipò a battaglie per l’educazione sessuale nelle scuole e il diritto di voto… Piccolo uomo sono entrata nella tua gabbia, piccolo uomo che ni vuoi imprigionare. Piccolo dico, ché non mi capisci e non mi capirai… . . la gabbia è la metafora della coppia. Ho un desiderio morire, una speranza non morire… ma anche quali mondi ho nell’anima per volare. Gli uomini della mia razza non hanno pianto. Erano d’acciaio.

Alfonsina Storni

Come non sentire la sua vibrazione dell’anima di Alfonsina, che vorrebbe sentire l’emozione delle lacrime, vorrebbe estirpare quel luogo comune che i maschi sesso forte non devono piangere. L’eco dei versi della poetessa si fa sentire in una canzone composta da Gabriel Ramirez Alfonsina y el mar, interpretata da molti artisti anche da Antonella Ruggiero. Ma prima di lasciarvi alla scoperta, riscoperta di Alfonsina, una chicca che mi ha suggerito il mio amico Pino Bolano in un romanzo ne parla, fa delle profezie poetiche Alfonsina si reincarnerà in un gatto o in un leone marino, non saprei precisarlo nel 2050…