Attaccamento al proprio carnefice: la sindrome di Stoccolma

Alcune nozioni interessanti sulla sindrome di stoccolma

158

La sindrome di Stoccolma è una condizione di sudditanza psichica/affettiva in cui una persona che ha subito degli abusi fisici, verbali o psicologici sviluppa nei confronti del proprio aguzzino dei sentimenti positivi, che possono anche sfociare nell’amore. Essa non si configura come un disturbo inteso in senso stretto (difatti non compare in alcun manuale psichiatrico), ma si limita ad indicare un funzionamento peculiare che può attivarsi in determinate circostanze.

Solitamente si genera in corrispondenza di eventi particolarmente traumatici, come un rapimento o dei maltrattamenti, prolungati nel tempo.

Il nome è stato  coniato dal criminologo Nils Bejerot e prende spunto da un episodio verificatesi a Stoccolma nel 1973: due uomini, evasi dal carcere, si recarono in una banca nel tentativo di attuare una rapina prendendo in ostaggio alcune persone presenti. Queste ultime, rimaste segregate per quasi sei giorni, esperirono una sorta di alleanza con i malviventi, al punto di temere i poliziotti e provare gratitudine verso i sequestratori, poiché avevano permesso loro di rivalutare alcuni aspetti dell’esistenza.

Tuttavia questa reazione non si riscontra sempre; sono stati individuati dei presupposti necessari e ricorrenti nella manifestazione di tali meccanismi.

Innanzitutto i soggetti devono percepire la minaccia alla propria integrità fisica/psicologica e credere per un periodo prolungato che essa possa concretizzarsi.  Da parte sua il carceriere alterna le minacce alle gentilezze, intendendo con questo termine anche la semplice mancanza di violenza. Difatti la discrepanza tra ciò che accade realmente e ciò che ipoteticamente potrebbe aver luogo induce le vittime a percepire i propri sequestratori come benevoli, gettando le basi per l’insorgenza di una solidarietà con essi. A questo punto inizia a delinearsi il processo di identificazione: l’individuo, impossibilitato ad avere contatti con altre persone ed assoggettato al proprio persecutore, concepisce solo il suo punto di vista escludendo eventuali alternative, tanto da considerare legittime le sue azioni.

Infine il senso di impotenza generato dall’impossibilità di fuga compatta questo sodalizio poiché tutte le risorse della vittima sono protese all’evitare il danno, fino ad incrementare un atteggiamento remissivo, o addirittura affabile, che gli garantisca l’immunità.

Occorre sottolineare che il ricorso a tali strategie non è pianificato razionalmente, ma si muove sempre su piano inconscio. Tali comportamenti innescano effetti positivi sugli aggressori che restano anch’essi coinvolti nel legame fino alla formazione di  due distinti concetti tra ciò che esiste dentro la zona di reclusione (noi) e ciò che avviene all’esterno (loro). Questo processo di sensibilizzazione reciproca è favorito in condizioni spaziali ridotte, quando i protagonisti della vicenda si trovano a convivere e ad interagire di frequente.

Le caratteristiche della sindrome di Stoccolma emergono gradualmente, man mano che aumenta il grado di dipendenza della vittima.

Inizialmente essa versa in uno stato di profonda paura, per poi cercare lucidamente un modo per far fronte all’avversità in cui si trova. Solo in seguito, constatando sempre più il suo asservimento, cede ad un sentimento di attaccamento che non è altro che un’espressione dell’istinto di sopravvivenza.

La genesi della sindrome è correlata anche alla personalità del sequestrato: è più probabile che essa si manifesti in personalità scarsamente strutturate, come quelle di bambini o adolescenti, piuttosto che in caratteri solidi e forti.

La sindrome di Stoccolma può essere riconosciuta, oltre che dai sentimenti positivi manifestati verso i propri aguzzini, anche per quelli negativi che investono chiunque interferisca con il rapporto instaurato, comprese le forze dell’ordine che talvolta incontrano delle difficoltà ad aiutare gli ostaggi a causa degli intralci disposti proprio da questi ultimi.

Molte vittime hanno poi riportato, a distanza di tempo, disturbi del sonno (soprattutto incubi), vissuti depressivi e flashback, ma ciò non scalfiva la comunanza che si era creata in precedenza con i carcerieri. In alcuni casi addirittura li hanno difesi in tribunale, chiedendo per loro una riduzione della pena.

Un esempio è rappresentato da Maria McElroy, sequestrata nel 1929 e dichiarata affetta dalla sindrome di Stoccolma a posteriori, poiché all’epoca ancora non era nota. La donna, dopo la liberazione, aveva chiesto clemenza per i propri rapitori, i quali rischiavano di essere condannati a morte per il reato commesso. In seguito, ottenuta la grazia, continuò a visitarli in prigione per poi ricordarli un’ultima volta in un biglietto scritto poco prima di suicidarsi, in cui dichiarava che erano stati gli unici a comprenderla davvero.

A quei tempi non si conoscevano molti ingranaggi della mente umana e Maria McElroy fu considerata folle, mentre oggi saremmo in grado di capire cosa l’ha spinta a provare quelle sensazioni.