bataclan

Venerdì 13 novembre ore 21:00

Un amico mi propone una serata al bataclan dove suonano gli eagles of death metal.

Sono titubante, non adoro particolarmente quel genere di musica, ma mi lascio convincere.

Apro la porta del locale e mi immergo nell’atmosfera.

La luce è soffusa e il locale è gremito di ragazzi della mia età che applaudono la band.

Ordino da bere e mi lascio trasportare dalla musica assordante che mi ovatta le orecchie.

Il gruppo strimpella un pezzo famoso e la gente si esalta,

I loro corpi si dimenano, le mani si alzano in cielo ad accompagnare il ritmo sfrenato

ed anch’io mi lascio andare aiutata dall’ alcool.

Il locale si scalda, corpi sudati si sfiorano tra loro e

i visi distesi e sorridenti dei ragazzi mi aiutano a lasciarmi sommergere

nell’oblio della musica.

Uno, due, tre colpi.

La folla inconsapevole acclama la band e li esorta a continuare.

E’ un attimo, ed il batterista crolla a terra.

La gente si desta e capisce che qualcosa non va.

Il tempo di reazione è minimo, ma una sola frazione di secondo può salvarti la vita.

Non capisco cosa stia succedendo, l’alcool in corpo non mi permette di ragionare in modo lucido

Mi guardo attorno e vedo la folla disperdersi ed accalcarsi l’uno sull’altra per raggiungere l’uscita.

Altri colpi.

Questa volta capisco che sono spari e mentre corro alla disperata ricerca di un riparo

mi accorgo di una ragazza che con un tonfo cade sul pavimento freddo e appiccicaticcio del locale.

Scorgo nella mia corsa frenetica

che una macchia di sangue si sta espandendo sotto il suo corpo inerme.

Alzo lo sguardo e seguo la scia che poco prima il proiettile aveva percorso

per conficcarsi poi nel corpo della giovane

e scopro due occhi che mi scrutano nella penombra.

I suoi occhi sono dentro ai miei per un istante,

Mi scopro ad implorare la sua pietà con lo sguardo,

lui mi restituisce un’occhiata torva e gelida.

In quel momento capisco che gli ultimi occhi che ho guardato

sono quelli del mio assassino.

Gli volto le spalle e ricomincio a correre, cercando di farmi largo tra la folla.

Calpesto i corpi dei miei coetanei, macchie di sangue mi raggiungono

e si stagliano sulla mia maglietta bianca

come a comporre un mosaico.

Spingo una coppia che si sta tenendo per mano nella disperata speranza di non disperdersi

tra la folla e salvarsi.

Le loro mani si sciolgono sotto il peso del mio corpo.

Faccio appena in tempo a vedere l’espressione distorta dal dolore sul viso di lui

quando vede la sua ragazza allontanarsi trascinata dalla massa.

Un urlo si innalza prepotente e sembra sovrastare le grida di terrore.

“Allahu Akbar!”

Un altro colpo .

Sarà l’ultimo che sentirò.

Mi raggiunge alla schiena.

Il dolore è atroce, cado a terra e sento di affogare nel mio stesso sangue.

Provo a rimanere lucida, il dolore mi appanna la mente e mi fa approdare nell’oscurità.

Con fatica mi costringo a portare il mio pensiero ai miei genitori,

al mio fidanzato, ai miei amici.

Rivedo come in un film, le immagini dei momenti felici passati assieme.

Mi scivolano davanti agli occhi veloci ed inesorabili.

Una voragine si apre nel mio petto nella consapevolezza di lasciare troppo presto questa terra.

Ho paura di ciò che mi aspetta ed ho il rimpianto di non poter abbracciare i miei cari

un’ ultima volta.

Mi rendo conto di avere i minuti contati, la vita mi scivola veloce tra le dita

e non ho modo di trattenerla a me.

Un brivido mi percorre, non ero preparata a lasciare questo mondo così presto.

Avevo molti progetti, finire il corso di laurea, trovare un lavoro e sposarmi con l’uomo che amo.

Paragono la mia vita a quella di un bicchiere di vetro

lasciato cadere e andare in frantumi.

Cerco inutilmente di recuperare i cocci e stringerli a me, ma mi rendo conto

che più li stringo tra le dita più mi lacerano la carne.

Penso al destino beffardo che si è fatto gioco di me.

Non sono pronta penso tra me e me.

Rivolgo un ultimo pensiero a tutte le persone che ho amato

e mi preparo a salutarli per sempre.

Con dolore mi stacco dalla vita e mi lascio trasportare dall’oscurità.

I miei sensi si attutiscono, la testa si appesantisce e le membra sembrano arrancare

nel disperato tentativo di trattenermi, ma non c’è più tempo

ed è ora di andare.

I genitori delle vittime affollano la piazza

lasciando pensieri e fiori sul luogo della strage.

Riesco a distinguere i miei, hanno lo sguardo perso e gli occhi vuoti.

Vorrei poterli stringere tra le mie braccia e dirgli che sono vicina, ma non posso

La loro rabbia è tangibile.

Dai loro occhi sgorgano lacrime amare, lacrime di vendetta.

Le loro labbra sputano velenose vendette.

Ma io non cerco vendetta, non cerco sentenze a cui appellarmi.

Cerco serenità negli angoli più reconditi dei loro cuori

perché il mio corpo non è più con loro, ma la mia anima lo sarà sempre.

Solo così chi vi è caro non vi abbandona mai.

Lascio al tempo il doloroso compito di ricucire la ferita

e prendendoli per mano li accompagno nel procedere della vita.