Cronaca di un’elezione “non” annunciata

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L’esito dell’elezione presidenziale americana ha scaturito diversi effetti sull’opinione pubblica internazionale, sui giornalisti e sui sondaggisti ossia sconcerto, sorpresa, indignazione.

Ha vinto, anzi stravinto, l’imprenditore Donald Trump con 290 voti circa contro i 218 a Hillary Clinton mentre si era però ipotizzato che il nuovo presidente fosse quest’ultima, così predetto dai sondaggisti, sostenuto dai giornalisti e sperato dalla popolazione internazionale e invece hanno errato tutti: il nuovo presidente sarà quello che è stato considerato razzista, xenofobo, misogino e omofobo, ovvero il repubblicano Donald J. Trump.

Se tutti gridano all’impossibilità di ciò, io invece non sono alquanto sorpresa, me lo sentivo in un certo senso e quindi, all’indomani delle elezioni provo a stilare una serie di motivi secondo i quali gli statunitensi hanno votato il candidato repubblicano.

Gli USA non sono in realtà  i tanto idealizzati Stati ultra democratici, come dimostrano invece quegli “epici” film sfornati da Hollywood, bensì hanno una latente anima conservatrice, un po’ bigotta, leggermente razzista che sa manifestarsi soprattutto in quegli Stati del centro, dai quali c’è stata la maggioranza di sostenitori di Trump. Oltre al conservatorismo, una delle più grandi falle risulta essere l’incapacità di analisi critica di tutto il popolo statunitense: a causa del sistema scolastico che richiede solo conoscenze superficiali e quindi non si educano gli studenti alla critica, importante differenza del sistema scolastico italiano -considerato arretrato- che richiede una buona capacità di analisi (e lo posso confermare in quanto sono ancora una studentessa del liceo). Questa incapacità è unita all’ignoranza e al disinteresse, confermati dagli italiani in America, molto in qualità di Exchange Student.

Ma la colpa non è da rigettare solamente al popolo elettorale ma anche ai due candidati.

Le campagne elettorali di entrambi sono state mediocri e violente, basate su accuse, offese, insulti senza esibire alcuna capacità politica (nonostante la Clinton sia piuttosto capace politicamente, leggermente machiavellica e molto caparbia, qualità che avrebbe dovuto dimostrare in maggior misura) né illustrare il proprio quadro politico, spesso incompleto e confuso, architettato il tutto da giornalisti accusatori e da celebrità a cui manca la capacità di giustificare le proprie idee se non mostrarsi solo come buonisti e radical chic.

Campagne elettorali prepotenti che hanno generato solo arroganza e mancanza di reali dibattiti; gli elettori non hanno saputo convincere che la propria idea sia quella giusta e convincere gli indecisi a scegliere chi votare.

Causale è stata anche la mediocrità del secondo mandato di Barack Obama: se il primo ha portato il vento del cambiamento – con riforme quasi rivoluzionarie quali l’ObamaCare – il secondo è stato quasi la quiete, nessuna legge a protezione per il popolo americano è stata emanata, nessuna novità ed è ciò che ha portato l’insoddisfazione e la perdita della fiducia nel partito democratico ed è quindi germogliato quel seme del cambiamento, che ricerca il nuovo, che in politica configura con l’appoggiarsi al partito antagonista.

In sintesi, il risultato di questa elezione è la somma tra incapacità politica e l’ignoranza di un popolo idealizzato, in realtà bigotto e conservatore che ha portato a proteste sterili, inutili e ritardatarie. Che tutto questo serva da lezione, l’ignoranza non è stupidità, che si cominci a provare interesse per ciò che sta accadendo e che ci si costringa a voler conoscere perché è questo l’unico modo affinché non vengano eletti i non-politici.

È in questo modo che si migliora la democrazie e di conseguenza l’elettorato.