Don Severo

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Quando me lo hanno detto, non potevo crederci: non stavo più nella pelle! Finalmente quel maledetto era in trappola e io avrei ottenuto giustizia. Oh, com’è vero che la Divina Provvidenza ha i suoi tempi e imperscrutabili, infinite sono le vie del Signore! Sia lodato Gesù Cristo!

Li ho visti alla prima Messa che ancora non albeggiava, alla luce tremolante delle candele: erano facce da villici appena ripuliti, comunque non della mia parrocchia. Ma mi pensava in cuor mio che fossero venuti su dalla valle per il mercato, a vendere quel poco d’uova, verzure, galline e conigli che sopravanzavano alla loro grama condizione di fame quotidiana. Hanno seguito partecipi la liturgia, segnandosi e inginocchiandosi, salmodiando e ripetendo frasi e preghiere in latino senza intenderne il senso. Mi stavo spogliando dei paramenti in sagrestia, quando ho sentito bussare.

Sono andato ad aprire e me li sono trovati lì, con i volti smunti di paura, pallidi di timore, emaciati d’un travaglio interiore che non riuscivano a dominare. Li ho fatti entrare incuriosito, mentre loro si guatavano d’intorno, con pupille mobili e scosse, come se in ogni angolo buio si nascondesse una minaccia in agguato.

Quello che sembrava il capo della mal assortita delegazione, si fece avanti, vuoi per flebile coraggio, vuoi perché investito dell’incarico dai suoi pavidi sodali: “Perdonateci padre, se vi disturbiamo… ma siamo venuti fin qui per parlarvi. – fece grave e titubante al tempo stesso – Per parlarvi di don Genesio”, dichiarò.

All’odiato nome, scaraventato così tra le mura della mia chiesa, mi sono tremate le gambe, tanto che ho dovuto sedermi. “Dite… dite figlioli: di che si tratta?”, ho chiesto, cercando di celare l’agitazione che m’attanagliava, l’eccitazione che mi faceva drizzare di brividi peli e capelli.

E così mi hanno raccontato che la canaglia spudorata, quel prete maneggione che con i suoi intrallazzi e le sue conoscenze in Curia s’era fatto assegnare la parrocchia più ricca della Diocesi, quella che spettava a me! A me di diritto!, era stato visto intrattenersi in abominevoli pratiche. E non una volta sola!

Mi hanno rivelato che da qualche tempo venivano a mancare pecore e capre dai pascoli e dai recinti, persino un paio di manze e addirittura una giumenta. I corpi degli animali erano stati rinvenuti orrendamente smembrati nelle vicinanze degli steccati e perfino dentro le stalle! Erano stati straziati con una furia così incontenibile che non si poteva credere che fosse stato un unico lupo a scempiarne le carni in modo tanto selvaggio. Doveva esserci un branco che era sceso dalla montagna per soddisfare la sua brama di sangue. S’erano resi conto, però, che gli attacchi avvenivano solo nelle notti di plenilunio e tale dettaglio li aveva terrorizzati. Nonostante il comprensibile timore, tuttavia, avevano organizzato delle ronde per non patire più danni e cacciare quei dannati lupi.

La prima sortita notturna non aveva condotto a nessun risultato: avevano sì intravisto qualcosa muoversi al limitare della boscaglia, ma le ombre degli alberi avevano impedito loro di capire di cosa si trattasse.

La seconda spedizione aveva avuto più successo: udendo il belare disperato di alcuni ovini, erano accorsi nella direzione da cui proveniva il pianto angoscioso delle vittime. E stavolta, complice il lucore lunare, avevano scorto un’enorme bestia trascinare la sua preda nel folto del sottobosco. Armati di coraggio, schioppi e forconi, l’avevano inseguita con l’intento di darle la morte, ma vennero delusi: l’aggressore s’era dileguato prima del loro arrivo. Della pecora erano rimasti solo brandelli sanguinolenti, miseri lacerti che erano le uniche reliquie del massacro.

Però, adesso che conoscevano il loro nemico, erano sicuri che la volta successiva non avrebbe avuto scampo. Così s’erano preparati meglio e avevano radunato più uomini per aver ragione di quel flagello. Trascorsero la notte di luna piena carichi di tensione, pronti all’azione in trepida attesa, ma non accadde nulla. Demoralizzati dal fallimento, al primo canto del gallo, decisero di tornare ai loro letti, per riposare qualche ora prima di riprendere l’usuale fatica. E proprio sulla via del ritorno, videro e capirono!

Lui non li aveva notati, perché era intento a trascinare un agnello dalla gola aperta in mezzo a una macchia di castagni, ma loro lo avevano riconosciuto! Con le mani aggranchiate come artigli, la bocca spalancata e ansimante di bava sanguinosa, gli occhi persi nel vuoto e arrubinati di furia belluina, don Genesio si trascinava avanti a fatica, come se fosse invincibilmente spossato. Ma era stato il suo aspetto complessivo a farli urlare di spavento: era completamente ricoperto di peli di lupo! A quel grido, il prete si era voltato verso di loro, aveva abbandonato la martoriata bestiola ed era fuggito.

“Per questo, padre, abbiamo osato recarci da voi: per ottenere guida e consiglio sul da farsi, affinché ci salviate da questa demoniaca presenza, da tale diabolica manifestazione che funesta le nostre vite! E chi avrebbe mai potuto credere che il pastore fosse anche il più acerrimo nemico del suo gregge?”, mi aveva domandato retoricamente il portavoce.

“Avete fatto bene a interpellarmi, figlioli miei. Lasciate che sia io, ora, a occuparmi di questo increscioso affare. Ma vi prometto che a breve avrete una soluzione ai vostri affanni”, ho risposto loro, rassicurandoli. Li ho benedetti, li ho salutati e li ho osservati scomparire nebbia antelucana che nel frattempo era scesa dalla vetta del monte.

Non ho perso tempo e ho scritto subito una lettera a don Genesio, chiedendogli spiegazioni e minacciando di rivelare tutto al Vescovo se non fosse stato convincente nel giustificarsi. Di sicuro non ci sarebbe riuscito e finalmente la sua parrocchia, quella che fin dall’inizio avrebbe dovuto essere mia, mi sarebbe stata concessa. Per quello strame del Demonio c’era da attendersi, come minimo, la sospensione a divinis e la vendetta di Nostro Signore, il Dio degli Eserciti, sarebbe stata compiuta.

Oggi mi è arrivata la risposta dell’apostata. Sentite! Sentite cosa osa affermare l’eretico!

“Carissimo confratello, carissimo don Severo, le Vostre parole mi hanno fatto fermare il cuore in petto. Ma come? Quattro miei parrocchiani Vi riferiscono illazioni e contumelie sul mio conto e Voi siete subito disposto a prestar loro credenza? A sorbirVi le fanfaluche esaltate d’un manipolo di contadini abbrutiti dal peso della vanga e della zappa? Mi meraviglio di Voi, don Severo, e m’addolora leggere, nelle righe che avete vergato, sentimenti così alieni dalla Carità Cristiana che ci accomuna tutti nella Fede. Come fate a confidare in malelingue che non sanno distinguere l’alfa dall’omega? Non vorrete davvero pensare ch’io mi sia un ch’iscoia e isquatra a guisa di feral fiera infernale piuttosto che un sacerdote consacrato nella Luce di Cristo? Carissimo confratello, Vi confesserò che sì, è vero che mi hanno sorpreso in quella situazione. E che sì, è altrettanto veritiero che nella notte in questione, come sono aduso in altre peraltro, uscii nei paraggi coprendomi di pelli di lupo, ma si tratta di scienza, don Severo! Forse Voi non lo sapete, ma da molti anni sono un appassionato cultore e studioso degli antichi greci. Oltre ai fecondi e approfonditi studi che ho condotto in materia, mi ha recentemente pigliato l’uzzolo di riprodurre i rituali pagani che le genti dell’Ellade usavano condurre prima della venuta del Salvatore. Capirete, amato confratello, che si tratta di una piccola mania, d’un innocuo passatempo che non nuoce a nessuno. In quell’occasione, certo con il favore delle tenebre per non recare disdoro all’abito talare che entrambi vestiamo, mi sono cimentato a riallestire il culto d’Apollo Linceo, come si racconta accadesse un dì tra le balze d’Arcadia. Per tale motivo e non per altri m’ero bardato tale d’apparir di lupigno aspetto! Ho sbagliato? Ho fallato nel condurmi in questo modo? Forse sì, ma sono sicuro che vorrete comprendere le mie ragioni e perciò trascurare le dicerie che Vi sono state riportate, nonché soprassedere all’intenzione, che avete chiaramente manifestato, di riferire il tutto al nostro amato Presule. Se non Vi ho ancora convinto, Vi chiedo di incontrarci, in modo che io possa illustrarVi con dovizia di particolari la mia innocente passione, per la quale non trascuro certo i miei doveri pastorali. In tal guisa Vi dimostrerò ipso facto che, se ho in qualche modo peccato, l’ho fatto senza alcuna malizia. Attendo una Vostra risposta, don Severo, e nel frattempo Vi saluto con affetto e con spirito di Cristiana Fratellanza. Che il Signore, nella sua immensa gloria e bontà, sia sempre con Voi e Vi accompagni sempre. Vostro don Genesio”.

Povero illuso! Se pensa d’abbindolarmi con queste moine, con queste indegne manfrine, si sbaglia di grosso. Certo che ci vado a incontrarlo e vediamo cosa andrà ad almanaccare per scagionarsi! Gli faccio vedere io chi è don Severo!

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“Eccellenza Reverendissima! Eccellenza!”, entrò trafelato il diacono.

“Cosa succede? Perché tanta fretta?”, gli domandò il Vescovo stupito e scocciato dall’inopinata irruzione, alzando la testa dai testi sparsi sulla scrivania con i quali stava preparando un’importante omelia.

“Una notizia terribile, Eccellenza! Don Severo, il parroco della chiesa di San Crisostomo, è stato trovato morto!”, gli spiegò.

“E come?”, si riscosse l’altro, subito attento.

“Dicono sia stato sbranato da un lupo”, gli rivelò.

“Che terribile, terribile disgrazia”, commentò il presule, facendosi il segno della croce.

“Come dobbiamo procedere, Eccellenza Reverendissima?”, s’informò lui, che adesso, di fronte alla voce ferma dell’alto prelato, cominciava a calmarsi.

“Disponiamo per i funerali del nostro povero confratello e intanto affidiamo la custodia del gregge di San Crisostomo a don Genesio. Forse è una soluzione temporanea, ma potremmo anche nominarlo vicario foraneo…”, ipotizzò con un improvviso ghigno lupesco.

“Come desiderate, Eccellenza Reverendissima”, confermò il sottoposto ritirandosi.