ERIS (urban fantasy story)

La prima "young novel" di BombaGiù. Una trama a dir poco avvincente...

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Mia madre è in macchina ad aspettarmi. Come tutte le altre mattine indossa la sua divisa da lavoro; pronta a rispondere alle telefonate e a scrivere documentazioni.

Io mi sto dando un’ultima occhiata allo specchio. Stamattina mi sono svegliata presto: i capelli castano-ramati sono ordinati e ricadono ondeggianti fin dopo le spalle; gli occhi verde smeraldo sono contornati dalla linea dell’eyeliner, che metto di rado visto la mia continua mania di alzarmi tardi, e le labbra turgide sono colorate di un rosso scarlatto.
La mamma sta suonando incessantemente il clacson, sarà meglio andare prima che s’infuri.

Mentre sono in auto e mia madre parla della mia condotta indecente, ponendo l’accento anche sull’evidente assenza dell’ultimo periodo, io scruto fuori dal finestrino senza dar peso alle sue parole, continuando a guardare l’asfalto, le case che si susseguono in una danza di colori e le varie segnaletiche stradali. D’un tratto ho la stessa sensazione che ho provato ieri mentre tornavo a casa. ‘Mi stanno seguendo?’. Inizio ad agitarmi, guardando a destra e a sinistra e poi la strada alle mie spalle. Avverto il cuore salirmi in gola e le gambe stanno tremando freneticamente, a causa della preoccupazione che cresce.

Mia madre continua a chiedermi <<Ma che ti prende Sab? Cos’hai?>> stringe forte le mani sul volante cercando di rimanere calma.

<<Niente, mi sembrava di aver visto… >> mi blocco e intravedo una testa bionda che mi guarda di sottecchi dietro a un vicolo. <<Chi? Un tuo amico?>> mi guarda curiosa e aspetta la mia risposta con l’espressione speranzosa che non fosse nulla di preoccupante. <<No… nessuno. Non ho visto nessuno… era …solo un’impressione>> mi volto e gli simulo un finto sorriso; poi ritorno a fissare il vicolo, ma il ragazzo è scomparso nel nulla. “Chi è? E perché mi segue? Potrei aver avuto un’allucinazione, dopotutto sto ancora dormendo! No, no. Non è possibile. L’ho visto con i miei occhi”.

Scendo dalla macchina, ancora percossa dai pensieri e dagli interrogativi sul “tipo biondo del vicolo” ma, mi avvio verso scuola cercando di rimuoverli.
[…]

Esco con la borsa che mi preme sulla spalla peggio di un macigno. Non manca molto per arrivare a casa di Ricky: fra cento metri dovrò svoltare a destra e poi a sinistra e infine a destra dopo il Moonlight’s bar.
Mentre percorro le varie strade, guardo sempre a destra e a sinistra per assicurarmi che non ci sia nessuno. Vedo una testa bionda sbucare da una strada adiacente. È lui! Ne sono certa.
Presa dalla curiosità svolto nella strada in cui ha svoltato il ragazzo in precedenza e continuo a seguirlo. Cosa gli dirò quando si accorgerà che lo sto seguendo? Non ne ho la più pallida idea. Sto per svoltare a sinistra quando mi accorgo che quella strada è chiusa. Cosa ci farà in un vicolo chiuso?
Voglio scoprirlo assolutamente. Non so cosa mi spinga a fare questo, ma qualcosa mi dice che non posso restare a guardare. Devo scoprire cosa sta facendo, perché mi seguiva e soprattutto chi è.
La mia schiena è contro il muro freddo e rugoso. Lo spio per un po’, ma se non lo blocco ora che è in trappola, non potrò scoprire nulla, anche se la sua postura dice tanto. Le sue spalle appaiono forti: indossa un giubbino di pelle e dei jeans scuri aderenti che disegnano il contorno dei glutei sinuosi ed eleganti. È alto, forse è un metro e ottanta. L’età deve essere uguale alla mia, forse qualche anno in più. I capelli dorati sembrano soffici e morbidi anche se non li ho mai sfiorati.
Sta maneggiando qualcosa in mano, forse una penna stilografica. Anche se è alquanto particolare rispetto alle altre normali stilografiche.
Magari vuole scrivere qualcosa sul muro: forse per ribellione o forse per qualcuno. Una ragazza? Anche se mi pare impossibile scrivere su un muro con una stilografica. Non sarebbe meglio una bomboletta a spray?
<<Ehi tu! Ti ho visto nel vicolo vicino a scuola>> non mi accorgo di essere uscita allo scoperto e nemmeno di aver parlato, ma ormai il danno è fatto.
Si volta sorpreso e mi guarda <<Non so di cosa stai parlando ragazzina, nemmeno ti conosco>>. Ragazzina? Mi ha chiamato ragazzina? Come osa quell’imbecille?
<<Oh si invece!>> mi avvicino di qualche passo e lo guardo dritto negli occhi cristallini <<Mi stai seguendo per caso?>>. Ora anche lui mi guarda e si avvicina con sguardo che mi fa rabbrividire <<A giudicare dalla situazione, sei tu che stai seguendo me o sbaglio?>> alza un angolo della bocca come per sorridere.
<<Che ci fai qui? >> controbatto ostinata.
<<Non sono affari che ti riguardano>> prorompe . Ora è vicino a meno di un centimetro dalla mia faccia, tanto che percepisco il suo respiro regolare e caldo <<Ti avverto ragazzina: sta lontana da me o te ne pentirai>>. Quelle parole mi penetrarono nella pelle e nella mente come veleno, pesanti come piombo.
Lo guardo arrabbiata <<Tu devi stare lontano da me!>>. Volta le spalle e mentre cammina, risponde <<Bene>> facendomi un cenno con la mano.
<<Bene!>> rispondo infuriata e continuo <<So che mi segui! Non sono pazza!>>
Senza voltarsi per rispondere svolta a destra e scompare dalla mia vista.
Rimango per un po’ nel vicolo quasi per trovare una motivazione per restare, ma mi rendo subito conto di quanto sia un’idea stupida.
Forse ora è troppo tardi per passare da Ricky, ma se non andrò, mi farà mille domande perciò corro finché non perdo il fiato. D’un tratto correre mi da una sensazione di libertà e non penso più a nulla. Ci sono solo le mie gambe, l’adrenalina e il vento che mi sfiora le guance.

Dopo essere stata sgridata dal prof.e il mio rientro con eccessivo ritardo, mia madre era furiosa. Ho cercato di spiegare l’accaduto in modo che non aumentasse la sua rabbia, ma non ha funzionato. Dopo aver discusso a lungo, il verdetto è stato un’altra punizione: non potrò uscire se non per attività scolastiche. Bene! Mancava solo questo all’appello!
Scrivo a Ricky: “Punizione: tre giorni senza uscite e tante mansioni casalinghe. Com’è bello essere adolescenti!”
Risponde dicendo che almeno potrò uscire per svolgere i compiti scolastici mentre lei sarà segregata in casa ventiquattrore su ventiquattro per colpa della febbre.
Mi scappa un risolino, ma non riesco a tirarmi su di morale.
Dopo aver lavato i piatti e aver imprecato a lungo, salgo in camera desiderosa del mio cuscino che mi porta a fantasticare su esperienze surreali.
Mi trascino sul letto e affondo la faccia nel guanciale morbido. Che giornata incredibile! Ovviamente in senso negativo.
C’è qualcosa in quel ragazzo che mi irrita, allo stesso tempo affascina: il modo di camminare, la sua postura e i suoi occhi penetranti sembrano  studiare  dall’interno ogni minima parte del mio corpo come se tutto fosse trasparente.
Per cercare di rilassarmi e prendere sonno, accendo il mio ipod e ascolto “Paradise city” dei Guns ‘n Roses.

2:45

Continuo a rigirarmi nel letto, ma il sonno è ancora lontano. Do una rapida occhiata alla sveglia che segna le quattro del mattino.

I pensieri continuano ad affollare la mia mente provocandomi un forte mal di testa. Vado in bagno per prendere un’aspirina. Ho un aspetto orribile: gli occhi sono cerchiati e lucidi per la stanchezza e il mancato sonno; il volto è pallido e le labbra sono secche.
Entro nella doccia. L’acqua calda mi fascia il corpo accarezzandomi la pelle. È come un abbraccio, uno di quelli veri che ti avvolge e ti riempiono di calore. Spero che serva a svegliarmi e farmi dimenticare tutto.
Quando esco, mi sento quasi ristorata. La pelle ha preso colore ed è lucente, ma non posso dire lo stesso degli occhi.
Osservo il mio corpo: la schiena è una linea sinuosa, sulle spalle c’è il tatuaggio che ho fatto in un momento di delirio a una festa. È un simbolo, non conosco il significato e tantomeno so perché l’ho fatto. Sembra una ruota, tante curve che s’intersecano formando come un ingranaggio che deve essere inserito da qualche parte; qualcosa che determina un ciclo continuo e indissolubile.
Mi finisco in fretta: sistemo i capelli in una treccia, indosso una maglietta aperta sulle spalle, jeans stretti e gli anfibi. Ho tempo, perciò pulisco la casa e metto anche in ordine. Preparo la colazione per me e mia madre aspettando che si svegli, ma non succede ,perciò le lascio un biglietto sul frigo.
Ho voglia di fare una camminata stamattina .Il bosco vicino a scuola sembra perfetto e poi è un’occasione per conoscerlo giacché non ci sono mai stata, anzi molte persone non ci sono state, chissà perché.
Ho circa un’ora libera a disposizione. Corro per non perdere tempo, anche se ne ho abbastanza. L’aria mi riempie i polmoni e mi dà la giusta carica per affrontare la corsa.
All’entrata del bosco campeggia il cartello “non oltrepassare”.
<<Che cosa?>>mi domando stizzita. Sono certa che qualche giorno fa, quel cartello non ci fosse. Ho fatto troppi sforzi per rinunciarci perciò lo oltrepasso.
Percorro un sentiero che esplode di colori: foglie secchie, gialle e arancioni disegnano i colori del tramonto. Campeggiano file e file di alberi dello stesso colore delle foglie che ricoprono il sentiero.
Esso s’interrompe e si apre su un campo con qualche albero dislocato e un piccolo lago creatosi dalle continue piogge invernali immagino.
Mi avvicino e mi siedo vicino alla riva, respirando l’aria della natura che mi circonda. Mi godo l’alba che si rispecchia sull’acqua e abbraccio con lo sguardo ogni cosa di questo posto.
Mi sdraio sull’erba con le mani intorno alla nuca e lascio che il sole mi riscaldi e che la natura mi canti le sue storie.
Mi rendo conto che non posso trattenermi a lungo, ma quella sensazione di serenità mi avvolge e impedisce ai miei muscoli di muoversi.
<<Ciao ragazzina>> pronuncia una voce conosciuta. Mi volto e lo vedo: il ragazzo di ieri.
<<Ah sei tu!>> rispondo irritata per la rottura di quel momento magico. Lo guardo come un pitbull in procinto di attaccare <<non dovevi lasciarmi in pace stalker?>>.
<<Non sono uno stalker, ma a quanto pare ti trovo sempre nei miei posti>> si giustifica imperterrito.
<<Ah bene! Allora tolgo il disturbo ossigenato!>> controbatto alzandomi.
<<Che caratterino ragazzina! Ti consiglio vivamente di lavorarci su. Nessuno ti vorrà se prosegui per questa strada>> afferma sarcastico.
<<Risparmia le tue battutine! Non mi conosci e non sei nessuno per giudicarmi>> rispondo furiosa.
<<Come vuoi>>sospira e rimane un secondo a fissarmi. Io mi blocco per un attimo perché ho la stessa sensazione dell’ultima volta, come se mi stesse esaminando.
<<Ok. Me ne vado>> dico incamminandomi verso l’uscita e urto la sua spalla di proposito. Colgo sul suo volto l’ombra di un sorriso, ma non mi volto.
Mentre continuo ad allontanarmi prendo la treccia tra le mani e rigiro le ultime ciocche tra le dita. Sento dei passi veloci raggiungermi e afferrare il braccio in una stretta forte e calda al tempo stesso. Di scatto mi giro sorpresa e impaurita. I miei occhi incontrano quelli di lui. Azzurri, azzurri come il mare più puro, come il cristallo più lucido, azzurri come il cielo infinito in un pomeriggio d’estate. Due distese attraenti e seducenti di incantesimi complessi, di pianure sterminate, di pace e di gioia.
Sono quasi impossibili da guardare, perché ti senti opprimere, affogare dall’oceano limpido che vi trabocca dentro.

Sono terrorizzata. Cosa vorrà? Perché mi stringe così forte? Mi vuole rapire o peggio uccidere?
<<Che vuoi?>> riesco a dire quasi bisbigliando. Ma lui non risponde, anzi dirige lo sguardo sulla mia schiena intento a esaminare ogni singolo centimetro di pelle.
<<Mi stai facendo male!>> gli ripeto più forte. Niente, continua a guardarmi le spalle tenendomi ruotata di tre quarti.
<<Lasciami! Ti prego! Mi fai male!>> ora gli sto urlando. Sembra che questo riesca a intimargli di allentare la presa.
<<Quel simbolo! Non lo avevo mai visto prima>> pronuncia le parole lentamente come se stesse confessando qualcosa.
<<E mi hai afferrato così forte solo per questo?>> gli dico indicandomi le spalle.
<< Si>> risponde convincente <<volevo sapere perché lo hai fatto e cosa significa>> termina disinvolto.

<<Stai scherzando vero?>> controbatto arrabbiata incrociando le braccia.

Scosto una ciocca fuoriuscita dietro l’orecchio e continuo <<E perché mai dovrei dirtelo! Non so nemmeno il tuo nome e non ti conosco!>>.
Mi guarda ora anche lui con le braccia incrociate <<Jayden>> sorride << Jayden Owen>>.
Rimango in silenzio e nella mia testa sento il ripetersi di quelle parole: “Jayden Owen”. Come in una sinfonia quelle due parole s’intrecciano, si uniscono fino a divenire qualcosa di perfetto, unico e armonico.

<<E tu sei?>> domanda calando la testa e drizzando le sopracciglia.

<<Sab Doyle>>

<<Bene ora sai il mio nome Sab>> chiarisce sollevando un angolo della bocca.

<<La situazione non cambia signor Owen>> mi soffermo aspettando che assimili le parole che sto pronunciando <<non ti conosco e quest’improvviso interesse per il mio tatuaggio lo trovo alquanto sospetto>>termino guardandolo dritto negli occhi.

<<Bene signorina Doyle! Sono lusingato che mi abbia dato del lei non doveva>> pronuncia irritato.

<<Già! Non dovevo>> ribatto scontrosa.

<<Comunque sappi che era solo curiosità ragazzina e sai…>>  si sofferma avvicinandosi al mio naso << puoi smetterla di mangiarmi con gli occhi>> pronuncia lentamente <<me ne sono accorto>> sorride orgoglioso.

<<Cosa vai blaterando?>> scatto bisbetica puntandogli il dito sul petto <<forse non hai capito che tu, mi-fai-schifo>> pronuncio lentamente << sei una spina nel fianco per me, capito?>> concludo scostando il dito dal suo petto.

<<Mm davvero?>> domanda quasi divertito << perciò quando mi avvicino…>> sussurra accostandosi sempre più al mio volto <<non provi nulla no? >> afferma.
<<No>> rispondo convincente.

<<Menomale, non sei il mio tipo>> si allontana. Fa per andarsene, ma si gira e mi guarda <<Ah dimenticavo! Non sognarmi stanotte>> dichiara compiaciuto scomparendo tra gli alberi.
Lo odio. Ma perché è così irritante?  Chi si crede di essere!
Non ho tempo per pensare a quanto è arrogante, antipatico, odioso e insopportabile perché mi accorgo di essere in ritardo per la scuola.
È pazzesco! Anche quando mi sveglio prima riesco a fare tardi.
Esco dal bosco e comincio a correre con tutte le mie forze. La scuola non è molto lontana, ma se non mi sbrigo sarò cacciata fuori dalla lezione.

Stranamente la professoressa non era ancora arrivata, perciò mi è andata bene. Mi sento così strana, come se tutto stesse per cambiare…cos’è questa sensazione? C’entrerà per caso lo strano tipo biondo? NO! Sab, ma cosa vai a pensare per la miseriaccia!

Uscita da scuola lo trovo lì, appoggiato ad una Ducati 999 che… mi aspetta?Perchè mi aspetta? Oh merda, ma che vuole da me? E’ uno stalker serio…

<<Ma allora sei una persecuzione!>> esordisco sarcastica.

Ride di gusto <<Sali. Abbiamo degli argomenti da affrontare io e te, e alcuni non ti piaceranno minimamente>>

<<Già, questo lo immaginavo>>

E così, davanti a tutta la scuola che mi guardava, prendo il casco, lo aggancio per bene e salgo dietro Jayden.

Per tutto il tempo sono stata aggrappata a lui perchè, visto come guida, non c’è proprio da dargli fiducia.

Si ferma in un parco e dopo aver messo a posto i caschi, ci sediamo su una panchina.

<<Beh? Mi dici cosa vuoi da me?>>

<<Ma perchè hanno affidato a me questo compito?Maledizione!>> pronuncia quasi arrabbiato.

<<Affidato chi? Quale compito?>> sono confusa.

<<Senti stamattina al bosco ho percepito qualcosa…poi il tatuaggio…e poi tua nonna>>

<<Mia nonna?Che è successo a mia nonna?>> incomincio ad andare nel panico più assoluto.

<<Non era così che dovevo dirtelo…>>

<<Cos…ch..che è successo a mia nonna?>> dico con la voce tremante.

<<E’ morta Sab…mi dispiace, non ho molto tatto per queste cose. Non dovevano affidarmi questo compito.>>

<<Ma cosa stai dicendo? Scherzi? E io dovrei credere a uno che nemmeno conosco…perchè?>>

<<Perchè di me ti puoi fidare. Arriva la parte difficile da spiegare…>>

<<Cosa?!>> ormai sono fuori di me.

<<Sono quasi sicuro che tu abbia a che fare con la mia popolazione in qualche modo, per via del tatuaggio. Vedi…se fosse stato fatto su questo pianeta non sarebbe così nitido e sono sicuro che al contatto con l’acqua si illumini>>

<<Aspetta…vuoi dire che qualche alieno mi ha rapita e tatuata? Ma sei fuori di testa per caso? Prima la morte di mia nonna, che ancora non ho capito se sia vera, poi questo…Tu sei fuori!>> mi alzo per andarmene, ma qualcosa mi blocca il braccio. La sua presa, forte e salda che emana un calore rassicurante.

<<Ferma. Non puoi andare. Ora sei in pericolo! Senti… neanche a me piaci e io non piaccio a te, non rendiamo le cose difficili.

Le cose stanno così: io non sono umano e questo lo avrai capito spero. Tu sei umana, ma hai qualcosa che collega il tuo mondo al mio e lo spiega il tatuaggio. E prima di dire un’altra parola, sappi che possono averti cancellato la memoria e averla sostituita con un’altra. Perciò il tatuaggio rimane ancora un punto interrogativo, ma indagheremo più in là su questo. Per quanto riguarda tua nonna… è morta per proteggerti Sab e mi dispiace. Non sono arrivato in tempo. Però ora devi venire con me.>> disse tutto d’un fiato, in modo tale che non potessi ribattere.

E dopo tutto quel discorso, io sono riuscita solo a dire <<Dove andiamo?>>

Lui rispose <<A casa mia…su Eris>>.

Da quel momento capii che la mia vita non sarebbe più stata la stessa. Ogni cosa sarebbe stata diversa, ma la domanda che più mi assilava era: Chi sono io?

[…]