Come tutte le mattine, anche quella in cui riceve dalle mani di un cortigiano la missiva contenente una poesia sul tema dellʼamore scritta da un tale che si firma ʻAbate di Tivoliʼ, vede Jacopo da Lentini – noto a tutti come il Notaro, data la sua professione di funzionario imperiale – nella sua tenda, chino a redigere un documento per lʼimperatore Federico II, accampato nei pressi di Tivoli, pronto per andare a Roma a risolvere una importante faccenda.

Siamo nellʼagosto del 1241 e il Notaro – che passerà alla storia letteraria italiana come il creatore del sonetto – incuriosito non poco da quella composizione sulla natura dellʼamore, mette subito da parte lʼatto che stava scrivendo con tanta cura, e si prepara ad ampliare il discorso su quel tema che tanto lo appassiona. E non può che farlo con un sonetto. Leggiamolo insieme.

Feruto sono isvariatamente:
Amore m’à feruto, o per che cosa?
cad io vi saccia dir lo convenente
di quelli che del trovar no ànno posa:
ca dicono in lor ditto spessamente
c’amore à deitate in sé inclosa;
ed io sì dico che non è neiente
ca più d’un dio non è né essere osa.
E chi lo mi volesse contastare,
io li lo mostreria per quia e quanto,
come non è più d’una deitate.
In vanitate non voglio più stare:
voi che trovate novo ditto e canto,
partitevi da ciò, che voi peccate.

Feruto sono isvariatamente
di Jacopo da Lentini all’Abate di Tivoli