Gaetano Longo – Un poeta da non dimenticare

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Gaetano Longo – 1964- Trieste. Direttore del Festival Internazionale Trieste-Poesia, scrittore, poeta, traduttore e console onorario della Colombia. Collabora con: Fondazione di Mihai Eminescu, Premio Internazionale Trieste-Poesia, Duemilauno Agenzia Sociale, Radio Trieste, Università Constantin Stere (Chisnau-Moldavia).

Dal 1991 al 1993 ha collaborato, come inviato di guerra nei territori della ex-Yugoslavia e dell’America Latina, ed è stato accreditato presso le Nazioni Unite ed i governi di Cuba, Yugoslavia, Croazia e Macedonia. In tale periodo ha collaborato con: Rai TV (Roma e Trieste), Agenzia Giornalistica Albatros (Milano), Il Manifesto (Roma), Il Piccolo (Trieste), Trieste Oggi (Trieste), TV Macedone, CubaVision Internacional (Cuba).

Gaetano Longo nel 1992 ha co-prodotto con la TV Cubana “Cubavisión Internacional” il documentario “Yugoslavia Adios” del quale è stato anche sceneggiatore.

Fa parte della redazione delle riviste “Zeta Internazionale (Udine-Italia), “Revista Hisapanoamericana de Literatura” (Lima-Perù), “El cielo de Salamanca” (Salamanca-Spagna) e PROEST rivista di analisi e politica internazionale (Craiova-Romania). Dirige la collana di poesia “Castalia” dell’editore F.P.E di Trieste, la collana di letteratura contemporanea internazionale “Zeta Internazionale” e la collana di critica e saggisitica “Carte Iberoamericane” dell’editore Campanotto di Udine.

Gaetano Longo è responsabile per la rivista letteraria Zeta News (Udine) del supplemento “Ritratti” e della sezione “Poeti dal mondo”.

Ha curato e/o tradotto una settantina di volumi di poesie, racconti e romanzi di autori quali Alvaro Mutis, Miguel Barnet, Wole Soyinka, Ion Deaconescu, Nicolae Dabija, Tahar Ben Jalloun, Gastòn Baquero, Mateja Matevski, Eliseo Alberto, Justo Jorge Padròn, Manuel Dìaz Martìnez, José Eduardo Degrazia, Fernando Rendòn e altri.

Nota: le sue raccolte poetiche sono stte tradotte in lingua macedone.

5 PICCOLI HAIKU NOTTURNI

Pesto un piede.
Questo pappagallino
urla ferito.

Ritornerei
si, sui miei passi:
taglio la barba.

Il vino gonfia
riempie lo stomaco.
Il Re vomita.

Un vecchio solo
Cammina per la via
Ma non ha piedi.

Che miracoli
in questo mondo Santo:
Dormo e vivo.

(Dalla raccolta “Giochi d’equilibrio”- 1989)

GIOCHI DI PRESTIGIO

Molto tempo fa
in una notte profumata
prese la tua mano fra le sue
per l’ultimo saluto.
Con tristezza
sperando che qualcosa di te restasse.
Questa notte
simile a molte altre
prega
che tu possa finalmente tornare
per restituirti
la tua invecchiata.

LA FINESTRA

Guardando in lontananza
depresso e confuso
senza saper dove
senza saper cosa
ti accorgerai
felice
che non è il tuo sguardo
ad essere vuoto
ma il tuo occhio.

LUCI DELLA CITTÀ

Un edificio alto mille e mille metri
fino al cielo nel centro esatto dell’universo
Perfetto, squadrato, fatto di mille e mille finestre
Costruito
con calcinacci e cemento e speranza
e materiale anti-sismico e fil di ferro
con destini diversi e sabbia e sangue
e secchi di sudore e lacci di scarpe
e materiali pneumatici e dubbi
Dalla base un ragazzino
staccherà il suo mattone sgualcito.

(dalla raccolta “Graffiiti”- 1911)

ARTE DI SOPRAVVIVENZA

Non dimentico mai
assolutamente nulla
e ripasso tutto
nella mia memoria,
giorno dopo giorno,
passo dopo passo.

Lasciarsi andare nel passato
a volte può anche salvare la pelle.

Sarà per questo che devo ricordare
ogni istante della mia vita
e la ricostruisco pezzo dopo pezzo.

Sarà per questo che sanno
che non dimenticherò mai niente
perché di tempo ne ho da vendere.

Sarà per questo che vago solitario
tra dementi dottori e infermieri
e tutti mi chiamano demente di merda
o anche Proust.

Anzi, con rispetto,
Monsieur Proust.

CRONACHE DELLA NUOVA IMMIGRAZIONE

Aveva dovuto abbandonare casa e famiglia,
amici, parenti e conoscenti.
Il nuovo continente e la grande città
l’ aspettavano a braccia aperte.

Nelle lettere a casa
raccontava di lavorare come cameriera
in un bel ristorante di lusso.
Ma ogni notte si vendeva molto cara.

Aveva un figlio ribelle da mantenere
e aiutava il marito
che era solo un povero falegname
senza futuro.

Un giorno sarebbe tornata
e forse le cose sarebbero andate meglio.
Tutto il suo bagaglio
era un foulard azzurro e una croce sul petto.

Il suo nome era Maria
ma al suo paese tutti,
ironicamente,
la chiamavano “La Vergine”.

(Dalla raccolta “Tempi e contrattempi” – 2005)

A cura di Biljana Biljanovska