Il Concorso (prima parte)

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Nell’ultimo decennio del secolo scorso, quindi circa trent’anni fa, i concorsi musicali non erano molti e quei pochi erano di prestigio e famosi. Alcuni diciamo pure inaccessibili. Si svolgevano in grandi città o in cittadine di comprovata tradizione musicale. Per noi, che già il fatto di essere ancora studenti di Conservatorio ci faceva sentire inesperti, il Concorso era qualcosa che si poneva al limite estremo delle nostre capacità, insomma, quasi un’esperienza sovrumana che ci incuriosiva, ma da provare dopo il Diploma. Sì, perché noi ci diplomavamo ed eravamo fieri di diplomarci, la laurea era altro, era distante dal nostro percorso di alta formazione, spesso decennale. Ne parlavamo tra noi, certo che se ne parlava, soprattutto se ne parlava male. Era nella norma ascoltare aneddoti di pianisti, giovani talenti, che magari insegnavano anche in Conservatorio e che raccontavano di concorsi andati male, di scelte discutibili di varie commissioni artistiche, e tu, solo a sentire certi discorsi, sentivi i brividi scorrerti per la schiena e già immaginavi di non potercela fare. Era così, la nostra generazione è cresciuta così, e vi posso assicurare che sono pochissime le persone della mia età che possano vantare esperienze concorsuali, specie positive, relative a quegli anni. Che poi, la formula del Concorso, solitamente, aveva dei limiti di età. Laddove non ci fosse stato il limite imposto, sarebbe stato il buon senso a prevalere. Quindi per noi degli anni ’90 la rinuncia, il non provarci, equivaleva a un treno perso e quindi per molti fu davvero così. In questo clima potete ben immaginare che il numero degli iscritti ai concorsi non fosse tanto alto. Ricordo con vero piacere i primi a cui partecipai perché ero solo una semplice accompagnatrice e così potei farmi un’idea abbastanza chiara del contesto in cui si svolgevano, dello stress dell’attesa, perfino della stanchezza del viaggio per poter raggiungere il luogo prefissato. Tra i tanti, ricordo avvolto in una nebulosa il concorso chitarristico di Recanati per l’emicrania che mi fece compagnia fino al rientro a casa e un concorso a Bari, dove in finale era prevista l’esecuzione del meraviglioso Concerto d’Aranjuez, al Petruzzelli, a cui assistemmo proprio pochi mesi prima del famoso incendio che lo devastò nel 1991.

In quel periodo eravamo sempre in giro per l’Italia, da Nord a Sud. Senza navigatore, senza internet. Per gli spostamenti in treno acquistavo periodicamente una versione tascabile dell’”orario dei treni Italia” dove era segnato tutto, ma proprio tutto, e prima di mettermi in viaggio studiavo il percorso, mentre, durante il tragitto, controllavo le stazioni sulle tratte sconosciute. Una Bibbia per sentirsi sicuri ovunque senza chiedere informazioni a nessuno. A dire il vero, per un breve periodo, nelle stazioni comparvero dei grandi cassettoni, dei macchinari dove inserendo la stazione di partenza e di arrivo automaticamente veniva calcolato il percorso con la possibilità di stampa, ma scomparvero dalla sera alla mattina. Quindi tenevo sempre a portata di mano l’orario, regola prima, accanto alla bottiglietta dell’acqua. Regola numero due, giravo spesso con un gel per gli strappi muscolari, perché viaggiando da sempre vi posso dire che anche le valigie hanno avuto un’evoluzione con gli anni e quindi, tanti anni fa, si viaggiava o con gli zaini (che comunque creavano problemi alla cervicale) o con valigie provviste di una lunga bretella e piccole rotelle totalmente inadatte alla maggior parte dei percorsi urbani perché si rovesciavano continuamente. C’era anche qualcuno che utilizzava dei mini-carrelli, ma erano perlopiù stranieri. I trolley non erano ancora entrati in commercio. Per ingannare il tempo durante lunghe percorrenze utilizzavo sempre una piccola radiolina Sony con le cuffie, molto leggera, e un libro tascabile. D’estate amavo indossare abiti leggeri con fantasie di piccoli fiori e ballerine, era un look molto in auge tra le cembaliste e in generale di chi si occupava di musica antica. Mia madre mi aveva cucito una piccola tasca interna in molti vestiti, dove inserivo tutte arrotolate le banconote che prevedevo mi occorressero per la mia permanenza fuori casa. Ancora non esistevano carte elettroniche per noi giovani. Poi, una volta sul treno ci si rilassava e, con la carrozza vuota, spesso mi alzavo in piedi, abbassavo il finestrino e mi appoggiavo ai bordi. Così, con le braccia distese fino al gomito, amavo sentirmi accarezzata da tutto quel vento caldo, provando una sensazione così intensa da ricordarla ancora adesso con estrema chiarezza.

Leggevamo dei concorsi sui periodici del settore. Ce n’erano di rilevanti e uno mi colpì in particolare. Era per giovani diplomati, suddiviso in sezioni, cameristica e solistica, per vari strumenti, categoria musica antica e, soprattutto, era presente il mio strumento, l’organo. Rientravo anche nel limite di età, 35 anni. Perfetto. Nonostante mi fossi diplomata l’anno precedente, ne parlai al mio Maestro, il quale mi dette la sua approvazione consigliandomi anche dei brani, visto che il programma era libero, l’unico limite era nella durata di 25 minuti. Ricordando quei tempi, come vi dicevo, credo di essere stata l’unica nella mia classe di Organo a partecipare a dei concorsi.

Mandai la scheda d’iscrizione, scelsi il programma e partii.

Mi sistemai in albergo, poi andai in chiesa a provare lo strumento. Era un bellissimo organo settecentesco con le canne di facciata disposte in tre campate. Tirai fuori dallo zaino i brani che avevo preparato, inserii i registri e iniziai a suonare. Dopo pochi minuti, sentii armeggiare in fondo alla chiesa, mi affacciai dalla cantoria e vidi una figura muoversi intorno al clavicembalo presente nella navata laterale. Non me ne preoccupai più di tanto e continuai a suonare. Ma all’inserimento del Ripieno sentii un urlo provenire dal basso –“Ehi!” —”EEEHIII!” smisi di suonare– “Ma come posso accordare, se tu continui a suonare?” La cosa mi lasciò sbigottita, perché ero perfettamente in regola con gli orari di prova previsti dal regolamento – “Ma io devo provare lo strumento per l’esecuzione di domani!” –”Io devo accordare il clavicembalo”, ripeté la voce piuttosto bruscamente, in un tono che non ammetteva altre repliche.  Mi batteva forte il cuore, chi era questo accordatore così insistente che mi impediva di suonare, specie dopo un viaggio così lungo? Provai a spiegare le mie ragioni e dissi che avevo percorso molti chilometri per partecipare al concorso. La voce si ammansì e trovammo un accordo, mi avrebbe concesso dieci minuti e poi sarei andata via. Contenta di quel poco, ricominciai a suonare e lui si sedette in fondo alla navata. Provai tutto, decisi anche la registrazione, ma poiché nelle regole l’esecuzione sarebbe stata a memoria, in realtà non pensavo di partecipare attivamente, ero andata solo per fare esperienza, per ascoltare le altre esecuzioni e per provare lo strumento. Come d’accordo, dopo dieci minuti chiusi tutto, scesi dalla cantoria, salutai e mi avviai all’uscita.

Il giorno dopo mi presentai in chiesa. C’erano una quindicina di candidati per la prova, la commissione artistica era riunita in fondo alla chiesa. Con mia sorpresa vidi che era presente anche l’uomo della sera prima, allora era un membro della commissione! Iniziò ufficialmente il concorso e noi, seduti sulle panche della chiesa, attendevamo pazientemente il nostro turno ascoltando gli altri che venivano chiamati uno per uno. A un certo punto, l’uomo si alzò e mi venne vicino – “Senta”, mi disse a bassa voce, “mi hanno detto che lei non si esibirà” – “No, infatti” confermai –“Ma non sarà per il nostro piccolo diverbio di ieri sera?, chiese preoccupato, –“No” risposi io, “stia tranquillo, l’avevo già deciso” . Non contento, l’uomo allora mi chiese – “Ma lei è diplomata?”, “Sì”, risposi io, “perché?” L’uomo sorrise e aggiunse – “Allora non mi permetto di dire nulla”, al mio sguardo interrogativo si spiegò meglio – “Se lei non lo fosse stata, le avrei detto forza e suona! Ma siccome lei è diplomata, è libera di fare come meglio crede e rispetto la sua decisone”. L’uomo era in realtà un docente molto conosciuto, titolare del corso di Organo al Conservatorio di una città vicina. La competizione andò avanti, non ricordo chi vinse quell’anno. Ma io, grazie a quelle parole, capii di aver vinto già dalla sera precedente. 

 

continua…