Questa à la storia del gatto di Calderà … un piccolo quartiere marittimo di una città siciliana.

I gabbiani volavano alti nel cielo sopra la piazza dove due ancore giganti capeggiavano su delle aiuole.

Era l’alba quando lo vidi per la prima volta; era un vecchio gatto che stava attraversando la strada incurante del passaggio di possibili automobili.

Si notava che era un gatto vissuto: aveva una cicatrice sull’occhio destro e la coda mozzata.

Cercai di immaginarmi la sua storia, il perché di quella cicatrice e della coda mozza ma fu più difficile del previsto; quel gatto aveva vissuto più di me, anche se sembra difficile da credere, ma forse lui aveva sette vite davvero.

Io in vita mia ero stato solo un pescatore che dopo aver pescato il pesce, montava un bancone sudicio e puzzolente di fronte alla piazza e garantiva ai clienti abituali il solito pesce fresco.

Con il mio lavoro nel corso degli anni avevo imparato a conoscere le persone ad un primo sguardo, avevo imparato a guardare ogni atteggiamento, ogni tic, ogni caratteristica che rendeva unico un essere umano.

Avevo imparato a ricostruire i pezzi di un puzzle che ogni giorno si sfaceva e si riassociava, a cui ogni volta che pesavo e incartavo il pesce un pezzo si aggiungeva, fra un alito freddo al mattino e il tintinnio metallico delle monete.

I miei preferiti erano i turisti: facce nuove, la possibilità di scambiare qualche parola in lingua straniera e fargli gustare attraverso il mio pesce la cultura gastronomica della mia terra natia.

In realtà non ve ne erano molti di quest’ultimo tipo: ma una famiglia Svizzera aveva acquistato qui una casetta blu, tanto tempo fa e vi faceva ritorno ogni estate per trascorrervi le vacanze.

Eppure, dopo tanto tempo passato ad osservare le persone non capivo cosa rendesse così speciale quel gatto, lo stesso vecchio gatto che non ha mai avuto un padrone o almeno così voleva far credere con il suo comportamento spavaldo; si lasciava avvicinare dai bambini, questo suo aspetto che colsi tradì la sua aria incurante e indifferente: intuì che forse, un tempo, anche lui si era affezionato a qualcuno.

Ogni giorno, per anni, le mattine d’estate si era avvicinato al mio bancone del pesce, sporco di sangue e di salsedine, nella speranza che potesse ricevere qualcosa da spizzicare.

Puntualmente ero solito gettargli gli scarti del pesce, ad esempio la testa, che lui mangiava sempre con foga, come se non mangiasse da tempo.

Se la portava sempre in un angolo per mangiarla da solo e, se qualche gatto si avvicinava lui vi ringhiava contro.

L’occhio del pesce lo scartava sempre, lasciandolo al suo posto quasi come un rituale di rispetto nei confronti del pesce che per un altro giorno gli aveva permesso di

nutrirsi, mi disturbava sempre il riflesso luccicante del sole contro la testa spolpata del pesce.

Anche se non lo miagolerà mai agli altri gatti, io e lui eravamo quasi amici, forse.

Un giorno non lo vidi più.

Anche se non mi aveva mai degnato di uno sguardo sentivo la mancanza di quel gatto.

Quel giorno i gabbiani volavano alti e descrivevano con le loro ali figure confuse nel cielo azzurro di mezz’agosto.

la spiaggia era poco affollata, era quel periodo estivo in cui tutti partono per le vacanze; il mare era limpido e cristallino, ancora le barche di alcuni pescatori erano a largo e le si poteva scorgere guardando lontano, finché il sole del mezzogiorno lo permetteva.

Lo stesso giorno, stavo raccogliendo le mie cose e la piazza era vuota, la sua pavimentazione bianca dava un senso di freschezza in una giornata afosa come quella e una confortante brezza di mare mi scosse i capelli.

Una signora si avvicinò.

Era una cliente abituale che spesso comperava del pesce, ma quel giorno non mi domandò del pesce.

Mi chiese se avessi visto il vecchio gatto.

Lei parlava con un forte accento americano come chi, appena trasferitosi cercava di imparare una lingua il più in fretta possibile anche se, in realtà era a Calderà da diversi anni.

Il marito era un militare che, durante la Seconda Guerra Mondiale era sbarcato insieme al resto del comando qui in Sicilia.

Alla fine della guerra, rimasto ammaliato dalla bellezza e dalla tranquillità dell’isola dai modi e tempi cozzanti con lo stile di vita americano, aveva deciso di trasferirsi a Calderà con la moglie e passando gli anni seguenti in una piccola villetta sul mare.

Lui trovò lavoro come artigiano in una bottega nel centro.

Per me e per il resto della cittadinanza era raro avere come concittadino uno straniero e quindi tutti a poco a poco avevamo cercato di parlare con lui.

Non capiva ovviamente il nostro dialetto e quindi con alcuni anziani che ne parlavano uno molto stretto comunicava a gesti.

Anche se lavorava in bottega non aveva dato congedo all’esercito statunitense che però, in via eccezionale, aveva deciso di concedergli un paio di anni di libertà da passare come meglio credeva.

Ovviamente, appena ricevuta la comunicazione non perse tempo e si trasferì subito nella città della quale si era innamorato durante gli anni della guerra.

Durante l’estate del ’65 ricevette una chiamata dall’esercito che gli ordinava di prendere parte alla guerra in Vietnam come generale delle nuove reclute considerata la sua ormai avanzata età.

Accettò.

Il giorno della sua partenza ci riunimmo tutti di fronte a casa sua per salutarlo, oramai era divenuto un cittadino a tutti gli effetti.

La moglie scoppiò in un pianto.

Dopo un paio di mesi la moglie ricevette una comunicazione dall’esercito che esprimeva le più sincere condoglianze per la morte del marito.

Non avevo visto il gatto di Calderà quel giorno.

Lei sorrise.

Le dissi che veniva da me ogni giorno per il pesce ma oggi non si era presentato. Rispose che non c’era bisogno di preoccuparsi e mi invitò ad entrare in casa sua. Accettare l’invito e, una volta in salotto mi raccontò la storia di quel gatto.

Quel vecchio gatto, altri non era che il gatto di suo marito che una volta trasferitosi qui aveva portato con lui.

Suo marito lo trovò durante la guerra e quel tenero micino, ancora cucciolo all’epoca salvò la vita dell’uomo: il suo miagolio proveniva da una casa abbandonata attirando l’attenzione del soldato che pensando potesse essere il pianto di un bambino, entrò nella casa.

Nei minuti successivi degli aeroplani bombardarono la zona e l’uomo si salvò grazie al gattino che lo aveva chiamato dentro la casa.

La signora continuò il racconto.

Il gatto di CalderàIl gatto da quando il marito era partito ogni giorno andava in spiaggia ad aspettare il ritorno del padrone.

La signora s’interruppe.

Su qualche vecchio libro avevo letto che gli animali si nascondono quando sentono che la fine è vicina per evitare che i loro padroni debbano vederli soffrire; quel gatto vale più di una stella al valore.