Il mio amico gabbiano. Una storia vera.

Lo fissai negli occhi e lui fissava me.

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Il mio amico gabbiano. (una storia vera).

Finalmente arrivò il giorno in cui mi sarei trasferita nella frazione balneare della mia città.

Avrei assaporato il meritato riposo tanto agognato, ma rinviato più volte per sopraggiunti motivi familiari. Già altre famiglie mi avevano preceduto; la calura estiva si faceva sentire e non era più il caso di rimanere in città. Uscii la macchina dal garage, controllai che quello che dovevo portare con me ci fosse tutto e via verso Tre Fontane. Non erano neanche le sette, l’aria era ancora fresca, il sole stava piano piano riscaldando quella fetta di terra ed io col finestrino abbassato mi lasciavo accarezzare dalla brezza marina che sfiorava le mie accaldate guance. Neanche dieci minuti di macchina e arrivai; posteggiai il mezzo al solito posto.

Posai le ceste, aprii le imposte, facendo il giro delle varie stanze e mi soffermai davanti la veranda di casa mia.

La mia abitazione elevata su due piani non ha un giardino tutto suo, perché durante la ristrutturazione buona parte dello spazio era stata trasformata in cortile. Usufruivo del verde che avevo dirimpetto: quattro alberi d’ombra, qualche aiuola e delle panche che davano alloggio, durante le sere d’estate, ai ragazzi del luogo che si appartavano per chiacchierare e consumare qualche birra al suon della musica che arrivava dalla vicina piazza. Rinnovata l’aria, chiusi le imposte, feci un’abbondante colazione e poi, presa una poltrona, la sistemai in veranda, per poter godere della brezza marina portata da un leggero scirocco che soffiava così delicatamente da invogliare gli uccellini al canto e le poche farfalle a svolazzare libere e allegre nel cielo terso. Me ne stavo con gli occhi socchiusi ad assaporare tutto ciò, quando un fragoroso rumore che veniva dall’interno, mi riportò alla realtà, provocando in me un certo panico.

Che cosa era successo?

Qualche monello aveva lanciato un sasso e rotto la vetrata interna del cortile? La cosa mi sembrava strana anche perché, venendo, non avevo visto bambini che giocavano. Entrai di corsa e mi diressi verso il frastuono, ma con un certo timore. Guardai la vetrata: era intera. E allora, da dove proveniva quel rumore? Con gli occhi guardavo velocemente alla ricerca di qualcosa che non vedevo, verso quel rumore ora quasi indistinto. Niente. Eppure il frastuono l’avevo sentito e percepito perfettamente. Poi ecco lo vidi. Era un uccello non tanto piccolo, forse al suo primo volo, forse una colomba viste le dimensioni. Sembrava stordito, intontito. Mi avvicinai con circospezione.

Lo fissai negli occhi e lui fissava me.

Tentava di muovere le ali e spiccare il volo, ma non ci riusciva. Capii che era terrorizzato. Mi scostai retrocedendo un poco e, osservandolo attentamente, non mi sembrò un piccione. Dal becco notai che somigliava più ad un gabbiano. I nostri cieli sono pieni di questi animali marini. Come potevo aiutarlo? Presi un cesto di vimini, vi misi dentro una pezzuola e con un bastone lo avvicinai all’uccello. Presi una bacinella, la riempii d’acqua e la sistemai vicino. Ora occorreva procurare un po’ di cibo per l’impaurito pennuto. Fortuna che nella frazione c’era un pescivendolo. Decisi di andare a comprare dei pesciolini. Mi sentivo tutta galvanizzata per quell’evento strano, ma anche piacevole che mi stava coinvolgendo.

Ne presi abbastanza, tutti freschi e piccoli, e gliene misi alcuni in un piatto di carta.

Ora il gabbiano non mostrava paura. Mangiò uno dopo l’altro i pesciolini e bevve dell’acqua, quindi si accucciò, mettendo la testa fra le ali. Tornai sui miei passi e ripresi a godermi il mio meritato riposo in veranda. A me piacciono gli animali e avevo lasciato in città il mio cagnolino e il mio gatto, perché nella casa di villeggiatura non c’erano le comodità per loro. Era destino che anche qua avrei avuto a che fare con animali.

Piano piano fra me e il gabbiano si instaurò un rapporto quasi cordiale.

Egli si muoveva nel cortile passeggiando ed io lo guardavo da dietro la vetrata. Quando era l’ora della colazione, aspettava con impazienza che mi allontanassi per mangiare il pesce. Dopo otto giorni il nostro connubio si stava facendo sempre più intimo, tanto che quando andavo in cortile lui continuava a passeggiare come se io non fossi là e girava la testa di qua e di là, come per osservarmi meglio. Poi, una mattina, spiccò il volo e andò libero nel terso cielo di Tre Fontane. Quando lo vidi andare via, provai una fitta al cuore, ma nello stesso tempo tanta gioia perché un animale così non può stare in gabbia, ma deve essere libero di librarsi tra cielo e mare. E’ finita così? No.

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Il gabbiano non si è dimenticato di me o almeno così mi piace credere.

Da allora, e così fino ad oggi, quando io ritorno in questa casa al mare, ogni mattina un grosso gabbiano bianco fa alcuni giri attorno alla casa,accompagnato , a volte, da un altro gabbiano più piccolo, e, dopo avermi vista, spicca il volo più in alto e scompare all’orizzonte. Sarà un caso? E’ il mio gabbiano riconoscente? Non lo so. A me fa piacere che si ripeta lo stesso copione e sono ancora più felice di essergli stata utile. Amare un animale non vuol dire essere fanatici, non vuol dire sostituire l’amore per gli esseri umani a quello per gli animali, è avere una porzione e anima in più da donare.