Il gallo canta, il sole spunta e Riace si sveglia. Decide di prendersi un caffè affacciata al balcone, ma questa non è una mattina come le altre, c’è qualcosa di diverso.

Riace è cambiata.

Prima che si spegnessero le luci la ricordavano tutti come “Paese dell’accoglienza” e poi ecco che, forse approfittando di un momento di blackout, qualcuno ha deciso di ridefinirla, dopo venti anni.

Da oggi saremo Riace “paese dei santi medici e martiri Cosma e Damiano” perché, d’altronde, è davvero inaccettabile non commemorare l’arrivo, 350 anni fa, delle reliquie sante dei martiri.

Il verde sindaco Antonio Trifoli si giustifica sostenendo l’importanza di una sostituzione del cartello in vista della celebrazione religiosa e, giusto che ci siamo, sembra abbia proposto anche, in futuro, di eliminare quei brutti murales che ricordano la Riace “aperta”, che, non si sa mai, vadano poi ad offendere la sacralità del luogo.

Peccato però che la nostra cara amministrazione conosca a malapena la storia di questi “cari santi”, altrimenti…

Le notizie a riguardo non sono moltissime, ma si pensa siano stati gemelli, nati in Arabia, i quali, dopo aver studiato l’arte medica in Siria, abbiano deciso di offrire questa conoscenza anàrgiri (senza denaro) curando i malati. Questo costò loro la vita poiché nel girovagare e aiutare gli altri ne approfittarono per evangelizzare e diffondere la buona novella e Diocleziano, non tanto d’accordo, decise di condannarli a morte.

 «San Cuosimu e San Domianu porgitimi la manu ca sugnu foresteru e biegnu di luntanu»: con canti popolari, a Riace, aprono i festeggiamenti ai due martiri durante la “festa di Maggio”. La processione termina a Riace Marina, in spiaggia, e qui la teca viene poggiata su una imbarcazione che la condurrà su uno scoglio, quello in cui San Cosimo poggiò per la prima volta il suo piede, dopo aver attraversato il mare a nuoto dall’Arabia.

Alla festa partecipa tutta la popolazione e soprattutto, da lontano, a tamburellare e danzare giungono anche Rom e Sinti pronti a venerare i santi: in questi giorni, come raramente accade, le divisioni lasciano spazio all’armonia e alla pace, non è importante chi tu sia, ma solo la tua voce e la tua musica.

Perché allora rinnegare un modello di accoglienza in atto sostituendolo con la storia “di due antichi martiri” dediti all’accoglienza? Forse perché è comodo e piacevole parlare di qualcosa che ci tocca relativamente le spalle per non guardare in faccia ai “martiri” di oggi.

O forse è una colpa più ignorante.

Intanto, per sicurezza, sostituiamo un cartello, poi ci penseremo.

Gesto che solo una visione “lega-centrica” riesce a far passare come oneroso e rispettoso delle tradizioni gettando nell’oblio il presente.  Si potrebbe definire una “relazione complicata con la storia” poiché da un lato adoriamo e inneggiamo fossili, cercando di non dimenticare quanto fossero stati belli in vita, e dall’altro non ci preoccupiamo minimamente degli esseri viventi in via di estinzione.

La nostra coscienza può ritenersi a posto.

In questa prigione il nostro “bel Paese” si è sbattuto: nella prigione dei due stivali.

C’è chi ama lo Stivale dell’accoglienza, quello di Lucano, che ha ridato vita ad una città vittima di emigrazione, affidandola ai nuovi, a quel barcone curdo che nel 1998 vi trovò la salvezza.

E c’è chi ama lo Stivale della vuota e contraddittoria venerazione del “Fu”, abbastanza fuori moda: a questi consigliamo di cambiare scarpa, di liberare per un po’ il piede e provare con le ballerine o con una bella décolleté perché, dispiace deludervi, che lo vogliate o no, di Stivale ce ne è uno, e se non vi sta comodo, non sarà di certo lui ad adattarsi a voi.