Il peccato più grande

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L’avevo caricata in auto senza pensarci troppo: m’era parsa bella, alla luce fioca del lampione; la notte era fredda e umida e da tanto tempo, dopo la morte di mia moglie, non riscaldavo le membra stanche al tepore del corpo di una donna. Lei era fresca e pulita e mi aveva chiesto un prezzo onesto e ragionevole.

Ma poi a casa sotto la lampadina l’avevo osservata meglio, e tutte le voglie m’erano passate, era molto attraente ma sembrava una bambina smarrita, nonostante il belletto, i modi da sciantosa e i tacchi a spillo.

Ormai l’avevo pagata e mi seccava rimandarla in strada, così pensai che almeno avrei potuto chiacchierare, e usarla come antidoto alla coriacea insonnia che mi tormentava; mentii spacciandomi per uno scrittore e le mostrai i libri di novelle erotiche da cui dissi che traevo ispirazione e dei quali cercavo di ripetere gli schemi: Le mille e una notte, Il Decamerone, Il delta di Venere…

– Ogni notte – spiegai bugiardo – raccolgo una prostituta e la pago perché mi racconti la sua storia. Avanti, narrami la tua. – Rideva. Rispose che pensava fossi pazzo e che non voleva svelare i suoi segreti erotici. Ma poi si concentrò per rammentare e accontentarmi.

– I miei genitori – cominciò – non li ho mai conosciuti. Sono sempre stata con la nonna. Vivevamo per strada, nei parchi, sotto i ponti.

La nonna era vecchia e camminava col bastone. La gente storceva il naso perché puzzava come una pattumiera, ma lei mi voleva bene e cercava di insegnarmi tutto quello che sapeva. Una volta mi ricordo che avevamo mendicato sulla piazza del Duomo; le persone che uscivano da messa erano state generose e c’eravamo riempita la pancia come da molto non ci capitava, comprando il cibo sulle bancarelle.

La nonna fece un bel rutto sonoro e prolungato, e poi mi disse:

– Entriamo dentro, scoppolina –

– Ma nonna – le ho risposto – tu non credi in Dio, cosa ci andiamo a fare nella casa del Signore? – avevo paura che il prete ci buttasse fuori, e poi non mi piaceva stare in chiesa, mi davano fastidio gli echi delle navate e tutto quell’odor di incenso. Ma la nonna mi afferrò per gli stracci e mi ci trascinò a forza. – porcellina ignorante, se esiste un dio onnipotente, la sua casa è tutto il mondo e di sicuro gli fa un baffo se noi andiamo a scaldarci tra le quattro mura dove i credenti lo tengono al confino. E poi mi sento che avrai qualcosa da imparare. –

Così ci sedemmo in un cantone, in ombra, vicino ad una porta laterale. Nella digestione sentivo gli occhi chiudersi ma ogni volta la nonna mi piantava tra le costole un gomito appuntito e non mi lasciava addormentare.

– Guarda – insisteva – guarda quello che succede. –

Io cercavo di obbedire e mi sforzavo di osservare tutto intorno, ma dalla nostra posizione si vedeva bene soltanto la cassetta delle offerte e tutti quelli che passando ci mettevano qualcosa: una donna in lacrime, un uomo pallido, una vecchia che con noncuranza vi lasciava cadere un bottone… Stavo per cedere al torpore un’altra volta, quando la nonna mi mormorò all’orecchio – Ecco, quell’uomo vestito come un gran signore, stai attenta a come si comporta. –

Il riccone portava la pelliccia e da una tasca tirò fuori un biglietto di grosso taglio e lo sventolava in aria, che tutti potessero vedere quanto generosamente contribuiva al fondo per i poveri. Proprio in quel momento arrivò il parroco vestito di una tonaca sdrucita, allora l’uomo con un sorriso tronfio prese altri soldi dal portafoglio gonfio e li ficcò tutti nella cassettina – Questi sono per il reverendo – sbraitò – che si compri un bell’abito nuovo che così fa pena! – Il prete ringraziò, ma intanto sembrava diventato più piccolo e più curvo.

Io non riuscivo a capire a capire perché la nonna avesse voluto farmi notare quella scena, però pensavo che adesso potevamo uscire a respirare un poco di aria fresca, così mi alzai in piedi.

– Quanta fretta trottolina! – mi richiamò battendo il bastone sul selciato perché tornassi a sedere accanto a lei. – Non abbiamo ancora finito di imparare la lezione di oggi sui fatti della vita. – Si pulì il naso con le dita, e queste nel grembiule. Io sapevo che lo faceva per concentrarsi meglio, per pensare come spiegarmi una cosa difficile, e restai ad aspettare che parlasse.

Infatti ad un certo punto mi domandò – Dimmi un po’, balordella, tu lo sai cos’è il peccato? – Tirai un sospiro di sollievo… quando non sapevo rispondere la nonna mi dava certi pugni sulla testa, e invece questa volta la domanda era così semplice che replicai tutto d’un fiato

– Ma sicuro nonna che lo so, è quando qualcuno fa una cosa brutta che fa male a qualcun altro, come rubare il pane ad un affamato o ammazzare un innocente… – così quella volta mi pigliai una carezza invece dello sganassone e la nonna era così soddisfatta della mia risposta che mi lasciò persino dormire un po’. – Ti sveglierò io – disse – quando sarà il momento. –

Ti sto annoiando? Forse vorresti una storia più piccante?

La puttana mi scrutava preoccupata, temendo forse di non essere abbastanza interessante e di non guadagnarsi il denaro che le avevo dato.

Mi sentii un po’ in colpa, forse le avevo dato l’impressione di dormire perché assorto nella narrazione avevo chiuso le palpebre per meglio immaginare la scena che lei mi stava descrivendo: le due straccione accoccolate sulla panca, l’umiliazione del sacerdote, il donatore superbo e tracotante…

– No anzi continua, mi interessa molto la tua storia, vai avanti – poi pensai di offrirle qualche cosa – Ti fa piacere un cognac, una grappa, un po’ di vino bianco? – domandai riempiendo un calice per me – una sigaretta? – Sorrise. – no grazie, non bevo e non fumo. Ma… forse dell’acqua, se non ti dà troppo disturbo – Gliene porsi un bicchiere e mi sedetti.

– Prosegui – la esortai e lei riprese.

Quando la nonna mi destò scuotendomi piano e coprendo con la mano la mia bocca perché non fiatassi, era già buio e la cattedrale era deserta.

Il portone però era ancora spalancato perché a quei tempi le chiese stavano sempre aperte, mica come adesso che le chiudono alla stessa ora dei supermercati. Entrò un uomo e mi domandai come aveva fatto la nonna a sentirlo arrivare, dato che camminava felpato come un gatto.

I suoi abiti non erano molto meglio dei nostri, pieni di buchi e di rattoppi, ma era pulito e sbarbato e profumava di dopobarba all’acqua di colonia. Si guardava intorno come uno che ha paura di veder spuntare il diavolo da dietro una colonna. Prese una candela dall’altarino di una cappella laterale. Poi si avvicinò alla cassetta delle elemosine, trasse di tasca un cacciavite e si mise ad armeggiare con la serratura.

Io volevo gridare ma la nonna mi premeva sempre forte la palma sulle labbra, e intanto lui riusciva a sollevare il coperchio e a guardare dentro alla cassetta.

Teneva il cero così vicino al viso che vidi chiaramente il suo stupore mentre estraeva le banconote del riccone e pensai che le avrebbe prese insieme con tutto il resto del denaro, e invece le rimise a posto, poi ha frugato ancora un po’, ha preso degli spiccioli, li ha contati e se li è messi in tasca. Prima di andarsene si è inginocchiato e ha fatto il segno della croce e le sue labbra si sono mosse silenziosamente e credo che volesse dire perdonami Signore, e poi è scomparso nella notte.

Io cercavo di vedere il volto della nonna per capire cosa ne pensava, e perché non mi aveva lasciato urlare per far scappare il ladro, ma era troppo scuro e lei stava zitta, ero così confusa ma non osavo domandare niente. Poi nel buio sentii il rumore del suo naso sfregato dalle dita, e delle dita sulla stoffa della veste.

– Conosco quell’uomo – sussurrò – ha la moglie malata, tanti figli da sfamare e nessuno che gli dà un lavoro. – sentii la punta del suo bastone picchiare sul pavimento e la aiutai ad alzarsi. Andammo fuori, sul sagrato. C’era la luna piena e la luce fredda finalmente illuminò la faccia della nonna, non avevo mai visto tante rughe che le solcavano la pelle.

– Secondo te – mi chiese – quale dei due uomini che ti ho mostrato ha commesso il peccato più grande? – Io non seppi cosa rispondere e mi beccai il solito pugno in testa.
Poi la accompagnai a cercare una panchina dove coricarsi per dormire.

Solo alcuni anni più tardi, dopo che la nonna era morta, mi venne in mente che avremmo potuto prendere noi tutti i soldi che ci servivano, dopo che la cassetta era stata scassinata.

Albeggiava. La prostituta guardò l’orologio, schiuse le labbra in un sorriso innocente e mi disse – Devo andare. Mi è piaciuto stare qui a raccontarti della nonna. Davvero posso tenere il tuo denaro? – Le carezzai una guancia e gliene diedi dell’altro, per il taxi. Sulla porta che già stavo chiudendo dietro i suoi passi aggiunse ancora – Peccato – la guardai per l’ultima volta – è proprio un peccato che non hai voluto fare l’amore con me. –

– Già – risposi sottovoce – peccato. Che non l’abbiamo fatto soltanto per amore. –

Ma lei scendeva svelta gli scalini e non mi udì.


Il peccato più grande

Articol di Paola Ragno