Il ponte sul lago

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Ricordo quel ragazzo come fosse stato davanti a me pochi minuti fa, non come se dall’ultima volta in cui l’ho visto siano passati dieci anni.

Tutte le mattine erano identiche, variavano di poco per via del colore del cielo che ogni giorno svelava una nuova sfumatura, e per via del freddo pungente che andava via via a farsi più rigido e insostenibile.

Ricordo tutto, come se fossi ancora al liceo, come se la mia vita si fosse fermata, congelandosi in quei momenti indimenticabili.

Tutti i giorni prendevo il pullman, dello stesso colore azzurro che aveva il cielo in quegli inverni, se chiudo gli occhi riesco ancora a sentire il profumo indelicato dell’umidità tra i sedili scuciti. Ricordo che avevo un posto preferito, verso il fondo, a destra, per non mancare nemmeno un centimetro del paesaggio che avrei avuto davanti agli occhi fino all’arrivo. Dapprima le case, di cui conoscevo a memoria ogni singolo mattone, ogni sfumatura, ogni persiana, ogni portone. Poi la campagna che si apriva sfrontata verso l’infinito, e più in giù il lago che in quelle mattine d’autunno inoltrato era solito essere ricoperto da una nebbia fitta e candida che non accennava a volersi diradare. In essa si disperdevano il rosso e l’arancione dell’alba, mentre il sole sorgeva alle mie spalle. Poi la mia parte preferita. I ponti infiniti che mi ricordavano quelli delle fiabe. Quanto ho sognato che una volta attraversati non ci avrei ritrovato i familiari uliveti e l’albergo dimesso da decenni, ma un posto nuovo, degno di essere lo sfondo di una storia degna di nota, degno di essere un logo impregnato di magia.

Poi un giorno la magia ha smesso di essere solo una vaga bramosia. È venuta a trovarmi in un mondo imperfetto, al quale non appartiene, sotto forma di sacra normalità e modesta pazzia.

Era un giorno come tanti, che potrebbe essere oggi, domani o ieri. Perchè come mi ha cambiato la vita allora potrebbe cambiarla ancora in qualunque momento. Ricordo di aver visto il ponte, e sotto di esso la mia nebbia soffice come zucchero filato, e poi una figura vestita di scuro, un ragazzo indistinto che si lanciava nel vuoto.

Per un attimo il mio fiato si spense sul colpo, mi girai perchè ero convinta che tutti avevano visto quello che io avevo visto, ma nessuno sembrava turbato. Continuavano le loro vite monotone nascosti dietro le cuffie con la musica a palla, e nascosti dietro chiacchiere inutili che io non avrei mai potuto comprendere.

Ma io l’avevo visto davvero. Avevo visto il ragazzo che si lanciava dal mio ponte, nella mia nebbia, nella mia vita. Sentivo come se mi parlasse attraverso quel gesto, come se mi volesse dire qualcosa, che continuavo a non voler sentire.

Credetti che fosse stato un sogno. Poi mi accorsi che invece era un appuntamento fisso. Tutte le mattine, quando io mi trovavo esattamente sul primo ponte, lui si gettava dal secondo, tutte le mattine mentre io sedevo nel medesimo posto al sicuro dal mondo, lui si trovava in cima al precipizio, e non esitava, nemmeno un attimo.

Solo con i giorni mi sono resa conto che era legato a una spessa fune e che quello che svolgeva era un lavoro meticoloso e preparato.

Alle sette e trentadue minuti si gettava nel vuoto.

Alle sette e trentadue minuti io mi trovavo sulla strada proprio dove il primo ponte si congiungeva con la terra solida. Quando ero a metà del viadotto lui scompariva nella nebbia.

Con i giorni compresi anche che aveva il tempo necessario per smontare le corde che lo tenevano avvinghiato nella caduta e salire in macchina.

Alle otto e due minuti era davanti alla scuola, alla mia scuola.

Alle otto e due minuti io stavo varcando la porta del liceo.

Io non avevo vissuto niente di speciale in quel lasso di tempo, lui aveva vissuto quanto di più eccitante avrei mai osato compiere nella mia intera esistenza. Lui si era sentito vivo, io sentivo solo il male d’esistere.

Lui era uguale a me, eppure tutte le mattine si gettava da un ponte, io, invece, mi sedevo su un pullman azzurro, poggiavo la fronte al vetro congelato, e mi lasciavo trasportare dalla vita, lui, invece, trascinava la vita con sè. Lui era vita. Io solo un riflesso di quella che sarei dovuta essere, di quella che avrei tanto voluto essere.

Il ragazzo forse era solo magia nera, o immaginazione, o chissà cos’altro, forse era una personificazione macabra del coraggio: la bramosia di infinito ed avventura.

La mia vita da allora, mutò. Pochi secondi di coraggio bastano per stravolgere un mondo che si crede di conoscere a pieno, pochi minuti di coraggio invertono ordini che nelle vite si credevano prestabiliti.

Adesso, ogni volta, guardo con ammirazione e nostalgia quel ponte, le cui fondamente si perdono nell’acqua e nella nebbia.

Acqua e nebbia. Da allora non ho più paura di tuffarmi, non ho più timore di non riuscire a vedere altro che buio e sentire altro che suoni ovattati.

Forse la leggenda di quel ragazzo che ogni mattina si lanciava da un ponte, sprezzante della vita e incurante della paura, non era mai stata una leggenda. O forse le leggende hanno sempre un pizzico di verità. Un fondamento solito è ben radicato alla realtà. Forse ancora esiste quell’ombra luminosa che sussurra da lontano: non avere paura di vivere.