Il sud e l’Italia: il desiderio di fuggire e la voglia di tornare, tra De crescenzo e Daniele Silvestri

Qualcuno si sente veramente italiano?

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Il termine polinesiano tavaka– leggo su la Lettura, nell’articolo di Adriano Favole “Il desiderio di fuggire”- significa viaggio e fuga allo stesso tempo. È il desiderio di partire, di lasciare i tranquillizzanti ma ristretti confini dell’isola, di spingersi verso un orizzonte ignoto […] sperando di arrivare altrove– ed ancora, qualche rigo più giù- Nel nostro immaginario antropologico, soprattutto in relazione alle società cosiddette tradizionali, prevale l’idea che gli esseri umani siano saldamente affezionati ai loro costumi e modi di vita. […] Eppure, ai campanili dell’etnocentrismo fanno da contraltare, in ogni cultura, i desideri o le necessità della fuga, le brecce, la sensazione, in alcuni, di essere prigionieri di una viscosità sociale eccessiva.

Nel leggere queste parole, sebbene l’oggetto dell’articolo sia in fondo un altro, mi viene da pensare al sud.

Il meridione, il mezzogiorno. Mezzogiorno è l’ora in cui il sole raggiunge il punto più alto nel cielo, risplende con tutta la sua forza, sapendo che poi piano piano dovrà calare. A mezzogiorno le ombre quasi non esistono, si rintanano, tutto fa meno paura, tutto è gioia. Il sud è il sole, il mare, le vacanze, i turisti d’estate che affollano spiagge e borghi; il sud è la lentezza, l’orario spezzato, le famiglie numerose, i pranzi quasi senza fine.

Il sud è “caratteristico”, è folklore, come piace ai più dire.

Ma dopo il giorno arriva il buio, e dopo l’estate l’inverno. Il meridione è un ossimoro, una contraddizione continua, un odi et amo catulliano. Al sud le ombre esistono, eccome, e fanno paura. Il mezzogiorno è pure il lavoro che non c’è, le raccomandazioni, le “mazzette”, la mafia (o camorra, o ndrangheta, o società: perchè anche per una cosa tanto meschina dobbiamo usare nomi diversi, ma, come dice qualcuno, semp chell è). Quindi che si fa? Si va. Partire, andare, lasciare è necessità, anzi è un desiderio nascosto dietro il dito della necessità. E dove si va? Al nord: è velocità, efficienza, smart&start, il motore dello stivale. Si studia meglio, si vive meglio, la criminalità non c’è ed il lavoro sì.

Per dirla come il Professor Bellavista di De Crescenzo, il sud è un uomo d’amore, il nord è un uomo di libertà.

Gli uomini di libertà preferiscono fare l’albero di natale, gli uomini d’amore il presepe. Gli uomini di libertà amano fare la doccia, gli uomini d’amore, invece, preferiscono farsi il bagno. La doccia è milanese perché ci si lava meglio, consuma meno acqua e fa perdere meno tempo. Il bagno invece è napoletano: un incontro con i pensieri, un appuntamento con la fantasia.

Inspiegabilmente poi, quando si è su, tutte quelle differenze si avvertono e verso quelle che sembravano manchevolezze, difetti, un po’ si prova nostalgia.

Mancano il cibo, certe abitudini, il dialetto ed i modi dire che non si possono più usare, perfino il cielo, l’aria, la terra. Manca il sud, manca casa. Ecco la contraddizione: il desiderio di fuggire e la voglia di tornare. Ci si sente come il cavaliere del “Ritorno al castello” di De chirico : un’ombra (quell’ombra che compare al crepuscolo, perchè a Return to the castle (ritorno al castello), Giorgio de Chirico, 1969, oil on canvas, national gallery of modern art, Rome, Italy. : Stock Photomezzogiorno non potrebbe esserci) dai contorni frastagliati, a cavallo, sul pontile che porta al castello, a casa, alle origini.

Un meridionale che prende un treno o un aereo per tornare “giù” è come quel cavaliere.

Per tornare a citare De Crescenzo, però, si è sempre i meridionali di qualcuno: oggi l’Italia, in quella nuova nazione che è l’Europa, è un po’ il nuovo meridione, contenente altra terra, altro mare (eh sì, il mare c’è anche al nord!). Ora sono le parole di una canzone a venire in mente, una canzone scritta da un milanese, non un meridionale, e poi ricantanta da un romano, e non due qualsiasi.

Questo bel Paese
pieno di poesia
ha tante pretese
ma nel nostro mondo occidentale
è la periferia.

Anche in questo caso che si fa? Si parte, si va, si lascia. Un nuovo desiderio necessario di fuga. E quel romano lì (Daniele Silvestri, chi altri se no?) ha poi cantato, come a dare un seguito a quelle altre parole:

Mi sono rotto, io mi sono rotto,
non ho più voglia di abitare lo Stivaletto
non ha più senso rimanere grazie di tutto!

Come a dar voce a tanti, come sempre, che non cantano, ma pensano, vivono e pagano il prezzo della contraddizione italiana. Poi di nuovo l’ossimoro, la voglia di tornare, la mancanza di casa. L’italia è un po’ un nuovo sud e come il sud è sempre ossimoro, è sempre odi et amo.

Io non mi sento italiano (del sud), ma per fortuna o purtroppo lo sono(?)