Intervista a Enrico Teodorani, scrittore e fumettista

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Di seguito riportiamo l’intervista ad Enrico Teodorani.

VDP – Come avvenuto il tuo esordio professionale nel fumetto?

ET – Quando ero solo un ragazzino mi sono proposto, sebbene non avessi alle spalle alcuna esperienza professionale, come autore all’Edifumetto, casa editrice specializzata in fumetti per adulti. Semplicemente ho inviato per posta alcuni miei lavori a fumetti, e Renzo Barbieri, l’editore, mi ricontattò quasi subito telefonicamente.

VDP – Come furono quelle prime esperienze?

ET – La mia aspirazione originaria sarebbe stata quella di fare esclusivamente l’autore completo, testi e disegni, ma poi ho finito per fare soprattutto lo sceneggiatore, in particolare per la serie “La Poliziotta”, scrivendo storie per altri. Però ho pubblicato anche storie auto-conclusive su serie che non avevano un protagonista fisso. Fortunatamente Barbieri puntava molto sugli autori giovani, guardando alle capacità, senza badare troppo al curriculum precedente. Ovviamente questo gli permetteva di pagare un autore “giovane” molto meno di quello che avrebbe pagato a tavola un autore affermato.

VDP – Come nacque Djustine, il tuo personaggio a fumetti più famoso?

ET – Quando creai Djustine, nella seconda metà degli anni Novanta, volevo trasporre a fumetti in chiave ‘spaghetti-western’ Justine, l’eroina-vittima di De Sade: lo stesso nome del personaggio è una fusione fra Django, una delle più importanti icone del western all’Italiana, e Justine. Purtroppo però nessuna delle pubblicazioni con cui collaboravo all’epoca voleva ospitare sule proprie pagine una cosa del genere. Solo un paio di fanzine a bassissima tiratura pubblicarono i primi due episodi, ma i curatori mi fecero capire che – visti i temi trattati – avrebbero preferito non pubblicarne più, invitandomi a produrre cose di altro tipo.

Così, dopo un po’, decisi di pubblicarla io stesso su albi fotocopiati che distribuivo principalmente per posta e che raccoglievano varie storie brevi.

La trasformazione in un fumetto seriale – per quanto con uscite aperiodiche – rese Djustine una moderna erede di certe eroine dei tascabili a fumetti sexy-western degli anni Sessanta/Settanta che io amavo particolarmente e di cui all’epoca non sembrava ricordarsi più nessuno come Vartàn, Walalla o la Vergine Nera. Pian piano il ‘tam tam’ fra gli appassionati fece diventare Djustine un piccolo fenomeno ‘di culto’: gli appassionati italiani di tascabili per adulti ‘d’epoca’ vedevano nei miei albi fotocopiati la rinascita di un certo tipo di fumetto che pensavano fosse oramai sepolto, mentre gli appassionati americani di bondage e fetish a fumetti rintracciavano delle analogie con le pubblicazioni in fotocopia che in anni precedenti erano state diffuse da maestri come John Willie, Irving Klaw o Eric Stanton, tanto che venni da più fonti definito ‘il John Willie italiano’.

Questa venerazione del personaggio da parte di un piccolo ma agguerrito numero di fan sparsi in tutto il mondo col tempo smosse l’interesse degli editori, in primis dell’americana Carnal Comics, che ha poi pubblicato Djustine in USA nella serie Djustine: Tales of the Twisted West, e in Italia dalla Coniglio Editore, che ha subito dedicato a Djustine un volume della collana “I Classici dell’Erotismo”, cosa alquanto inusuale per un fumetto che in Italia non aveva mai goduto di una pubblicazione ufficiale, considerando anche che tale collana in precedenza aveva ospitato solo fumetti erotici già apparsi su riviste d’autore e firmati da nomi molto noti al grande pubblico come Solano Lopez o Giovanna Casotto.

Coniglio ha poi iniziato a serializzare le nuove storie sulla rivista X Comics e ha fatto uscire anche un secondo volume dei Classici dell’Erotismo dedicato a Djustine, e in seguito si sono aggiunte le pubblicazioni della EF Edizioni in Italia e della AC Comics e della Virus Comix in USA.

VDP – Come sei riuscito a pubblicare contemporaneamente con così tanti editori?

ET – Il motivo per cui Djustine e altri i miei personaggi a fumetti venivano pubblicati – anche contemporaneamente – da diversi editori è che io ne detenevo e tuttora ne detengo tutti i diritti, compresi quelli di edizione: anche quando non facevo più fumetti autoprodotti in senso stretto, su tutti i miei albi – sia italiani che americani – c’era il marchio B-Brand Comix, che è lo stesso marchio che usavo sugli albi in fotocopia, come se fossero di una vera e propria casa editrice. Sugli albi in fotocopia ero editor di me stesso e facevo le storie che volevo.

Quando successivamente realizzai fumetti di quegli stessi personaggi per degli editori, sia italiani che americani, nulla cambiò: ebbi la forza contrattuale per rimanere editor di me stesso, mantenere tutti i diritti su storie e personaggi e scegliermi eventuali collaboratori. L’editore si limitava a pubblicare un prodotto che io gli fornivo finito, quindi è un po’ come se gli sub-appaltassi la pubblicazione di un albo B-Brand Comix. E i miei lettori sapevano che – nonostante l’editore cambiasse di volta in volta – se trovavano il mio marchio, quell’albo era un albo B-Brand Comix, ed era come se la casa editrice che l’aveva prodotto fosse sempre la stessa.

VDP – Fra i lettori di Djustine c’erano molti grandi del fumetto, alcuni persino insospettabili…

ET – Sì, ad esempio Sergio Bonelli, che era un mio lettore fin dall’epoca degli albi in fotocopia, definì il personaggio di Djustine “uno dei più importanti del fumetto alternativo italiano”.

VDP – Leggendo i fumetti di Djustine, una pistolera vestita di nero che spesso si trascina dietro una bara dove dentro è nascosta una mitragliatrice, traspare tutto il tuo amore per il western all’italiana…

ET – Come dicevo il modello di ispirazione fu Django, primo western iperviolento della storia, che nel 1966 segnò uno spartiacque nella storia del western all’italiana. Presentava un west cupo e sinistro, al contrario delle precedenti pellicole ispirate al modello di Sergio Leone, violente, sì, ma solari.

VDP – Oltre che per il western, nelle tue storie è evidente la tua passione anche per il genere horror…

ET – Beh, credo che ciò che più ti influenza, anche inconsciamente, sia ciò che vedi o leggi da bambino, e inevitabilmente, agli occhi di un un bambino, i film che più colpiscono l’immaginario sono i film dell’orrore o comunque di genere fantastico. Ricordo, ad esempio, che vidi per la prima volta il film a episodi “I tre volti della paura” di Mario Bava da bambino, in televisione. Non rammento come mai, ma ero rimasto solo in casa, e fuori infuriava un temporale.

Inutile dire che mi terrorizzò e che non riuscii a vederlo fino alla fine: fui costretto a spegnere il televisore nel timore di essere poi perennemente perseguitato da incubi. Però poi diventò uno dei miei film horror preferiti, specie l’episodio “I Wurdalak”, con Boris Karloff, impreziosito da una fotografia elegante e suggestiva che rappresenta, insieme forse solo ad alcune cose fotografate in Technicolor da Jack Asher per i film della Hammer diretti da Terence Fisher, il non plus ultra della poesia visiva nel cinema fantastico. E, per uno strano gioco del destino, una della band che ho amato di più nell’adolescenza, i Black Sabbath, ha preso il nome proprio dal titolo inglese di questa pellicola.

VDP – Quale pensi sia il film horror che più ha influenzato la tua produzione a fumetti?

ET – Si tratta di un film di cui solitamente la critica tende a parlar male: “Frankenstein contro l’Uomo Lupo”, pellicola diretta nel 1943 da Roy William Neill e interpretata da Lon Chaney Jr. nei panni dell’Uomo Lupo e da Bela Lugosi in quelli del mostro di Frankenstein. Ho amato questo film alla follia, quando lo vidi da bambino. L’inizio, con la tomba di Larry Talbot che viene razziata e con il defunto che ritorna in vita trasformandosi in licantropo e aggredendo i predatori, è una delle scene che più mi è rimasta impressa fra le mie visioni di piccolo cinefilo.

E poi c’era anche il brivido della scoperta di un film dove i mostri classici si incontravano, un po’ come i “crossover” nei fumetti di supereroi che avevo appena cominciato a leggere. Certo, rivista oggi, la pellicola non è esente da difetti, ma le qualità spettacolari e la straordinaria mise en scène macabra superano di gran lunga i demeriti. Inoltre, se non ci fosse stata la visione di questo film in tenera età, non sarebbero nati, più tardi, molti dei miei vecchi fumetti horror dove ho fatto mio il concetto di “All Monsters Together!” sviluppato dalla Universal negli anni Quaranta, e anche solo per questo devo dire grazie a Roy William Neill, a Lon Chaney Jr., a Bela Lugosi e, soprattutto, a Curt Siodmak, lo sceneggiatore.

VDP – Anche nella tua produzione di scrittore di narrativa non mancano le influenze cinematografiche: diversi critici hanno accostato i tuo racconti di genere “gotico romagnolo” a “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati o addirittura a Fellini…

ET – In realtà credo che il paragone, da parte di certi critici, nasca per l’ambientazione romagnola: quando scrivo racconti le influenze sono più quelle letterarie che cinematografiche. Ovviamente conosco bene sia il film di Avati che l’intera filmografia di Fellini, quindi non posso escludere categoricamente una qualche influenza inconscia.

VDP – Se dovessi citare però almeno un film che ti ha influenzato quando scrivi narrativa?

ET – Se proprio devo dirne uno, cito un altro film visto in televisione da bambino: “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman. Le figure del cavaliere e della Morte nerovestita che giocano a scacchi sulla spiaggia, in riva al mare, nella plumbea fotografia in bianco e nero di Gunnar Fischer, hanno infestato per anni le mie fantasie. Ma l’influenza sui miei racconti, se mai questa influenza ci potesse essere, non deriva da elementi estetici, come succede per i film che influenzano i miei fumetti, ma deriva piuttosto dal dialogo fra il cavaliere e la strega-bambina e dalle successive parole dello scudiero Jons, mentre ormai è acceso il rogo: “Chi veglia su quella bambina? Gli angeli, Dio, il diavolo, o soltanto il vuoto? Guarda i suoi occhi, signore. La sua povera coscienza sta facendo una scoperta: il Vuoto sotto la luna.

Siamo qui impotenti, con le braccia inerti, perché vediamo quel che vede lei e il nostro orrore è uguale al suo”.