Fabrizio amava il rituale del mattino. Svegliarsi presto col suono delicato della sveglia, aprire lentamente gli occhi, avvicinarsi alla finestra per guardare fuori.

Di norma, a quel punto, scivolava silenzioso verso la stanza da bagno, ben attento a non svegliare moglie e figli. Si concedeva una veloce lettura dei quotidiani online seduto sulla tazza, coi gomiti ben piantati poco sopra le ginocchia, dopodiché, con le gambe addormentate, si infilava in doccia. Il vapore emanato dall’acqua bollente era il primo a dargli il buongiorno. Veniva puntualmente seguito dal fischio della moka che metteva sul fuoco, mentre sceglieva con cura i biscotti con cui accompagnare la colazione. Solo e soltanto fatto tutto ciò, Fabrizio sarebbe tornato in camera da letto. Avrebbe trovato la moglie ancora addormentata, ma meno profondamente rispetto al suo risveglio. Amava disturbarla solleticandole la pianta del piede che sbucava dalla trapunta, ricevendo per tutta risposta uno sbuffo e una pedata di rimando.

La simpatia del primo mattino. La scelta del vestiario era il punto cruciale del rituale.

Non si trattava solo di scegliere che cosa indossare, ma anche di scegliere con che fragranze e profumi accompagnare i capi selezionati per la giornata. Bagnoschiuma, deodorante e acqua di colonia dovevano essere rigorosamente intonati tra loro, o almeno facenti parte della stessa marca. Odiava profumarsi con cosmetici spaiati o ,peggio ancora, dissonanti tra loro. Prima di vestirsi, si rimirava davanti allo specchio, portando indietro con attenzione il ciuffo impomatato, suo vero e proprio marchio di fabbrica fin dai tempi dell’università. All’epoca, era soprannominato “Grease” per un motivo ben preciso, ma si guardava bene dal raccontarlo alla sua famiglia. Non avrebbero capito.  Quella mattina di Settembre, Fabrizio scelse con attenzione la camicia, optando per un bel capo azzurro cielo con colletto bianco.

Decise di accompagnarla con un bel completo grigio, un vestito elegante che aveva indossato al matrimonio del cugino qualche anno prima.

Peccato che poi avesse divorziato, lei sembrava proprio una brava ragazza. Brava era anche brava, solo che lo era in altre cose.  Si diresse verso il salotto, con le scarpe nere ben strette in mano. Una bella lucidata prima di uscire è proprio quello che ci vuole, pensava sempre. Bisognava essere impeccabili in ufficio, soprattutto il primo lunedì del mese. Asproni, il suo area manager, aveva deciso che il primo lunedì del mese sarebbe stato dedicato alla giornata ricreativa aziendale”, o almeno così amava chiamarla. Dalle sedici alle diciassette, tutti i dipendenti del reparto commerciale avrebbero svolto un’attività ricreativa scelta dall’Asproni in persona. Mica male. Spesso e volentieri si era trattato di semplici cineforum, di dibattiti letterari o di tornei di Scarabeo.

Era importante dimostrarsi ben disposti, ma soprattutto molto divertiti.

L’Asproni era molto attento alle reazioni dei suoi impiegati, le annotava tutte in taccuino rosso che portava sempre appresso. Il primo Lunedì del mese, quindi, secondo Fabrizio, era richiesto un maggior gusto relativo al vestiario. Si sedette sul divano, con le scarpe ancora strette in mano, il lucido pronto ad essere utilizzato. Diede una passata vigorosa alla superficie scura, e per la verità già lucida. Le guardò soddisfatto da più angolazioni, gongolando per il lavoro svolto. Fu solo in quel momento che si accorse con orrore del suo calzino sinistro, in particolar modo di come il suo alluce sbucasse fuori dalla stoffa. Impossibile. Un calzino bucato. Non se ne era minimamente accorto durante il preciso rituale di vestizione. Una disattenzione fin troppo grave per uno come lui, pensò. Diede un rapido sguardo all’orologio.

Un quarto alle otto. Aveva cinque minuti per uscire di casa, prima di essere ufficialmente in ritardo.

Poggiò le scarpe a terra e si guardò attorno morsicandosi il labbro inferiore, indeciso sul da farsi. Un calzino bucato non è certo un pantalone sgualcito, pensò. Non è nemmeno una camicia macchiata, o una cravatta legata a carciofo. Non è nemmeno una giacca consumata dal tempo. Fece spallucce e optò per la soluzione più classica, ovvero nascondere la polvere sotto al tappeto. O il calzino sinistro dentro la scarpa, nel suo caso. Riacquistò subito il buonumore riallacciando le sue preziose scarpe perfettamente lucidate. Tirò un sospiro di sollievo, infilò il cappotto, afferrò le chiavi della macchina e si diresse al garage del piano interrato. Era molto fiero della pulizia della sua auto, una bella Audi che lo guardava con affetto dal suo posto auto. O almeno questo era ciò che a lui piaceva immaginare ogni mattina, soprattutto ogni primo Lunedì del mese.

La giornata ricreativa aziendale lo attendeva.

Ripassò mentalmente il piano della giornata mentre guidava verso l’ufficio. L’assistente vocale del suo smartphone lesse per lui ad alta voce il contenuto della prima mail del giorno. La voce robotica e confortante di Siri gracchiò dagli speaker della macchina:

Buongiorno, Fabrizio.

E’ con grande piacere che ti ricordo la partecipazione obbligatoria alla giornata ricreativa aziendale mensile fissata per oggi, dalle 16 alle 17. Padiglione 5. Grande sorpresa per tutti i dipendenti. Si prega di partecipare muniti di grande positività ed entusiasmo. Ogni atteggiamento differente verrà prontamente annotato e segnalato ai capi reparto.

Con stima.

Vincenzo Asproni.”

“Con stima un cazzo, bastardo”, fece Fabrizio.

“Mi scusi, non ho capito”, ripetè Siri.

Stupidi telefoni. Parcheggiò al suo solito posto, di fronte al Padiglione 3, dove poi era collocato il suo reparto e il suo ufficio, un cubicolo dotato di telefono, computer e stampante in comune con altri due impiegati. Il massimo della vita. Controllò l’aspetto del suo vestiario nel riflesso del finestrino, dopodiché si diresse verso gli ascensori. Divise la sua corsa verso l’alto con una donna mai vista prima, vestita con un tailleur rosso, così come rosse e affilate erano le sue unghie.

La giornata ricreativa aziendale non faceva sconti proprio a nessuno, non conosceva alcuna differenza, né di sesso e né di età.

L’Asproni aveva tutti in pugno. Salutò distrattamente qualche collega, raggiunse la scrivania e passò le due ore successive battendo a computer pratiche e documenti che ai suoi occhi apparivano ormai risaputi e stanchi. Anni e anni di esperienza nel settore commerciale della stessa azienda lo avevano temprato a dovere contro il nemico fenomenale che può essere la routine, accompagnata dalla noia, sua preziosissima alleata. A queste due caratteristiche, col passare degli anni, subentrava poi una variante più profonda ed intensa, ovvero il fallimento sociale, status che tutti gli impiegati prima o poi devono affrontare. Fabrizio poteva sentirne l’odore, lontano ma non troppo, a qualche curva di distanza. Pausa gabinetto.

Da contratto, del resto, ne aveva diritto.

Si sedette comodo sulla tazza, premendo con i gomiti poco sopra le ginocchia, proprio come al mattino. Controllò rapidamente le mail sullo smartphone. Fattura, fattura, fattura. Pubblicità, sito di incontri, allungamento del pene. Niente di nuovo sul fronte occidentale, insomma. Ripose lo smartphone nella tasca dei pantaloni, calati alle caviglie, e chiuse gli occhi. Congiungersi con la natura espletando i propri bisogni è pur sempre meraviglioso, a casa così come in ufficio. Si sentì pervadere da un senso di benessere generale, di frescura. La sentiva partire dal basso, dai piedi fino alle caviglie. Era una sensazione meravigliosa, così vivida da essere praticamente reale. Fin troppo reale. Aveva i piedi bagnati. Aprì gli occhi di scatto e osservò il pavimento con orrore.

Era completamente bagnato. Il tubo di uno dei gabinetti vicini doveva aver ceduto di colpo, così da allagare tutto il locale.

Si tirò su le braghe in fretta e furia e abbandonò il bagno senza nemmeno preoccuparsi di tirare lo sciacquone. Trovò di fronte a sé, all’uscita dai bagni femminili, la donna dal tailleur rosso. La sua sorte non era stata migliore. Reggeva le proprie scarpe, ormai zuppe, in mano e si guardava attorno con aria addolorata e prossima al piagnisteo. Fabrizio sentì i propri calzini bagnati fradici. Avrebbe dovuto prendere esempio dalla donna del tailleur rosso. Si sarebbe tolto le scarpe e avrebbe fatto asciugare i piedi, evitando così un malanno assicurato. Si chinò per slacciare le stringhe, ma si bloccò d’istinto. Lo vide nella sua mente, pur senza vederlo con gli occhi.

Il suo calzino sinistro bucato, l’alluce che fa capolino dalla stoffa nera con lo stesso entusiasmo di un animale che esce dalla porta di casa per vedere com’è fatto il pianerottolo da cui sente sempre provenire rumori bizzarri. Non poteva togliersi le scarpe, di questo era certo. Tornò a capo chino verso il suo cubicolo o ufficio che dir si voglia, grattandosi nervosamente il collo e facendo “ciaff ciaff” con le scarpe zuppe. Fu il Ghisoni, suo compagno di stampante , a farglielo notare.

“Fabri, se non ti togli le scarpe e non ti asciughi, allora ti becchi un bel malanno. Un bel malanno all’acqua di cesso”.

Si allontanò, ridendo da solo della propria battuta priva di alcun senso o spirito. Fabrizio si sedette alla scrivania. Aveva freddo alle piante dei piedi, pensò. Era un pensiero stupido e assurdo, mai nella vita si sarebbe aspettato di formularlo, se non in vacanza al Circolo Polare Artico, viaggio sicuramente non in programma nell’itinerario di famiglia. Sua moglie odiava il freddo, i suoi figli odiavano tutto quello che invece poteva interessare a lui. Tornò a battere a computer come un ossesso, ignorando la calza zuppa appiccicata alla pelle raffreddata e con un principio di irritazione a causa della stoffa bagnata e pruriginosa.

Tenne d’occhio l’ora con costanza, voglioso di scappare in mensa per il pranzo, così da non pensarci più, o almeno così da pensarci a stomaco pieno. Il modo migliore per affrontare un problema era farlo con un bel piatto di lasagne, per quanto quelle della mensa fossero gommose e insipide. Le tredici arrivarono con una lentezza esasperante. Fabrizio abbandonò il suo mondo di pratiche e fatture per recarsi alla mensa. Il “ciaff ciaff” delle scarpe era diminuito, ma il prurito ai piedi si era fatto via via più insistente, così tanto da invogliarlo a togliersele ed ignorare il calzino bucato, di fronte a tutti i colleghi. Si fece servire un piatto di lasagne di gomma, si sedette al tavolo da solo e mangiò senza alcun entusiasmo.

La magia giornata ricreativa aziendale si stava dissolvendo come vapore nell’aria.

Il guasto al gabinetto era stato un colpo basso che la vita non avrebbe dovuto giocargli, così come in fondo lo era stato anche il suo calzino sinistro bucato. Sarebbe bastato poco. Per esempio cambiarlo con uno sano, ma ormai importava poco. Spinse da parte il piatto con un’espressione piatta in viso e si diresse verso il cortile esterno per fumare una sigaretta, sua vecchia abitudine dopo i pasti gommosi. Giunse in strada, guardandosi attorno e saggiando l’aria a pieni polmoni. Smog, smog e smog. La città era come sempre un crogiuolo di sorprese infinito. Si accese una paglia e la assaporò con lo stesso entusiasmo impiegato per la lasagna gommosa.

Tirò tanto per tirare, così da finirla il prima possibile e tornare dentro per lavorare. Le sedici non si sarebbero fatte da sole.

Passò una donna con un cagnolino al guinzaglio, vestito corto a sfidare l’aria non più così calda di settembre. Un chihuahua la precedeva con andatura malferma, come se si dovesse ribaltare da un momento all’altro. Fabrizio se la rise sotto i baffi. Sembrava uno di quei giocattoli brutti per bambini, di quelli  che sbandano per poi andare a sbattere con un gran rumore contro il muro, finendo in mille pezzi. Suo figlio ne andava matto quando era piccolo. Ultimamente era fissato col computer, Internet e la porta della cameretta chiusa a chiave. Non serviva poi tanta immaginazione. Fabrizio passò dal cane al sedere della sua padrona, sodo e ben formato, probabilmente tornito da tante ore di palestra ed esercizio fisico. L’essere sposato non gli impediva certo di guardare.

Eppure, a guardare meglio, si sarebbe risparmiato il terzo dispiacere della giornata.

Fece per tornare sui suoi passi, ma proprio così fece il passo sbagliato. Il chihuahua non si era fatto problemi a sganciare proprio dietro di lui, così come la padrona dal bel sedere non si era fatta troppi problemi a lasciare il ricordino proprio lì, a poca distanza dalle sue scarpe perfettamente tirate a lucido. Imprecò a denti stretti, temendo di sapere con quale scarpa avesse pestato la merda di cane. Sinistra, ovviamente. Rientrò in ufficio, consapevole che non avrebbe potuto togliersela per lavarla. Non solo ora nascondeva un alluce sbucante da un calzino, non solo il suo interno rimaneva umido per via del cesso allagato, ma ora era anche sporca di merda in maniera irrimediabile. Il tutto nel primo Lunedì del mese.

La giornata ricreativa aziendale era davvero diventata un incubo.

Entro due ore, tuttavia, pensò che si sarebbe ritrovato a giocare a Scarabeo sotto l’egida sacra del buon Asproni, col Ghesizzi che avrebbe usato Google sotto il tavolo per cercare qualche parolone difficile, la Perlini che avrebbe sbadigliato per tutto il tempo e il Fistoni che avrebbe tenuto il broncio, guardando l’orologio ogni trenta secondi. Si sedette alla sua scrivania, ovviamente per battere di nuovo al computer. Meno un’ora allo spazio tanto atteso. Pensò ad Asproni nel suo ufficio, intento a roteare sulla poltrona girevole come un bambino in attesa di uscire a giocare con gli amici. In fondo che cos’era quella maledetta giornata creativa se non un sadico modo di tenere tutti sul filo del rasoio? Tutti più attenti, tutti vestiti meglio, tutti pronti a farsi dare ordini, ma in maniera più gentile, in nome del sano svago aziendale.

Un paio di palle.

Un quarto alle sedici. Fabrizio abbandonò la scrivania e imboccò il corridoio che collegava il suo padiglione al Padiglione cinque, luogo designato per ospitare la consueta rassegna. Molti colleghi erano già riuniti sul posto, seduti attorno ai tavoli. Nell’aria aleggiava uno strano odore, come di incenso. Fabrizio si sentì estremamente rilassato. Inspirò e chiuse gli occhi. L’incenso lo penetrò con gentilezza, calandolo in uno stato di pace interiore non proprio ad una giornata così piena di avvenimenti spiacevoli. Pensò che in fondo il calzino sinistro bucato non sarebbe mai stato un problema se collocato all’interno del gigantesco disegno che era l’Universo. Il cesso allagato era cosa di poco conto se paragonato alle teorie quantistiche che l’incenso stava risvegliando in lui.

E la merda di cane?

Bazzecole. Era importante vivere il momento e rilassarsi. Il peggio era passato, si disse interiormente. Sorrise ad ampio spettro quando aprì gli occhi e vide l’Asproni, piccolo e paffuto, percorrere il padiglione con aria soddisfatta, sfregando le mani. Non vedeva l’ora di prendere parola, e si vedeva. Eccome, se si vedeva.

“Cari impiegati, benvenuti al nostro tanto atteso pomeriggio ricreativo in azienda. So che come ogni mese non starete nella pelle. Scommetto che non vedete l’ora di conoscere la sorpresa che vi ho preparato”.

Ghesizzi tossì, nervoso. Fistoni aveva già iniziato a guardare l’orologio. Era tutto perfetto. Fabrizio sentiva ancora l’incenso solleticargli le narici.

“Signori miei, è con piacere che vi annuncio di essermi davvero superato questa volta”, riprese l’Asproni.

“Oggi ho deciso di lasciare da parte lo Scarabeo e il cineforum per qualcosa di più introspettivo. Amici miei, per la giornata ricreativa aziendale di oggi, vi ho organizzato una sana seduta di Yoga!”

Fabrizio aveva sempre voluto provare lo Yoga. Inizialmente anche sua moglie, poi aveva scoperto che avrebbe potuto essere un loro rinnovato interesse in comune, quindi si era tirata indietro. Yoga e incenso. La giornata si stava per risolvere in maniera più che piacevole, chi lo avrebbe mai detto?

“In fondo alla sala, amici miei, troverete dei tappetini ad aspettarvi. Prendeteli e toglietevi le scarpe, non siate timidi!”.

Porca puttana.