Le radici formano un albero

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Le radici formano un albero


“Ciao sono Tisa, ho 16 anni e oggi inizierò il mio viaggio verso la libertà…”, queste sono le prime parole che leggo sul mio diario, parole che hanno ormai 10 anni, ma in tutti questi ho continuato a leggerle e ho continuato a crederci. Finalmente dopo 10 anni ho raggiunto quella lontana, ma altrettanto desiderata, libertà, quella libertà per cui ho dovuto soffrire e che mi ha giocato brutti scherzi, quella libertà che era come l’orizzonte. Ho affrontato un viaggio dove più andavo avanti più diventava difficile: in Libia subì ogni tipo di abuso, la mia schiena porta i segni indelebili di questi. Come l’abbraccio dei miei genitori, riesco a sentire anche la frusta che con violenza si abbatteva sulla mia schiena, ho ancora nelle orecchie le urla di dolore degli altri detenuti e sento ancora quelle mani indesiderate sulle mie cosce che dopo si facevano strada senza ritegno.

Ma partiamo dal principio.

Il giorno in cui ho scritto quelle parole partii da casa mia che si trovava in un piccolo villaggio Somalo ormai devastato dalla guerra. Salutai mia madre e mio padre con un abbraccio indimenticabile; riesco ancora a sentire le loro braccia calde che avvolgono il mio esile corpo. Dissi addio anche al mio piccolo fratellino Halas (aveva solo 3 anni era troppo piccolo per intraprendere un viaggio del genere), inevitabilmente mi misi a piangere, le mie lacrime caddero a terra e bagnarono quel terreno arido ricoperto dalla terra rossa.

Salii sul furgone ancora vuoto, ma che dopo si sarebbe riempito di persone.

Mentre il furgone si allontanava dalla mia casetta tutti i ricordi che avevo mi riaffiorano in mente, attorno a me c’era un villaggio devastato dalla guerra, ma io riuscivo a vederlo come era prima che la guerra lo raggiungesse, vedevo i bambini che giocavano tra loro, le donne che andava chiacchierando felici a prendere l’acqua nel pozzo del villaggio, le galline che ruzzolavano in libertà…Dopo qualche ora il sole, ormai stanco, si rifugiò dietro le montagne e ci fu un bellissimo tramonto che illuminava appena un branco composto da qualche zebra, ormai quasi scomparse per colpa della guerra e della siccità.

Quel paesaggio composto da basse montagne e qualche ciuffetto di erba qua e là e quella terra rossa, quella terra su cui camminavo ogni giorno, sulla quale disegnavo fin dalla tenera età, quella terra che misi in una bottiglia prima della partenza e mi promisi che sarebbe rimasta con me per il resto della mia vita. Stavo lasciando la mia famiglia, il mio villaggio, la mia patria e un senso di vuoto si accese dentro di me, era come se un pezzo del mio cuore si fosse tolto, lasciando così un buco. Ancora adesso ho quel vuoto perché né la Francia, né l’Italia, né la Germania possono coprire un buco a forma di Somalia.

“Ciao sono Rafael, ho 18 anni e sono Venezuelano…”, queste sono le parole che pronunciai in spagnolo a un uomo che mi soccorse vedendomi disteso a terra e stremato. Un uomo a cui devo la mia vita e che mi ha aiutato a terminare il mio viaggio verso una vita migliore, verso gli USA.

Sono ancora vive, dentro di me, le emozioni che ho provato quando ho lasciato mia madre e i miei fratelli minori per andare a cercare una vita economicamente migliore.

Mentre mi incamminavo a piedi verso gli Stati Uniti e mi allontanavo sempre più da casa  provavo un senso di rabbia, delusione e tristezza. Ero costretto a lasciare la mia terra, la mia famiglia, i miei amici, perché ero nato in uno stato che era, ed è tutt’ora, nel bel mezzo di una guerra civile. Questa aveva devastato il Paese e lasciato migliaia di persone senza elettricità e senza un collegamento diretto all’acqua. Le persone erano stremate e avrebbero fatto di tutto per andarsene, ma io no, non volevo lasciare la mia terra, volevo cambiarla, riuscire a trovare una stabilità.

Fu mia madre a costringermi a partire, non voleva che facessi la fine dei ragazzi che andavano in piazza a protestare e misteriosamente scomparivano. Ci impiegai moltissimo tempo a trovare i soldi per pagare il viaggio, prima con un furgone e successivamente con una guida il cui compito era quello di scortarmi fin dentro agli USA, ma, mentre attraversavo il deserto messicano, mi storsi la caviglia, la guida mi prese in braccio e mi mise sotto l’ombra di un grande masso; mi lasciò lì con una bottiglia d’acqua.

Urlai per ore sperando che qualcuno mi sentisse, provai ad alzarmi in piedi, provai a strisciare, nuovamente provai ad urlare, provai di nuovo ad alzarmi in piedi e di nuovo provai a strisciare fino a quando non mi rassegnai e all’ombra sempre più piccola di quella roccia mi addormentai. Sognai la mia famiglia, mia madre e la mia terra, provavo nostalgia e in quel momento sarei voluto essere casa, una casa composta da muri e tetti bucati che lasciavano entrare l’acqua delle tempeste, ma quella era casa mia.

In un solo sogno provai un impeto di emozioni negative, fino a quando il mio sogno non venne interrotto da un uomo messicano che mi aiutò a raggiungere il confine e poi ad entrare in Texas.

La storia di Tisa e Rafael sono solo 2 delle tante storie di migliaia di persone che ogni giorno intraprendono un viaggio per cercare fortuna o per scappare da un Paese che non li desidera e andare in un altro Paese che non li vuole. Da sempre le persone migrano per questi motivi e nella storia si sono susseguite migrazioni di diversi popoli. Popoli e persone che se ne andavano per trovare un posto migliore, ma il cui unico desiderio non era quello di scappare, ma era quello che il proprio Paese diventasse un posto migliore.

Tutte queste persone hanno delle storie, storie che attraversano luoghi diversi, che coinvolgono persone diverse e continenti diversi, storie con durate diverse e motivi diversi, ma si uniscono, come le radici per formare un albero, tutte sotto un unico termine: migrazione.


Le radici formano un albero