Lefka Ori

Era pure affascinato dalla donna che leggeva un libro al riflesso caldo della fiamma.

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Quel venerdì sera il film lo tratteneva sul divano. Con un occhio al film ed uno alla donna seduta davanti al caminetto assaporava la pace di quel luogo sperduto sull’altopiano. Era primavera inoltrata ma su in alto faceva ancora un freddo cane. L’escursione alle White Mountains o Lefkà Ori, dove l’ultima neve che si scioglieva al sole gocciolando in rivoli fangosi e risplendendo in mille riflessi sul calcare bianco prima di incanalarsi nei cunicoli scavati nel tempo, aveva messo a dura prova la sua resistenza di trekker. Si era avvolto nella coperta che la grassa e occhialuta signora del rifugio gli aveva portato. Sorseggiando un mountain te additivato di raki rivedeva un vecchio film con Daniel Craig. Era sempre affascinato dalla saga di James Bond sin dai tempi di “agente 007, licenza di uccidere” con Sean Connery.

Era pure affascinato dalla donna che leggeva un libro al riflesso caldo della fiamma.

Ogni tanto il ceppo scoppiettava emanando scintille e lei alzava il viso a controllare. Un bel viso dal profilo greco. I capelli neri le ricadevano sulle spalle e, intenta nella lettura, ogni tanto li ravvivava passandoci la mano a mo di pettine. Era sola ed era seduta li da quando lui, due ore prima, era arrivato. Aveva risposto al saluto con un semplice cenno senza distogliere lo sguardo dal libro. Dopo la doccia e la cena si era recato nella sala del camino a guardare la tv. Lei era ancora la.

Il trillo sommesso del telefono e la vibrazione lo scossero distogliendolo dalla placida, sonnolenta posizione di spettatore.

“Azz … cosa c’è a quest’ora”.
“Magnaschei!”(mangiasoldi).
“Coza ghe xe?”(cosa cosa c’è?)
“Domenica mattina abbiamo due clienti, si parte alle dieci e domani devi venire assolutamente per sistemare la barca”.
“No”. Rispose stirandosi ed allungando le gambe sulla sedia di fronte.
“Come no?”
“Faeo ti, zo in montagna”. (Fallo tu, sono in montagna).
“Lo sai che da solo non ce la faccio, non sono come te”.
“Si lo so che sei indolente e vecchio, ma una volta tanto lasciami in pace. Domani sera faccio un’altra escursione. Vado a Lakki. C’è un panorama meraviglioso e la Via Lattea si vede come la vedevano i minoici. Non c’è inquinamento luminoso e non voglio perdermi lo spettacolo”.

“Ti ripeto che da solo non ce la faccio. Arriva almeno domenica mattina presto. In due ore sistemiamo tutto e dispieghiamo la nuova vela”.
“Va bene Antonio. A domenica mattina. Però fatti trovare al porto”.
Chiuse il telefono e rimise attenzione al film. Fu nuovamente disturbato dalla signora che venne a chiedere se desiderasse qualcos’altro.
“No”.
Poi, guardando la grassa e poi la mora si corresse.
“Si. Presentami la signora”.
“E’ mia nipote”.
“Presentamela. C’è qualche problema? Ho voglia di chiacchierare”.
La signora gli fece cenno di alzarsi e si diresse al camino.
“Elestoria. Ti presento Al. Viene qui ogni anno in questa stagione. E’ italiano ma è un buon cliente”.

“Cosa vuol dire è un italiano ma un buon cliente?” Chiese vedendo sfumare la conoscenza (l’ eventuale interesse) per la presentazione atipica.
“Paghi, lasci mance, non ti ubriachi, sei cortese e mangi tutto senza protestare. Non come i greci o i pochi italiani che vengono qui. Mai contenti di nulla e chiedono in continuazione quello che non c’è. E di notte dormi e non fai casino”.
Tese la mano e lei gliela strinse guardandolo senza nessuna espressione di sorpresa. Poi, poggiando il libro.
“Sempre uguali voi”.
“Ti riferisci agli italiani o agli uomini in genere?”
“Agli italiani, i greci sono più curiosi ma discreti, almeno al principio”.
Bacchettato ma non disposto a lasciare Al rispose.
“Se disturbo la lascio tranquilla a leggere ma avevo l’impressione che si annoiasse”.
“Sono abituata alla solitudine di questo posto. Vengo qui ad aiutare la zia e mi trovo bene. Amo la pace”.

“Quindi non ti manca la frenesia di Rethymno?”
“Non sono di Rethymno”.
“Intendevo la città. Non ti manca l’assenza della vita metropolitana”.
“No, non ne ho bisogno”. Disse alzandosi. Si diresse al piccolo bar incassato nell’angolo.
“Desideri bere qualcosa?”
“Se mi fai compagnia si”.
“Un bicchiere di vino? Lo porta mio fratello da una fattoria a valle”.
“Vada per il vino”.
Il gusto acido, conosciuto e caratteristico di tutti i vini prodotti nelle fattorie gli impastò la lingua ma il sapore dolce gli piaceva.
“Malvasia”.

Lo guardò sorridendogli e facendo si col capo.

“Ti intendi di vini”.
“Sono italiano. Ricordi?”
Gli sorrise brevemente guardandolo negli occhi. I suoi erano di un nero magnetico. Brillavano, sotto le soppraciglia scure e lunghe, ai riflessi del fuoco. Si chinò a prendere un vassoio sul quale dispose dei biscotti:
“Li ha fatti la zia. Sono buoni. Assaggiali. Sono perfetti col malvasia”.
Li allungò verso Al. Le braccia scoperte dalla maglietta nera erano appena coperte di peluria, le movenze seducenti. Inclinava la testa di lato quando parlava e si muoveva con grazia nei leggings che le disegnavano il culo. Si accorse delle occhiate che Al lanciava al suo lato b.
“Leggermente impertinente ma educato”.

Lo apostrofò con un sorriso smagliante.

“Parli perfettamente l’italiano. Dove l’hai imparato?”
“In Italia ovviamente. Ho vissuto dieci anni a Firenze e mi sono laureata in medicina”.
“Ah. Un medico. Dove eserciti?”
“Ora non più. Ho fatto pratica al tuo paese quando ero sposata ma ora preferisco La vita quieta”.

Al accolse l’informazione con interesse e si dispose all’assedio. Lei non opponeva molti ostacoli, giusto quelli che potevano interessarlo e stimolarlo. La femminilità e la risolutezza che esprimeva lo stuzzicavano. Si sedettero di fronte al camino chiacchierando e raccontandosi delle rispettive vite, sorvolando i dolori.
Quando il mattino si svegliò, alle prime luci dell’alba, lei dormiva tranquillamente rannicchiata contro di lui con una mano sul suo petto. La prese la baciò e la depose lentamente sul lenzuolo per non svegliarla. Infilatosi la vestaglia scese in sala dove la signora lo salutò cordialmente.

“Elestoria dorme?” Disse con noncuranza.
“Ah, la vecchia sa già tutto”. Pensò.
“Si. Mi prepari un caffè? Sua nipote cosa prende al mattino?”
“Te e biscotti”.
Preparò la colazione e gliela porse su un grande tavolino da letto.
“Non pensare male di mia nipote. E’ così sola. Ogni tanto anche lei ha bisogno di un uomo. E’ giovane ma non vuole più sposarsi. Le è bastata la terribile esperienza del matrimonio in Italia e ora vive qui con me ritirata dal mondo”. Disse depositando il tutto sul piano del bar.
Al prese il vassoio. Guardò la signora che, con le braccia ai fianchi, sembrava una lottatrice di sumo, le sciorinò un sorriso e si avviò alle scale. Lei dormiva ancora. Depose la colazione sul letto e si chinò a baciarla. Aperse lentamente gli occhi stirandosi come una gatta e lo abbracciò.

“E’ stata una bella notte”. Disse alzandosi ed avvolgendosi nel lenzuolo.
“Mia zia ha già preparato la colazione. Sa che ti alzi presto”. Commentò guardando la dovizia di biscotti ed il the fumante.
“Voglio andare a camminare”.
“Posso venire? Mi farebbe piacere e bene una camminata”.
Al acconsentì perplesso. Nel suo progetto di vita non c’erano donne, o meglio, non erano previste relazioni stabili.
“Questa è pericolosa”. Disse a bassa voce sedendosi per calzare le scarpe da trekking.
“Ti ho sentito sai”.E ponendogli il mento sulla spalla: “Neppure io voglio accasarmi”

Lefka Ori – Di Alex51