Lettera di una nonna ai giovani di oggi

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Lettera di una nonna ai giovani di oggi


Quando frequentavo le Scuole Superiori, la mia insegnante di Filosofia, una donna che preferiva parlare a lungo con noi dei nostri problemi piuttosto che dissertare su Kant e su Hegel, era solita dire: “Che tempi sono questi! Che gioventù sconsiderata!” La stessa frase viene ripetuta anche oggi dalle persone di una certa età, dai “grandi”.
Io ho 83 anni passati, sono anziana e non la penso come la mia ex insegnante di Filosofia.
Tutti i tempi portano per fortuna delle innovazioni, grandi scoperte, nuovi modi di comportamento, nuove visioni della vita.

Tutto questo va sotto il nome di progresso: i giovani sono l’espressione di quel progresso. Non è detto però che il progresso sia sempre utilizzato nel modo corretto.

Se l’invenzione della plastica ha rivoluzionato il mondo, quando è gettata in mare, diventa, assieme ad altri rifiuti tossici, un killer che uccide, o quanto meno deturpa, la fauna marina.
Se non risolviamo il problema del riscaldamento globale, si potrebbe assistere, come tutti sanno, all’acidificazione dei mari, alla desertificazione, a insoliti cambiamenti climatici, allo scioglimento di maestosi ghiacciai, come il ghiacciaio Moreno in Patagonia e quelli della magnifica Islanda: pezzi di ghiaccio dai bellissimi riflessi azzurri che vanno alla deriva; tutto ciò per citare solo alcuni dei critici cambiamenti del surriscaldamento del nostro pianeta.

Ai miei tempi, questo non succedeva: la natura era intatta, non deturpata da concimi chimici. I campi erano rigogliosi di verde, di spighe, di frutti; i piccoli abitanti della natura avevano il loro habitat naturale, inviolato: si potevano vedere uccelli rari come l’upupa e una miriade di lucciole. che brillavano come tante piccolissime luci nei prati.
Noi, figli della seconda guerra mondiale, vivevamo in una natura pulita, non inquinata da tutte le diavolerie dei tempi moderni, ma non eravamo certamente più belli, più bravi, più ricchi, più evoluti della gioventù odierna.

Al contrario, eravamo più sporchi, più rachitici, meno istruiti e più indifesi contro le malattie.

Si moriva per difterite, per vaiolo, per tisi, per tifo; la tisi o mal sottile era uno spettro come il cancro di oggi, e la poliomielite ti poteva rendere invalido per tutta la vita.
Non si conoscevano gli antibiotici come la penicillina, portata in Italia per la prima volta dagli Americani durante il secondo conflitto mondiale e, quando ci veniva l’influenza, si usava un medicinale, di cui non ricordo il nome, che aveva un sapore amaro e non poteva essere assunto, non saprei dire perché, assieme alle uova.
Noi eravamo figli della guerra e della civiltà dell’asino, se abitavamo, come me, in un piccolo centro di provincia.

L’asino nella mia Comunità era il mezzo più usato per trasportare ogni genere di cose: dalla legna, ai bigonci pieni di olive o di graspi d’uva. L’automobile era cosa da ricchi; così come le tubazioni di acqua corrente.

In Italia non esisteva il servizio sanitario nazionale, sconosciuta completamente, credo fino agli anni 50, la televisione e per telefonare si doveva andava nel posto pubblico; la Società delle Telecomunicazioni si chiamava Sip.

Avevamo ereditato un’Italia povera, ferita e tutta da ricostruire dopo quell’immane tragedia che è stata la guerra , che, oltre alle macerie, aveva scatenato odi intensi e inconciliabili di parte, tra fazioni politiche diverse, che dureranno per tanti, lunghi anni.
Molti di noi Italiani dovettero scegliere di emigrare, di optare per la via dell’esilio.
Ricordo con un moto di rabbia, tuttora non sopito, la supponenza della signora Gibbs, che mi ospitava nella sua casa londinese, come ragazza alla pari e che diceva con una smorfia tra la compassione e il disgusto “Italy, nice country but poor country!” ( n breve: Italia bella quanto povera !)

Con uno sforzo non indifferente, piano piano, ricostruimmo l’Italietta di allora fino a darle una dignità e un peso politico di tutto rispetto nell’asse europeo.
Questo merito, voi giovani, ce lo dovete riconoscere: ce lo meritiamo.

Assieme ai meno giovani di noi lottammo, per darvi tutto quello che avete e che abbiamo, oggi: la pillola, l’aborto assistito, il divorzio, il riconoscimento della validità del rapporto tra persone di sesso diverso, la procreazione assistita, la parità di genere, in una lotta non ancora del tutto esaurita.
Noi, anziani, lottammo per infrangere i tabù di una società bigotta e repressiva, quando un bacio tra fidanzati in pubblico era suscettibile di una sanzione pecuniaria e l’adulterio, provato, era punibile, ma solo per la donna, con la prigione.

E’ poi arrivata l’epoca della digitalizzazione, dei computer: un’era nuova che ha cancellato di netto i vecchi sistemi di comunicazione.

La gente della mia generazione ha fatto fatica a seguirvi, cari giovani, su questa impervia via: un mondo a noi del tutto sconosciuto.
Qualcuno tra noi, anziani, ha rifiutato questo modo innovativo di rapportarsi con gli altri; alcuni, come nel mio caso, hanno cercato di imparare, anche se l’impresa è stata ardua, più ardua del più difficile esame che io abbia sostenuto in ambito universitario.
Mi sforzo di capire i giovani e ne apprezzo anche i grandi meriti; per citarne uno tra tutti: il volontariato.

Quello che non tollero però in alcuni giovani di oggi è il negare eventi ormai ratificati dalla Storia, come il Nazismo, la Shoah, il Fascismo.
Non capisco neppure chi nega l’esistenza del Covid. Un’epidemia che è purtroppo sotto i nostri occhi tutti i giorni e che ha procurato e procura tanti decessi in tutto il mondo. Un’epidemia che ci spaventa, che ci ha reclusi entro limiti molto ristretti e che ha costretto i nostri giovani a rinunciare a godersi appieno i piaceri, le spensieratezze, le tenere effusioni della giovinezza: è la nuova peste che ci riporta con la memoria alla peste nera del Trecento o alla peste manzoniana di più recente memoria.

Quello che ancora non sopporto è qualunque forma di intolleranza verso il “diverso”, che è poi razzismo allo stato puro.

Quello che mi lascia invece perplessa, cari giovani, è il vostro voler apparire con qualunque mezzo nei social, fino a mettervi a nudo, in alcuni spettacoli televisivi, di fronte a milioni di persone, in cambio di una non meglio precisata notorietà.
Ho l’impressione che oggi si raggiunga la fama più con l’aspetto fisico, con i followers o quant’altro, piuttosto che con un valido substrato culturale.
Penso però che questo è un mio problema, se non riesco ad accettare certe forme entrate nell’uso comune. Ciò significa che una parte di me non si è ancora completamente integrata con il mondo moderno e che, pertanto, è rimasta irrimediabilmente vecchia.


Lettera di una nonna ai giovani di oggi

Testo di Impera Romani