Mario Jordan

122

Mario era un fan sfegatato del college basket americano. Custodiva gelosamente tutte le finali Ncaa dal 1982, anno in cui un certo Micheal Jordan lo aveva letteralmente folgorato.

Da lì era cominciata una passione irrefrenabile, racchiusa in nottate infinite sul divano e nelle mitiche Vhs che facevano bella mostra sulla mensola del soggiorno in religioso ordine cronologico. Quella notte era ancora una volta tutto pronto per il grande evento. Pacchetto di Lucky Strike sul comodino e Moretti da 0,66 cl in frigo: i Tar Heels di North Carolina e i Wildcats di Kentucky si sfidavano per il titolo universitario alle 03:00 italiane di un Lunedì notte di Aprile. Per Mario non era un grosso problema; non aveva mai avuto un lavoro fisso, si arrangiava con qualche lavoretto saltuario ed era un perdigiorno per natura. Quel monolocale, lasciatogli in eredità da una vecchia zia insieme a un gruzzolo di soldi, era tutto ciò che possedeva.

Era convinto di aver buttato buona parte dei suoi 38 anni in attività futili come la lettura di libri di nicchia e intere giornate passate davanti ad una console.

Ma da un pò di tempo il suo stato d’animo era scombussolato più del solito: il demone del gioco d’azzardo si era instillato in lui in maniera tanto subdola quanto implacabile. Scommetteva grandi cifre su tutti i principali eventi sportivi, e la fortuna gli stava voltando spesso le spalle. I soldi della zia erano ormai un lontano ricordo, e aveva contratto un debito con l’agenzia di scommesse di fianco casa che non sapeva proprio come sistemare.

Quel giorno Mario si comportò più o meno come sempre: la mattina la passò davanti all’ultimo videogioco acquistato, mentre nel pomeriggio prese la chitarra e si recò in sala prove. Aveva da poco messo su un gruppetto rock che aveva chiamato “Wedococks“, un ironico gioco di parole per omaggiare “Weezer”, “Husker Du” e “Buzzcocks”, tre band dalle quali traeva ispirazione. Nel tragitto verso casa Mario si fermò al supermercato per prendere altre due birre, poi passò davanti all’agenzia di scommesse e la guardò quasi in cagnesco, con aria di sfida. Sapeva che non sarebbe dovuto entrare, ma la tentazione era più forte di lui.

“Ciao Remo, mettimi 1500 euro sulla vittoria di North Carolina” esordì con fermezza
“Non posso Mario, lo sai che devi ridarci già molti soldi” replicò uno dei due proprietari
“Ti giuro che questa è l’ultima, poi vi restituisco tutto. E poi se vinco dimezzo quasi il debito” continuò Mario
“Guarda Mario, è davvero l’ultima che ti concedo, spero che avrai un pò di fortuna questa volta”.

Mario tornò a casa con molta agitazione addosso e, mentre si preparava una rapida piadina, notò una cosa. Le scommesse erano ormai l’unica cosa che gli dava adrenalina. Il solo motivo che lo tenesse ancora in vita, paradossalmente. Suonava con gli amici in maniera svogliata, giocava ai videogame in modo meccanico. Aveva smesso di cercare lavoro già da un pezzo, di donne nemmeno l’ombra da mesi. Si ripromise di uscire presto da quella situazione. Giurò a sè stesso che, comunque fosse andata, sarebbe stata l’ultima.

Dopo un paio di birre e 5 sigarette l’arbitro alzò finalmente la palla a due.

L’attesa era finita, toccava tifare Tar Heels e recuperare una vita normale al più presto. La partita andava avanti intervallata dalle solite lungaggini americane, tra time out chilometrici e intrattenimenti stucchevoli durante le pause. Le due squadre si affrontavano colpo su colpo, ma sembrava avessero paura di perdere più di quanta non ne avesse Mario. La tensione in quella stanza era palpabile. Mario cominciò ad accendersi una sigaretta dietro l’altra creando una nebbia che nemmeno sull’autostrada all’altezza di Piacenza.

Il gran finale sembrava degno di una sceneggiatura thriller. Kentucky segnò il canestro del +1 a 7 secondi dalla fine.

Time out North Carolina. Il cuore di Mario batteva all’impazzata. Le due squadre rientrarono sul parquet, North Carolina sembrava avere le idee chiare. Palla ad Harrison Barnes, il miglior giocatore. Barnes si isola lanciando uno sguardo al cronometro: 7-6-5… il giovane prodigio americano attacca in palleggio… 4-3-2… si alza con un arresto e tiro stilisticamente perfetto… 2-1… la palla gira attorno al ferro. Dentro, fuori, ancora dentro e ancora fuori, come direbbero i telecronisti navigati. Kentucky vince di un punto, e Mario cade nello sconforto. Suda a freddo e cammina nervosamente lungo la stanza, in cerca di chissà quale appiglio. Nella sua testa aleggiano pensieri tremendi, mentre sullo schermo va in scena la premiazione dei nuovi campioni del college americano. Mario prende in mano il pallone da basket che teneva sempre accanto al divano. Lo impugna come faceva il suo idolo Micheal Jordan nel poster che campeggia sulla sua parete.

Mario vuole emularlo. Apre la finestra, prende la rincorsa e… via. Un lungo salto nel vuoto e tutto finì.