Online l’ultimo capitolo della trilogia ” The Border “…

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The border. Ho visto cose impronunciabili negli occhi di chi, combattendo, è rimasto vivo, la guerra si ribella a un potere che per volere o no, ti distrugge. Quanto di me aveva già annientato prima di definirsi guerra?

Avevo letto questa prefazione in un libro trovato sullo scaffale di Avery in grotta. C’era molto dei miei pensieri in quelle righe, molto di ciò che avevo sacrificato e molto di ciò che ancora avrei dovuto sacrificare. Una delle città aveva risposto positivamente al nostro filmato, ma quale prezzo aveva dovuto pagare? Una città già martoriata e un’altra resa schiava. Le scintille che speravamo di spargere intorno a noi si sarebbero diffuse?

I popoli dovevano unirsi, per quanto ardua fosse l’impresa, dovevano rivoltarsi, combattere.

Erano trascorsi quasi due giorni dopo la veglia funebre di mia madre, nessuno di noi aveva più rivisto Tallurs, Annika era l’unico aiuto che accettava. Non avendo dormito mi diressi all’alba verso il bunker. Ogni volta che attraversavo il lago mi voltavo indietro, scrutavo le acque e attendevo l’imbarcazione, senza risultato. Perché non mi era più dato vederla? Soffocavo quella domanda dentro di me. Ceto aveva ricostruito una barca da pesca stabilendo il primato dei suoi record, era poco più grande della precedente e il motore permetteva di arrivare da una sponda all’altra in meno di due minuti.

La bara di mia madre era stata sepolta, di solito le anime venivano rigettate nella corrente della vita eterna, nelle acque maledette, dove più velocemente avrebbero trovato la pace o tormento, eccezione fatta per l’esempio di coraggio che una donna era riuscita a dimostrare nel corso di una vita tanto longeva. Non ero stata nel luogo, non avevo voluto vedere la profondità in cui sarebbe scesa la cassa di legno, lo avrei fatto un giorno, un giorno, ma non oggi.

Diedi il cambio a due uomini appostati al bunker, le loro occhiaie sotto le borse degli occhi segnavano solchi scuri di chi di sonno ne aveva perso a sufficienza, nessuno di noi era riuscito a dormire sonni tranquilli, le minacce potevano incombere da un secondo all’altro.

La porta di Kirsty era rinforzata, mentre scendevo le scale della botola percepivo le grida ruggite e il suo sbattere la testa contro alla parete. Dovevamo tenere pronte con noi sempre delle dosi di sedativo per sicurezza, ma io non le portavo, volevo parlare con la parte inconscia della vecchia ragazza acqua e sapone.

Sotto alle scarpe, che scricchiolano sulle ceneri dei detriti ancora presenti, mi resta attaccato l’odore di bruciato e le ceneri. Il fuoco era stato contenuto, ma l’aria ne spostava i rimasugli per l’intero bunker, erano servite le maschere d’ossigeno per liberare il grosso del disastro. I muri avevano retto grazie al loro spessore, solo dall’interno poteva essere distrutto e con non poca fatica. L’alone nero che ricopriva la cella chissà se sarebbe stato più tolto, dove il fuoco divampa tutto annerisce.

Ho con me le chiavi dei vari lucchetti affissi, apro le serrature e ne conto ben quattordici, mi danno un’idea della forza che si tenta di contenere.

Scorro doppie sbarre ed apro la pesante porta, la luce è saltata all’interno, ma entrambe vediamo perfettamente, come pipistrelli notturni, come figli della notte.

Per un attimo il suo odore acre di sudore e chiuso mi assale le narici provocandomi un leggero stordimento, Kirtsy era legata e sembrava uscita comunque da un esorcismo andato male. La posizione delle sue spalle è innaturale, avrebbe potuto girarle completamente su se stesse se non fosse stato per le catene, anche il torace assumeva a scatti posizioni contorte, capii che era assetata di linfa come un tossicodipendente di droga. L’incarnato del suo viso era grigio terminale, pallido e giallognolo in direzione degli occhi spenti, si era morsa ripetutamente le labbra, quasi come a voler cercare rimasugli di linfa dalla sua stessa pelle.

-Spero tu non ti offenda, ma ci vuole un grande forza di stomaco per starti vicino … – spero che una parte di lei non sia scomparsa, provocarla mi serve a capire con chi sto parlando in questo momento.

La sua risata gelida si propaga per la stanza, non ho modo di parlare con la vera Kirsty, non momentaneamente. Ma come potevo riuscirci? Doveva pur esistere un metodo, un modo per riesumare quel brandello di lucidità. Cercava di liberarsi, dimenava la testa all’indietro, in avanti e a lato, ringhiava con la voce di un demone che sbatte le sue catene. Servendomi della linfa l’avrei resa solo più forte e potente.

Mi appoggio con la schiena all’angolo fra la porta e la parete in roccia, incrocio le braccia sotto il seno e attendo. Non so precisamente cosa, né quanto, non possiedo nessuna certezza.

Ad un certo punto, mezz’ora dopo all’incirca, i suoi nervi cedono al crollo, le sue articolazioni assumono una posizione normale eretta. Dalle sue labbra emerge qualcosa con voce sottile.

-Puoi ripetere Kirsty?-

-Quello che era al suo posto adesso è vuoto- comincia a recitare questa frase senza interruzioni con una timbrica vocale da voce camuffata, mascolina.

-Cosa significa?- provo a chiederglielo una dozzina di volte. Fissava il soffitto estraniata, non mi sentiva e non ero certa che mi vedesse.

La cantilena mi stava facendo impazzire, pensai di andarmene prima di gridare così forte da sovrastare la sua voce e procurare uno spostamento d’aria. La treccia, ormai disfatta, si spinge dietro alle sue spalle zittendola.

-Quello che era al suo posto adesso è vuoto … cosa cerchi di dirmi?-

Ridacchia a labbra strette, si prende beffa di me e non poteva essere solamente il risultato dell’infezione vampira, qualcosa doveva avergli bruciato le cellule del cervello, qualcosa come un elettroshock.

-Aiutami- si era scandita bene la parola nel silenzio.

-Kirsty … ?-

L’avevo appena trovata e subito persa, le risate agghiaccianti ripresero a ritmi sempre più incalzanti, tra il mio sgomento e la mia impotenza. Dovetti uscire a prendere fiato su quel divanetto tanto detestato. Ero seduta li, con la testa fra le mani, a cercare di pensare. Forse la vista di qualcuno a lei famigliare come Tyler poteva aiutarla? Scartai quell’opzione, non potevo esporlo all’ennesima tragedia, ma poi mi chiesi perché no? Poteva essersi legato a lei profondamente in pochi giorni di prigionia? Mi ponevo le domande e trovavo le risposte, conoscevo bene Tyler e sapevo che difficilmente si legava a qualcuno oltre me. Comunque sia, dopo la nostra ultima discussione animata, preferivo tenerlo fuori, era pur sempre in convalescenza ancora.

Mi resta un unico tentativo…


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