Plìcchete

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Plìcchete


Il viaggio parte dall’alto, da un alto fumoso e sconclusionato.

C’è un gran rumore lì su, un gran frastuono, fiammate di luce improvvise che si buttano a rotta di collo verso il basso, dove esplodono restando vive per meno di un secondo. Un rombo gutturale segue ogni vampata: a volte scoppiano subito come il botto di un cannone, altre volte arrivano rombando come in scala, un poco per volta, annunciandosi magari con un colpo lontano.

In cielo regna il fracasso, c’è un gran divertimento, un’euforia condivisa.

Oggi, pensa lei, finalmente si può di nuovo cascare: una rapida, lunghissima caduta libera, in picchiata giù dalle estremità umide di una nuvola bigia.

Si mettono tutte in fila a squadroni, come piccoli soldatini, pronte a cominciare la metamorfosi che darà loro quella consistenza giusta proprio per sgusciare le une sulle altre e tra le altre come su colorati scivoli a spirale, e poi buttarsi giù.

Gli squadroni in realtà non sono squadroni; tutto tranne che composti e ordinati, non saranno mai raggruppati in numeri simili gli uni agli altri. Tutte loro si avvicinano sempre seguendo un magnetismo tutto inconscio, si ritrovano insieme accalcate chi pendendo da una punta della nuvola, chi scalpitandole nella pancia, chi attardandosi sul suo dorso, ancora a metà tra liquido e gassoso.

Cadono inciampando le une sulle altre, goffe e ringalluzzite, come ubriache per lo stato liquido riguadagnato dopo tanto tempo, e così scrosciano verso il basso fischiando alle quattro del pomeriggio, calcando il grigio del cielo.

È la sua parte preferita: lei ruota, ruota su se stessa per guardare in su, di lato, si mette a testa in giù mentre crolla verso terra, si raccoglie tutta, schiacciata dal vento, fino ad avere la forma di uno spillo che punge attraverso l’aria, ancora più veloce.

Le ultime volte le erano toccati: una foglia, lo specchietto di un’auto, un colletto di pelliccia, un filo del telefono, la punta di una canoa, un campanile, una pozzanghera, la zampa di un rospo. Questa volta cade dritta su un naso adunco; poi, un piccolo rimbalzo e si ritrova sull’angolo della bocca, dove viene raccolta dal dorso della mano e scrollata a terra, prima di poter finire sulla mandibola e rotolarsene nella fossa del collo. La ragazza non aveva un ombrello, e se ne va ridendo.

La piccola goccia riprende fiato, lì sul marciapiede, mentre si ricongiunge con altre cento e mille del suo e di altri squadroni; la risata si allontana, e lei è contenta che qualcuno condivida la loro allegria. Adesso si aspetterà qualche ora prima di risalire di nuovo verso l’alto, sudando inconsistenti sotto la faccia del sole.


Plìcchete