Macchiata di rovine, di massacri, insanguinata dalle bombe, dai colpi assordanti delle mitragliatrici, mutilata nell’orgoglio dei propri sentimenti, si mostra al mondo e a ciò che resta della storia, l’Europa, all’indomani del primo conflitto mondiale.

“Dove sono i responsabili del primo conflitto mondiale?”

Si chiede A.Malatesta ne “I socialisti italiani durante la guerra“, una domanda che invade non solo gli ambienti letterari e filosofici, ma che si concretizza nelle singole individualità di ciò che resta della società di massa ai principi dell’Ottocento. Dalla scena politica e sociale erano ormai eclissate le concezioni interventistiche riguardo il conflitto, tanto forti ai principi del Novecento, impersonate da intellettuali di spicco, primo fra tutti Marinetti, che nel “Manifesto del Futurismo” afferma a chiare lettere “Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo”. Dello stesso parere è Papini che, nella sua opera intitolata “Amiamo la guerra!“, esprime il suo personale elogio alle armi:

“Siamo troppi. La guerra è un’operazione malthusiana. C’è di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite […] Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai.”

A discapito di queste ideologie prendono forza quelle di stampo neutralistico come quelle sostenute da Papa Benedetto XV in “Civiltà cattolica” in cui affermava, agli albori della guerra ” Il mondo civile dovrà dunque ridursi a un campo di morte?”.

Evidente è sicuramente la crisi anche culturale che investe gli strati della nuova società al termine del primo conflitto mondiale, un cumulo di rovine sulle quali rinascono le arti, anche se costantemente permeate dai riflessi del conflitto.

“Si alzi il coro solenne delle vostre voci ad aggiungersi alle nostre, al grido: Abbasso la guerra! Evviva la pace!”

Continua Malatesta, riflettendo l’invidiabile richiesta di tregua, di una pace che possa placare l’instabilità esistenziale diffusasi. È quindi nelle mani dell’intellettuale la rinascita psicologica all’indomani delle bombe, che non può non passare per il ricordo.

Ricordo di cui si fa ambasciatore uno dei massimi esponenti della poesia di trincea, Giuseppe Ungaretti, attraverso le penetranti parole dei suoi componimenti, intrise da una voglia pura e genuina di vita, un grido di condanna alle atrocità della guerra, un odio sistematico ai suoi meccanismi, allo stesso tempo illusori e perversi, versi che dovrebbero scandire i nostri giorni per ricercare una vera e duratura civiltà di pace.

” Non sono mai stato tanto attaccato alla vita ”

G. Ungaretti, vita di un uomo


Distruzione, rinascita e cultura all’indomani del primo conflitto mondiale