C’era un tempo la rivoluzione populista -e non era molto tempo fa- in cui si dicevano molto spesso cose come “destra e sinistra sono ormai superate dalla storia, oggi la vera divisione è tra l’alto e il basso, il popolo contro le elite”.

Era il tempo in cui pareva stesse per profilarsi all’orizzonte -seppur circondato da una nube di confusione e di dubbi- una qualche possibile nuova forma di modello politico in via di definizione: il “populismo”, appunto, il quale avrebbe in qualche modo inglobato e sintetizzato in sé la vecchia dicotomia destra-sinistra per sputare fuori un nuovo tipo di concezione politica e sociale da contrapporre a quella mantenuta dal vecchio “establishment”.

Ci scrissi anche un articolo al riguardo proprio su questo sito, dove, seppur avendo già allora la cautela di affermare “se i movimenti populisti europei […] saranno capaci di tradurre le suggestioni che li abitano in un reale rinnovamento delle democrazie occidentali […] è ancora decisamente tutto da vedere” (una notevole tendenza di fondo molliccia e borghesuccia, seppur malamente nascosta dietro ad un atteggiamento radicalista, quasi a voler dire “basta, a sto punto facciamo una rivoluzioncina ma proprio solo perché non si vedono alternative migliori!” come rilevai in quest’altro articolo, già era infatti pienamente visibile anche allora), tuttavia mantenni in generale toni abbastanza ottimistici.

Per quanto invocazioni di ghigliottine, colpi di stato e fucili fossero (e siano tuttora) palesemente quasi solo chiacchiere da social atte a sfogare rabbia e frustrazione, una certa potenzialità di rinnovare le stanchissime forme istituzionali dell’occidente in favore di nuove sperimentazioni la pensavo tutto sommato plausibile.

Era infatti quello il periodo delle parole grosse, dei grandi proclami, della “democrazia diretta” digitale, della auspicata fine dei “partiti politici”, del gran brodo sottoculturale di teorie più o meno “complottistiche” ed organi di informazione “alternativi” che imperversavano sul web, delle visioni grillesche su un reddito universale senza limiti che avrebbe persino sostituito lo stesso paradigma del lavoro salariato (delle quali è rimasto alla fine un reddito minimo garantito impropriamente chiamato “reddito di cittadinanza”), delle ipotesi salviniane su magistrati eletti direttamente dal popolo, dell’uscita dall’euro e dall’unione europea, insomma, di tante idee, molte delle quali magari improbabili, ma che comunque sembravano testimoniare una certa voglia di ribaltare davvero tutto, in qualche modo, per il meglio o per il peggio.

Cosa che, in continuazione, stimolava i terrori di chi vedeva approssimarsi nuovi “fascismi” o “comunismi”, “stalinismi”, “giacobinismi” e quant’altro.

Ed era anche, appunto, il periodo in cui tutti questi attori del “populismo” e dintorni non facevano che ripetere: “noi né di destra né di sinistra”.
La nascita dell’italiano governo giallo-verde (benedetta entusiasticamente dal Grande Vecchio del populismo internazionale Steve Bannon) sembrava confermare nella pratica tutto ciò: un partito populista tendenzialmente di sinistra (il Movimento 5 Stelle) ed uno tendenzialmente di destra (la Lega) si univano insieme dando vita ad un fronte unico populista.
Lì uno poteva aspettarsi di tutto, magari anche che quel modello potesse essere persino di ispirazione per altri colleghi della medesima area politica all’estero: magari, un giorno, ci sarebbe stato un governo Le Pen-Mélenchon in Francia o Corbyn-Farage in Inghilterra, chissà.

Si poteva pensare, mentre parallelamente si osservavano anche i famosi “gilet gialli” (pure loro rivolti tanto a destra quanto a sinistra ed aldilà di entrambi) scatenarsi violentemente nelle strade d’oltralpe chiedendo riforme istituzionali non dissimili da quelle vagheggiate dal populismo nostrano (incassando tra l’altro persino il sostegno piuttosto esplicito del nostro strano governo, con le conseguenti prevedibili ire del governo gallico culminate nel temporaneo richiamo dell’ambasciatore francese in Italia).

Questa, sì, qualunque cosa ne sarebbe scaturita, sarebbe stata comunque, a priori, una novità sul fronte della storia politica occidentale, qualcosa, insomma, di innovativo, di curioso, di interessante… ma, ahimé, alla fine così non è stato.

Anzi, il populismo, nella sua forma originaria, più caratteristica e dura e pura, sembra già praticamente morto e sepolto: il governo giallo-verde (dopo mesi di litigi in cui la linea di demarcazione destra-sinistra si era fatta nuovamente sempre più evidente) è crollato miseramente dopo che la parte “verde” ha deciso di ritirarsi (dopo, bisogna comunque dirlo, infinite provocazioni provenienti dalla parte “gialla”) e, a livello internazionale, i temi portati avanti dai vari Trump, Johnson, lo stesso Salvini, etc hanno preso una forma che definirei già post-populista o al limite populista “di destra” dove però la parola “destra” domina ormai nettamente su quella “populista”.

Il populismo di sinistra invece (almeno in Europa) sembra ovunque un po in crisi, spirituale e di consensi.

In ogni caso, se prima l’essere più di destra o di sinistra era un fattore subordinato al fatto di essere populisti (il vero elemento nuovo in campo), ora è di nuovo il contrario: prima di tutto si è di destra o di sinistra, poi si è, al limite, almeno nello stile comunicativo, anche “populisti”.
Trump ormai strilla molto di più contro la minaccia dei “socialisti” che non contro le “elite globaliste”, la “palude di Washington” e le multinazionali come usava fare ai suoi esordi, le aperture a possibili politiche economiche di sinistra da parte di partiti populisti di destra (ricordo in proposito le varie affermazioni, oltremodo eccessive e demagogiche ma comunque indicatrici di un certo spirito, da parte di leghisti vari sulla Lega come nuovo partito degli operai dopo il tradimento consumato ai loro danni dalle vecchie sinistre) sono completamente scomparse in favore di elogi vari a Margaret Thatcher e alle sue politiche in un’ottica che potremmo definire “nazional-liberista” o qualcosa del genere.

La lista sarebbe lunga, la sintesi è: qualcosa è cambiato.

Il populismo non ha fatto nessuna rivoluzione. E’ invece sempre più prossimo a fondersi con l’establishment anziché a ribaltarlo, cosicché il suo stile comunicativo infetta sempre più anche i suoi oppositori, le sue provocazioni diventano sempre più sdoganate e così via. Mentre dalle sue ceneri emerge da un lato una nuova destra iper-popolare, retrograda e conservatrice nel pensiero ma in realtà (post)modernissima nello stile e pure nella sostanza, che non vuole più abbattere l’Europa, la “casta”, il “sistema”, etc ma bensì “cambiare le cose dall’interno” (“Usciamo dall’Euro” è diventato “Cambiamo l’Europa”). Dall’altro lato una specie di neo-sinistra confusa e spaesata, orfana di scenari rivoluzionari (tecno-futuristici o neo-comunisti a seconda dei casi) che non è riuscita a far apparire sufficientemente credibili né tantomeno a realizzare, di visioni affascinanti ma bizzarre che non hanno conquistato, sulle lunghe, le grandi masse tanto bene quanto ha saputo farlo il “normalismo” nostalgico di destra dei salviniani di mezzo mondo, questa sorta di mix esplosivo tra moderatismo berlusconiano/democristiano (i continui borghesissimi richiami a madonne e madonnine, “paesi normali per gente perbene”, mamme e papà, etc sono inequivocabili e non certo riconducibili a influssi culturali da covo di “estrema destra”!) e populismo destroso aggressivo e scatenato (almeno a parole).

Quello che potrà uscire da tale calderone dipende molto da quale sarà l’influenza prevalente sui populisti europei: il modello atlantista trumpiano o quello est-europeo orbaniano-putiniano, nell’un caso si avrebbe un sistema più o meno identico strutturalmente all’attuale ma culturalmente più orientato in senso conservatore e anti-“politically correct”, nell’altro si andrebbe incontro ad una specie di semi-democrazia autoritaria plebiscitaria ed oligarchica.
In entrambi i casi nulla di rivoluzionario, di dirompente, di “nuovo”… di populista insomma, nel senso che questo termine sembrava poter avere un po di tempo fa.

Per concludere… anche a sto giro per ora tocca “morire democristiani”, seppur sboccati ed arrabbiati, armati di i-phone e a torso nudo.


La rivoluzione populista è già scomparsa

Articolo di Eric Granella