Schegge di memoria

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Schegge di memoria


Oggi, “grande”, come si dice oggi: un eufemismo per non dire anziana, ripercorro a larghe linee le tappe della mia vita.

L’infanzia in un paese di provincia, vissuta all’aria aperta con i compagni del vicinato: giochi fatti di niente ma che noi rendevamo speciali per quella straordinaria capacità che hanno i bambini di credere unico anche l’evento più banale.
Odori e sapori riaffiorano come momenti di resurrezione della memoria, fugaci e fuggitivi: il profumo dell’arrosto di mia madre, la fragranza del pane appena sfornato di mia nonna, il gusto del gelato alla vaniglia del Bar Centrale, negli assolati pomeriggi estivi.

La guerra mi scivola via senza che ne percepisca la drammaticità.

L’ingresso nelle Medie pone fine al mondo incantato dell’infanzia.

Il proseguimento degli studi e la scoperta del primo amore: sensazioni nuove e irripetibili.
Con Giovanni mi sono incontrata, o per meglio dire scontrata, in un giorno di primavera, nel capoluogo di provincia, ad un incrocio chiamato “Croce del travaglio“; mai nome si sarebbe verificato tanto profetico.
Inizia tra di noi una relazione d’ amore bella e complicata, aspramente avversata da mia madre, ma questa è un’altra storia.

Qualche anno dopo, il primo viaggio all’estero a Londra e lo stupore a contatto con un mondo così lontano dalla mia sonnolenta vita di provincia.

Per entrare nel Regno Unito ho dovuto subire da un poliziotto un interrogatorio nella nave traghetto che attraversa la Manica, in quanto immigrata con regolare permesso di soggiorno, come ragazza alla pari.
Il poliziotto, con la flemmatica cortesia britannica, mi fa delle domande che non comprendo; me le ripete senza cambiare espressione e, ritengo, con lo stesso identico vocabolario; desiste solo dopo una buona mezz’ora di incomprensione assoluta tra di noi.
Trovo il signor Gibbs ad attendermi a “Victoria station”; capisco solo “Maria ?” “Yes”, rispondo; quello che mi dice , oltre pronunciare il mio nome, resterà per sempre un mistero.

Sono una provinciale e tutto mi sembra strano e speciale: sono molto imbranata e giro per ore nella metropolitana senza trovare una via d’uscita.

Credevo di sapere l’inglese ma in realtà non capisco un’acca e, per darmi un contegno, rispondo a qualsiasi quesito solo con”nice” “very nice”. Direi “Oh che bello!” anche se mi dicessero, per caso, che è crollato il Tower bridge, il famoso ponte di Londra!
La prima volta che ho sentito parlare di “hot dogs”, alla lettera, caldi cani, mi sono chiesta il perché gli inglesi chiamassero dei wurstels con la senape con il nome di fedeli animali domestici ed in realtà non l’ho capito neppure adesso.
Resto a Londra per sei mesi con scarsi risultati nella progressione della lingua; torno al paesello ed è per amici e parenti come fossi tornata dal polo sud, dalla terra del fuoco.

Mi sposo e vado ad abitare a Milano, allora in piena espansione economica.

Sono sola, con mio marito Giovanni, tanto contestato da mia madre; vivo in una grande città e devo arrangiarmi, ma non so gestirmi: come casalinga sono una frana.
Mi lamento: nessuno mi ha insegnato il valore del sacrificio.
Comincio a viaggiare e continuerò a farlo per tutta la vita: conosco gente diversa e imparo che i nostri valori non sono assoluti e che non è detto che il “il nostro sia il migliore dei mondi possibili”.
Mi rivedo giovane sposa a Milano durante il periodo euforico del boom economico degli anni 60.
Assisto ai grandi flussi migratori, quando una folla imprecisata di persone si trasferiscono dal Sud Italia con le loro povere cose, chiuse nelle valigie di cartone, affollando i treni della speranza, alla ricerca di una vita migliore.

Li vedo ogni giorno quando percorro il tratto Milano- Varese, dove insegno.

Dopo un lungo viaggio stressante, gli emigranti, a volte, invadono i vagoni della prima classe, alla ricerca di un posto su cui sedersi, con grande scandalo dei viaggiatori che protestano per l’invadenza.
Li vedo togliere dai loro bagagli pane, salame e una bottiglia di vino ed è come se volessero portare con loro, assieme al cibo, il ricordo della terra che stanno per lasciare.
Se sono diretti in Svizzera non possono portare con loro i propri figli; se li portano, dovranno tenerli nascosti in casa, chiusi, come se fossero in prigione.
In molti locali aperti al pubblico è appeso un cartello con la scritta “Vietato l’ingresso agli Italiani e ai cani”.

Sono a Milano quando iniziano le contestazioni giovanili del 68- 69.

Quel movimento, partito da Berkley in California, si spande a macchia d’olio in molti paesi di culture diverse e coinvolge anche l’Italia, dove si esprime come intolleranza giovanile verso le generazioni adulte, accusate di essere retrograde e repressive.
La contestazione giovanile, pur con qualche pecca e con qualche eccesso, porta, almeno agli inizi, una ventata di novità che dà finalmente una maggiore dignità alla donna, fino ad allora sfruttata e ghettizzata.

Sono ancora nella capitale lombarda quando la strage di piazza Fontana segna l’inizio di quella strategia della tensione che insanguinerà l’Italia per più di 30 anni.

Sono invece a Brescia quando si consuma la strage di piazza della Loggia con 18 morti e 177 feriti ; alcuni sono miei colleghi.

Comincia la girandola degli spostamenti della mia vita vagabonda: Torino, Milano, Milano -Torino, Brescia, Londra, Parigi , Livorno, Washington: nuovi amici, nuovi paesaggi, nuove esperienze.
A Washington partecipo alla manifestazione anti-war, quando scoppia la guerra contro Saddam Hussein.
Nei giardini delle case si vedono spesso le aste issate con la bandiera americana e con la scritta “Not in my name “: una frase che diventerà tristemente famosa e utilizzata, sfortunatamente, in altri tragici attacchi terroristici.

Ora vivo in un tranquillo paese di mare e ripenso alla mia vita come un grande puzzle con tante tessere da incastrare.
In ognuna di quelle tessere ho lasciato un pezzetto della mia storia di vita; io, però quel puzzle non sono più riuscita a ricomporlo nella sua interezza: potrei vivere in luoghi diversi e non prediligerne nessuno; ho perso l’orgoglio di appartenere ad una Comunità .
Mi immagino di assomigliare ad un albero, ricco di foglie e di rami, ma che è stato strappato dal suolo e giace a terra con le radici al vento.


Schegge di memoria

Articolo di di Impera Romani

2 COMMENTS

  1. Che bella l’immagine delle radici al vento. Sei stata capace di sentirti “a casa” ovunque tu ti trovassi, questa e’ vera liberta’, secondo me. Come dicono “I Nomadi”, il fuoco di un camino
    non è caldo come il sole del mattino!