Viaggiando alla scoperta della scrittrice bruciata dalla sigaretta

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Viaggiando alla scoperta della scrittrice bruciata dalla sigaretta.


Chiusa nel mio eremo convento sto trascorrendo le vacanze di Natale di questo interminabile anno a farmi compagnia in questo silenzio la lettura e la scrittura, ma anche la scoperta di scrittrici e scrittori.

Ancora una volta a svegliare la mia curiosità è stato il mio amico Pino. Ingeborg BACHMANN, uno dei volti più significativi della letteratura del Novecento, una scrittrice legata a Roma, dove nel 1973 morì Una sigaretta lasciata accesa, il corpo devastato dalle ustioni, dopo qualche giorno di agonia si spense. Le cronache del tempo oscillarono tra suicidio, omicidio, morte casuale Era arrivata a Roma, dopo il successo della prima raccolta poetica, “Il tempo dilazionato”.

Aderente al movimento 47.

Via Giulia 66 è stata la sua ultima casa. Collaborava con la rivista “Botteghe Oscure”. Traduceva anche Ungaretti in tedesco. Con un nome d’arte scriveva articoli di cronaca nera, seguendo il caso Montesi, viveva una doppia vita, una a Roma, una Vienna, dove ambientò i suoi romanzi. Scriveva di Vienna, stando a Roma “senza questa distanza non potrei immaginarla”, diceva. L’Austria restava nel suo cuore. A Vienna aveva mosso i primi passi come poetessa, aveva stretto un’amicizia, un amore tormentato, un amore tossico diremmo oggi con Paul Celan.

La scrittrice in seguito farà uso di farmaci antidepressivi.

Il poeta aveva pagato in prima persona i danni dell’Olocausto. Era di origine rumeno, ebraico, lei era stata rapita dal fascinoso ebreo errante, che descriveva gli orrori dei campi di sterminio. 19anni di fitta corrispondenza per “comprendere” questa storia. Innamorata sempre di persone “sbagliate” dicono le biografie. A Parigi una loro breve convivenza, un amore con strascichi dolorosi. Un amore a cui nessuno dei due metteva chiaramente la parola Addio, nella sua vita arriva poi “la tenera amicizia” con Hans Wener Henze, che è omosessuale, per lei arriva a Roma lo scrittore svizzero Max Frish, vanno a vivere insieme in uno strepitoso appartamento ai Parioli. due terrazze con vista mozzafiato.

Sono gli anni 60 si tengono fuori dalla Dolce Vita, la loro diventa una storia però chiacchierata, per l’arrivo di una studentessa molto giovane con cui si sposerà. Nonostante il successo letterario per la scrittrice arriva il crollo fisico, comincia ad abusare di psicofarmaci, riallaccia la sua tenera amicizia con Frisch, luogo di incontri la sua villa ai Colli Albani, tentativi di aiutarla a disintossicarsi. La mia vita finisce scrisse lei dopo che Paul Celan morì annegato nel fiume, ERI LA MIA VITA. Io l’ho amato più della mia. Paul scelse una morte solitaria, si gettò nel fiume Senna, quindici giorni di ricerche il loro nome oggi cammina insieme in rete, cercando l’uno arriva l’altro, i loro scritti vengono incrociati e alcuni versi appaiono quasi profetici.

La pubblicazione del loro carteggio aiuta a “entrare dentro le loro parole”. Entrambi vanno collocati nella grande ferita dell’umanità, che si portavano dentro, gli orrori del Novecento.

Una scrittrice da riscoprire. Una donna innamorata dell’idea dell’amore, che nel tormento scriveva “scrivere significa vivere di uno strano lavoro, che non si può pretendere che la società ritenga utile e necessario” ma anche “vedo osservo spesso nella gente una rassegnazione che mi spaventa” e anche scrivo con la mia mano bruciata riguardo alla natura del fuoco” già appunto quel fuoco reale che arriverà nella sua vita. “L’individuo in questa società alla fine si dice che muore, ma questo non è vero, perché alla fine ognuno di noi è stato ucciso” ma anche “la nostra società è talmente malata che fa diventare malato l’individuo”. C’è stato un momento preciso che ha distrutto la mia infanzia l’arrivo di Hitler, un dolore così intenso.

Sparire devo, mi dicono laggiù. Voglio sparire sulla mia terrazza.


Viaggiando alla scoperta della scrittrice bruciata dalla sigaretta.