Smemoranda

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Smemoranda


«Salve! Ma che fa? Non mi riconosce?»
Strizzo gli occhi: l’ometto che mi sta di fronte sul marciapiede non mi dice proprio niente.
Sempre il solito problema, non riconosco le facce.
Di solito bluffo grazie al repertorio di conversazioni neutre che ho messo a punto negli anni per non essere scoperta.
Questa volta, invece, mi scappa di bocca la verità.
«Veramente…» faccio una smorfia che significa “mi scusi ma è che proprio non mi ricordo…”
Quello non si dà per vinto: «Michelangelo, il pittore sono».

A me l’informazione non apre le cataratte della memoria ma siccome Michelangelo mi fissa facendo di sì con la testa a mo’ di incoraggiamento

«Ah… ma certo, Michelangelo!» poi, per farmi perdonare, fingo interesse:
«E come sta?»
«E come devo stare…» gli vengono gli occhi lucidi e attacca a raccontarmi della sorella trentenne malata di leucemia: “l’hanno ricoverata tre giorni fa”, precisa.
Tira fuori dalla tasca la foto di una bionda giallo paglierino messa in tiro.
«Guardi, guardi qua…»
«Ma che bella ragazza! Per fortuna la leucemia ormai si cura»
Lui sembra non avermi sentita:
«Hanno chiamato dall’ospedale: “venite, sua sorella non ce l’ha fatta”. Io, in quel momento, avevo i bambini accanto: “la mamma non c’è più, vero?” mi ha chiesto il più grandicello. Adesso vogliono andare a vederla ma io non ce li porto. No no, non ce li porto dalla loro mamma ridotta così».

Mi sento in dovere di spezzare una lancia a favore dei minori:

«Ce li deve portare invece. Se no resteranno tutta la vita col rimpianto e lei col rimorso»
«No. Così non la devono vedere, alla loro mamma. Ce la faccio vedere dopo che l’ho sistemata nella bara. Come una regina!» Si dà una manata sincrona sulle tasche dei pantaloni «ma per farlo ci vogliono i piccioli (soldi) e io, invece…» gli si accende una lampadina nello sguardo: «difatti stiamo facendo una colletta con gli amici più stretti, e se pure lei ci vuole partecipare…»
A parte che non sono amica sua e meno che mai “stretta”, però ci sono situazioni dalle quali, per uscirne indenne, devi possedere una buona dose di spietatezza che purtroppo a me manca.

Così faccio quello che Michelangelo si aspetta: gli porgo con rassegnazione la mia unica carta da venti che aveva resistito per tre giorni mimetizzata nel portafogli tra scontrini e un biglietto dell’autobus usato. E dire che avevo evitato di prendere il caffè al bar pur di non cambiarla, perché gli spiccioli vanno via più facilmente. E invece ora me ne rammarico perché, se lo avessi fatto, avrei potuto dare a quel perfetto sconosciuto che mi singhiozza sulla spalla − che so? – cinque euro invece dei venti che la mia mano gli sta scucendo.
«La prossima volta che la incontro» mi promette Michelangelo «ci faccio avere “la cartolina” di mia sorella che le sto facendo stampare per gli amici»
E dagli con questa storia dell’amicizia. Io non sono…
«Così ce l’ha pure lei e se la conserva».

Riprende la fotina di prima e ci mitraglia sopra una scarica di baci poi la mette via insieme al mio generoso contributo.

Ecco, mi mancava proprio questo: al posto dei miei venti euro, avrò nel portafogli l’immaginetta di una sconosciuta. Manco fosse una santa!
Ma forse è proprio così: se quando ce ne andiamo quelli che restano ci piangono, allora qualche linea di santità ce la siamo meritata comunque.

Per una frazione di secondo mi perdo a immaginare come sarà il mio funerale: le lacrime, le risate fuori posto. Chi senza di me si sentirà smarrito, chi abbasserà gli occhi per nascondere che non recano traccia di emozione. Vedo mio marito Roberto, imboscato dietro una colonna della chiesa, bisbigliare al cellulare con la mano che copre la bocca, mi pare di sentirlo mentre si giustifica con chi gli farà notare che lì dentro non sta bene: “era una chiamata davvero importante, un caso eccezionale”. Sì − vorrei rispondergli − proprio come tutte le migliaia di telefonate che hai ricevuto negli anni passati a tutte le ore, sia di giorno che di notte, e che mi hanno rimpiazzata nella tua attenzione. Ma da dentro la mia bella bara in legno lucido nessuno può più sentirmi. E Carlotta? Chissà se per allora mia figlia mi avrà perdonata, se avvertirà comunque la mancanza della mamma imperfetta che sono stata.

Ma che vado a pensare? Accantono quei pensieri che vanno bene per i vecchi, quando diventano incapaci di immaginare un futuro che non sia la fine. Ritorno tra i vivi.

Michelangelo adesso mi sta salutando. Con lo sguardo che trasuda dolore e gratitudine.
Lo saluto pure io mentre mi balena il dubbio che sia stata tutta una messinscena.
Forse, se tra un po’ mi volto a guardare, becco Michelangelo che sta ripetendo la sua triste storia a un’altra fessa che abbocchi, proprio come me. Perché – la verità − io, un pittore che si chiama Michelangelo mica l’ho mai conosciuto. Almeno credo…
Allora che faccio? Mi volto? No, meglio lasciar perdere. Se uno è così disperato da fare quella pantomima per scroccare quattro soldi, smollarglieli è stata comunque un’opera di bene.

Riprendo la mia strada verso casa, riprendo a pensare a Carlotta, se le ho fatto danni, se sono ancora in tempo per rimediare e soprattutto se siano ferite che col tempo guariscono o se è come per le ali delle farfalle che quando le tocchi perdono la polvere magica che fa volare e, dopo, non c’è più niente da fare.
Poi, per fortuna, le piccole preoccupazioni di ogni giorno tornano ad assorbire la mia attenzione perché, per colpa di Michelangelo, ho fatto davvero tardi e non ho niente pronto per il pranzo.
«Comunque» prometto a me stessa «la prossima volta che uno sconosciuto mi saluta, tiro dritto».


Smemoranda – Racconto di Bernarda Monaco