Sulla soglia dell’eternità

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Mi chiamo Vincent Van Gogh e sono in cura in un ospedale psichiatrico. Ho solo una domanda da porvi. Avete mai guardato un prato? Dico guardato per davvero: fermi immobili per minuti interi ad aspettare. Avete mai annusato l’odore del vento? Avete mai ascoltato le parole degli alberi?

Se non l’avete fatto, cari amici, siete pazzi, perché non avete mai vissuto.

Eppure ci sono medici e preti che, qui, mi dicono che sono io ad avere perso il senno, che sono io a vedere immaginari fantasmi e che tutto quello che credo di dipingere non è vero. Si tratterebbe secondo queste illustri menti di un cervello malato. Quella mente  malsana sarei io.

Ma ora vi chiedo di alzarvi dal vostro scranno, di uscire dalle calde mura domestiche e di respirare. Guardate il cielo sopra di voi e ascoltate. Non chiedete cosa, non chiedetemi se dobbiate focalizzarvi su qualche rumore. Ascoltate e basta.

Capirete che avete lasciato per molto tempo le vostre orecchie in balia di inutili voci, voci mortali e passeggere, e non avete ascoltato lei. Sì, proprio lei la Natura, quella con la N maiuscola, quella leopardiana. Chissà, forse hanno creduto pazzo anche lui!

E ora mi ritrovo dentro quattro sudicie mura ad elemosinare l’aria aperta ed una tavolozza di colori.

Il tutto perché mi sono tagliato uno stupido orecchio! Che cos’è un orecchio, che cos’è di fronte all’immensità di quello che vedo, di fronte alle distese di girasoli, ai rami che sorreggono la terra, alle stelle?

Dio mi ha dato questo talento, l’unico a quanto sembra. Io non dipingo per cercare la perfezione o per compiacere qualche amante di correnti artistiche vendute, non dipingo ciò che vedete, ciò che vedono tutti. Dipingo Dio, quel Dio che c’è in ogni cosa, in ogni petalo, in ogni ramo. E loro rimarranno lì, immortalati nei miei quadri, per sempre vivi e mai appassiti. Per questo ho sempre odiato ritrarre le persone. Loro credono che così la vecchiaia non le colpirà, che saranno salvati in qualche modo dal precipizio della morte. La natura non mi supplica, non implora la mia pietà, non chiede ritratti, perché sa di essere imperitura.

Allora perché rendere immortale ciò che già lo è?

Ma io non voglio immortalare proprio quel fiore o quelle radici che molti di voi hanno giudicato brutte, esattamente, brutte e banali. Voglio che sulla mia tela rimanga la mia visione della natura, come lei si è descritta, come io l’ho ascoltata. E la gente, forse voi, un giorno guarderà i miei quadri e vedrà, vedrà quello che ho visto io.

Che manie di grandezza! Che desiderio di eternità! Potrete pensare questo, forse avrete ragione.

Ma vi chiedo di guardare ancora sopra la vostra testa, quando uscirete dalle gabbie che voi chiamate case, guardate in alto.

Il cielo, le nuvole, le foglie, i colori, forse che non sono soltanto luce? Guardate bene e l’azzurro si illuminerà, e il verde, e il marrone: tutto sarà solo luce.

Avete capito? E’ la luce, la luce che i miei quadri hanno imprigionato, la luce delle cose, di tutte le cose della natura.

Forse sono pazzo, forse lo sono davvero, ma preferisco vivere la mia vita alla ricerca della vera eternità che supplicarla in punto di morte senza avere mai ascoltato la voce della natura.

Cordialmente,

vostro Vincent

(Liberamente ispirato dal film: “Van Gogh, sulla soglia dell’eternità”)