Terrore, paura e futuro. In allegato un pizzico di speranza.

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Sono una giovane ragazza di vent’anni. Sono pochi lo so, ma a me sembrano già una vita.

Qualche volta mi atteggio da donna vissuta, con grandi esperienze e amori alle spalle. Ma la verità è che non ho ancora vissuto abbastanza. Perché in fondo nessuno di noi potrà mai vivere abbastanza.
In questi vent’anni ho visto passare mode, amicizie e amori.
Ma non ho visto solo questo. Ho visto abbattere le Torri Gemelle, il susseguirsi di guerre e la paura prendere il sopravvento, tramutandosi in odio verso i nostri fratelli.
I miei coetanei li ho visti giocare con i nostri compagni di un’altra etnia, per poi cominciare a temerli e a disprezzarli.
Ho visto le persone cambiare la loro espressione: volti sereni diventare visi imbronciati, con occhi pieni di ostilità.

Non mi sono fatta contagiare da quell’odio, nelle metro affollate mi sono sempre seduta nei posti vuoti di fianco a persone straniere.

Ma mi sono vista cambiare anch’io, devo essere onesta. Ho visto la mia spensieratezza tramutarsi in allerta.
Ricordo bene il mio primo viaggio a Parigi, c’era appena stata un allarme bomba. Correva l’Agosto 2011.
Smisi di sedermi di fianco ai musulmani. Anzi, sul mio viso si cominciò a formare un rigolo di sudore e cominciai a pregare. Il dubbio, la paura e l’ignoranza si erano insediate ben dentro di me.
Tutte cose che ho cercato di combattere in seguito, perché sono queste le vere guerre: quelle interiori, quelle dove devi disintossicarti dai mass media, dai pregiudizi e non far prender al terrore il sopravvento.

Ho ricominciato poi a sedermi vicino ai musulmani, ma una preghierina ogni tanto la faccio comunque.

Questo perché la paura è in tutti noi. Lo vedo in mia sorella che di notte sogna possibili attentati, lo vedo nelle persone che si guardano sempre ben intorno, lo vedo in me stessa che quando vedo una borsa abbandonata cambio strada e, se fosse possibile, cambierei pure Paese.
La cosa che più mi spaventa, però, è l’indifferenza delle persone. Un’ immagine sui social, una frase, due lacrime e anche questo attentato si può dimenticare. C’è bisogno di incazzarsi, non di postare l’ennesima “I pray for…”. Non perché i prossimi potremmo essere noi, ma perché noi siamo già stati coinvolti. Siamo stati colpiti quando hanno fatto esplodere l’aeroporto di Zaventem, con l’atto terroristico ad Al Bab, per l’irruzione nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray. Per gli attentati a Parigi, Siria, Stoccolma, Bruxelles, San Pietroburgo, Londra e Turchia.

Probabilmente dovrei scrivere parole cariche di speranza, perché come ho già detto, sono una giovane ragazza. Credetemi di speranza ne ho tanta, ma ho ancora più rabbia verso la vigliacca indifferenza.

Sogno con ansia il giorno in cui il coraggio vincerà sulla paura, la solidarietà sui pregiudizi, quando la gente comprenderà che i nemici non sono chi teme come noi il futuro, quando non ci saranno più posti liberi in metro.
Nel frattempo io continuerò a viaggiare, sperando di non morire nella prossima Guerra Mondiale o durante un atto terroristico.
Perché io, ho vent’anni e per quanto possa sentirmi grande, non ho ancora vissuto abbastanza.