E’ conosciuta come la Provincia dei cento castelli, quella di Pesaro-Urbino. Eppure non solo la spada ha saputo scrivere sul grande libro della storia di queste terre, anche la croce ha voluto e potuto dire la sua.

E stamane andiamo a scoprire tre luoghi di fede davvero incredibili, tre edifici religiosi nel cuore dell’antico Ducato urbinate da non lasciarsi scappare per nessuna ragione al mondo. Vedremo:

  • L’eremo di Fonte Avellana a Serra Sant’Abbondio
  • La Chiesa del Santissimo Crocifisso a Casteldimezzo
  • La Chiesa dei Morti a Urbania

 

Perduto nel verde intenso che ricopre l’Appennino, lontano dalle grandi vie di comunicazione di fondovalle, se ne sta dall’anno 997 l’Eremo di Santa Croce di Fonte Avellana, un complesso di strutture che di lontano pare un imprendibile fortilizio, ma che da vicino restituisce appieno il senso del luogo: un mosaico di medioevo che va a formare una vera e propria Città di Dio.

In origine si trattava di un eremo poverissimo che poi, con il passare degli anni, è divenuto vero e proprio punto di riferimento per la cristianità.

Testimone di ciò non sono tanto gli oltre settanta tra beati e santi, i cinquanta e più vescovi e i cinque Papi che qui si formarono, piuttosto i tanti scritti inerenti l’uomo che meglio seppe rappresentare e trasformare Fonte Avellana: San Pier Damiani (una biografia piuttosto completa sul santo è disponibile sul sito Il Federico).

Davvero straordinario è lo Scriptorium dove gli amanuensi copiavano gli antichi testi e diffondevano cultura, e non da meno è la chiesa primitiva, una cripta arrivata intatta ai giorni nostri dal XI° secolo.

Altro luogo di culto molto caro ai locali è la piccola Chiesa del Santissimo Crocifisso di Casteldimezzo (Pesaro) che prende nome del suo più illustre ospite: il Crocifisso venuto dal mare. Questo, realizzato nel XV° secolo da Iacobello da Fiore e Antonio da Buonvicino, venne rinvenuto – unico superstite d’un mercantile che fece naufragio – nei pressi della spiaggia di Vallugola nei primi giorni del ‘500. E da allora non ha mai smesso di far parlare di sé.

Non pochi sono coloro che ritengono infatti di essere stati in un modo o nell’altro aiutati dal Crocifisso venuto dal mare, e tra i tanti miracoli che lui si attribuiscono il più clamoroso risale all’anno 1517, quando la piccola Casteldimezzo venne messa sotto assedio da oltre settemila fiorentini. I locali resistettero finché poterono, ma poi la sete prese più forza del coraggio e così il castellano  chiamò a raccolta tutto il paese per comunicare che le speranze erano esaurite e che l’indomani le porte del castello si sarebbero aperte all’invasore.

Le genti vollero però tentare un’ultima, disperata carta: chiedere la grazia al Crocifisso.

Come andò a finire? La storia racconta che la notte stessa venne trovata una sorgente d’acqua pura entro le mura. Questa consentì al minuto paese di resistere qualche giorno ancora, fino a che dalle torri qualcuno dovette posare gli occhi su qualcosa di tanto salvifico quanto inatteso: il vessillo giallo e azzurro delle truppe urbinate, truppe che misero in fuga gli uomini al soldo di Firenze.

E’ invece presso l’antica Casteldurante, cittadina oggi conosciuta come Urbania, che le Marche custodiscono il loro tesoro più macabro: la Chiesa dei Morti.

Il luogo di culto venne fondato nel 1380 e due secoli più tardi divenne sede della Confraternita della Buona Morte, confraternita che caritatevolmente assisteva condannati e indigenti prossimi al trapasso occupandosi di tutto, finanche della sepoltura che avveniva sul retro del piccolo edificio sacro, allora noto come Cappella Cola.

E’ a seguito dell’editto di Saint Cloud, promulgato da Napoleone(e che voleva che i nuovi e i vecchi defunti trovassero il riposo eterno fuori dai centri abitati), che cominciarono i lavori di traslazione.

E così, un bel giorno piantato nella prima metà dell’Ottocento, gli increduli operai addetti alla riesumazione videro affiorare dal terreno corpi vecchi di secoli ma per nulla corrotti dal tempo, alcuni con tanto di pelle, unghie, capelli e organi interni.

Come ciò fu possibile ce lo racconta la moderna scienza: questo fatto per nulla ordinario è dato dalle particolari condizioni geologiche del terreno urbaniese e da una speciale tipologia di muffa in esso presente, una muffa nota come Hipha Bombicina Pers.

Dal 1833, il vano dietro l’altare conosce la presenza di diciotto mummie, ognuna con la sua storia da raccontare: si va dal sacerdote ammazzato dal colesterolo al ragazzo con un foro di pugnale in petto, passando dal giovane investito da un carro e dal sepolto vivo.

Uno spettacolo tetro, che divide le coscienze, ma che di certo non lascia indifferenti: la Chiesa dei Morti di Urbania è uno dei rari luoghi in cui è possibile guardare la morte negli occhi… per poi raccontarlo.