Come nei migliori film che ispirano sentimenti buoni, anche questo Beatiful burocratico d’associazioni per la difesa dell’omosessualità femminile aggiunge un nuovo personaggio, punto di svolta: unaltrArcilesbica.

Dopo il dissociarsi di dieci circoli territoriali su quattordici d’Arcilesbica stessa, lo spacco è evidente e ormai impossibile da risanare. In attesa del congresso di Dicembre, dunque, dove si vedrà qualche testa rotolare, l’iniziativa #unaltrArcilesbica si pone come alternativa e punto di vista, un progetto concorrenziale al delirio misandrico e transfobico della Segreteria Nazionale.

I toni saranno seri almeno questa volta? La credibilità e la dignità si guadagnano con i fatti e con le parole, il comunicato che annuncia l’inizio del progetto recita così:

“La Campagna #UnaltrArciLesbica – si legge – nasce dal forte e condiviso desiderio di buona parte delle socie ArciLesbica di prendere le distanze, al contempo, dalle modalità comunicative e dalle scelte unilaterali operate dall’attuale Segreteria Nazionale, nonché dalle parole di disprezzo e gli insulti che hanno caratterizzato l’ondata di violenza misogina e lesbofoba senza precedenti che ha investito i nostri canali social. La Pagina @unaltrArciLesbica si propone come spazio di diffusione della politica e della cultura lesbica e femminista”.

Posizione che era già stata assunta, peraltro, in un comunicato a Maggio firmato dagli stessi circoli:

Un attacco e una difesa, un’ammissione d’intenzioni. Presto arriva chi, giustamente, fra i commenti chiede:

“ma volevo chiedere, cosa c’entra il femminismo con l’essere lesbiche? I gay allora sono dei maschilisti? Io, non so, mi sento confusa”

e la risposta non lascia ombre di dubbio:

“Assolutamente no. ArciLesbica é un’associazione sia lesbica che femminista. Le due cose non devono per forza andare a braccetto ma noi abbiamo deciso di essere tali. É una scelta, non un obbligo od una legge di natura. “

Stessa formula dell’Arcilesbica di sempre, dunque, che forse per necessità, forse per vezzo, decide sempre d’essere non soltanto all’interno del movimento LGBT come rappresentanti di donne lesbiche, ma anche quella d’associazione femminista.

Tuttavia, viene naturale e spontaneo, ad oggi, chiedersi perché queste associazioni e movimenti “femministi” non si radunino e concentrino in un’unica direzione e cambino nome e natura della loro lotta, che ormai dovrebbe essere – come molti già chiamano – più “paritarismo” che “femminismo”. Siamo ad un livello di maturità, sociale e culturale, dove è palese notare che le presunte differenze dei sessi nella maggior parte dei casi sono un’accozzaglia di preconcetti e misconcetti (perdonatemi il vile uso di neologismi da traduzione NdR) e tentativi d’etichettare ciò che non è etichettabile per definizione: la natura umana mutabile e imprevedibile.

Allora lo scopo dovrebbe essere raggiungere la parità, la libertà di entrambi i sessi negli usi e costumi, nell’azzeramento dei giudizi sociali se un uomo indossa un vestito di pizzo e una donna si fa crescere i baffi alla Dalì, se un uomo eterosessuale e cisgender decide di affrontare la carriera di drag queen o se una donna decide di voler abortire per proseguire con la propria vita e pensarci in un secondo momento, o mai più. Far rimanere sul tavolo dei sessi solo l’attrazione, la stoffa della persona, ciò che vale o non vale e non quello che appare o la natura ha creato.

La liberazione sessuale del nuovo millennio, il “portare i pantaloni oltre alla gonna” aggiornato e riveduto, che viene spontaneo associare al cosiddetto “post-genderism” che, date le premesse, è un’aspirazione in grado di colpire nel segno i problemi odierni legati alla sessualità: la fine del binarismo di genere, il riconoscimento del binarismo come limitante sociale e umana, qualcosa che in effetti, se ci si ferma a riflettere, ha creato ingiustizie e casi estremamente assurdi da entrambe le parti: donne discriminate in certi ambiti lavorativi per il semplice fatto d’essere donne e uomini presi a pesci in faccia, ridicolizzati ed in generale discriminati per aver scelto qualcosa che la società ha classificato come “da donne”.

Quanti stereotipi si sono creati sull’omosessualità, solo per questioni lavorative? Il parrucchiere gay, la camionista lesbica, lo stilista bisessuale e promiscuo… se riflettiamo a quanti stereotipi sessuali hanno preso vita e quali vivono ancora ad oggi nella nostra società, non è utopia credere che con un binarismo meno prevalente e più moderato, più sano di mente e meno isterico ed autoritario, molte cose sarebbero potute essere evitate, la società e la cultura migliorate da prese di posizione più pacate e giuste per entrambe le parti.

Allo stesso tempo, chi deve iniziare questa battaglia unita? Le associazioni che si pongono come luogo di riunione per chi non si sente rappresentato dal termine uomo o donna? I cosiddetti “genderqueer”? E chi è che supporterà queste battaglie? Saranno battaglie solitarie, o ci sarà un Sancho Panza a tenerci compagnia?

È giusto aspettarsi dalle nuove associazioni create, dai nuovi vertici, dalle giovani reclute che sostituiscono le vecchie poltrone in pelle con quelle in ecopelle sintetica, una risposta decisa in merito? Un cordone unico, qualcosa che possiamo sentire tutti come una nostra battaglia e non soltanto un fastidio perditempo, un voler imporre uno o l’altro sesso sul corrispettivo opposto?

L’opinione pubblica non aspetta altro che paladini senza paura. Con la voglia di parlare ed argomentare e scegliere le giuste battaglie d’affrontare.

Senza che si creino delle guerre civili interne e sovvenga il bisogno di creare unAltraltrancorArcilesbica