Nota al lettore

1. Erostrato: (Efeso.. – Efeso, luglio 356 a.C.) è stato un criminale e pastore greco che, per immortalare in qualche modo il suo nome, incendiò e distrusse il tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo antico. I suoi concittadini, gli Efesî, lo condannarono a morte e decretarono che non venisse mai ricordato il suo nome.

2. Erostratismo: Patologia che consiste nell’ansia di sopravvivere nella memoria dei posteri (da Erostrato)

“Oh follia! Oh brama di gloria! Oh sudici sentimenti! Arrovellate la mia mente e premete il mio petto così come il dolce miele persuade la mosca nella sua amara trappola. Che possan finire un giorno i miei lamenti ed essere rimpiazzati da gloria e felicità. Che possa terminare, al più presto, la mia vita da pastore e che inizi, al suo posto, una nuova esistenza forgiata da sogni e desideri mai afferrati.”

Queste erano le lamentose parole di un uomo che riecheggiavano nell’oscura notte fra i fertili campi di Efeso.

La barba bianca, lunga come i suoi rimpianti, ondeggiava cullata dal libeccio. I suoi occhi, solitamente spenti, ardevano ora di vigorose fiamme illuminando la buia valle e il suo cuore, divenuto pece dopo le disgrazie di un’esistenza malvissuta.

Erostrato, questo il nome, era un uomo comune, privo di vizi e di virtù ma roso da oscuri pensieri che guastavano le sue notti e tormentavano i suoi giorni. Fin da giovane crebbe come pastore, il padre gli insegnò quest’arte e, a sua volta, fu il padre del padre a consegnarla al suo avo. E così fu per secoli e secoli. Il loro nome era sconosciuto a tutti, erano solo semplici eremiti che si nutrivano di latte e formaggio, giocavano nei prati e dormivano sotto il profumo dei boccioli nascituri.

Da sempre nessun membro della stirpe fu insignito di qualche merito, nessuno aspirò mai a vita differente da questa.

“Nati siamo per esser pastori, figlio mio. Altro non abbiamo se non le capre, nostre amiche, e i frutti, nostri fratelli. Impara ad amarli e loro ameranno te.”

Gli ripeteva in continuazione il saggio padre.

Ma Erostrato non amava ne le bestiole, ne le grandi fronde dei prati. Durante la sua adolescenza odiò profondamente la vita campagnola e bramava una vita di piaceri ed avventure.

Durante la notte si scuoteva, s’agitava e urlava per la sua sorte così abietta e pregava un futuro dall’alba lontana. Nei suoi sogni un giorno era guerriero, un altro sovrano e poi ancora anziano saggio, ma sempre la pallida mattina arrivava puntuale strappandolo da Morfeo e dalle sue fantasie con il suo tanfo di sterco e la freschezza del primo sole. Erostrato crebbe in fretta. La sua schiena, un tempo diritta e forte, cominciò a curvarsi come quelle di chi lavora e prega da sempre senza mai ricevere in cambio.

Se da una parte il suo fisico, con gli anni, lo abbandonava, dall’altra la mente diveniva sempre più forte.

Il modesto contadino si perdeva nei suoi pensieri di riscatto, desiderava dar voce ai suoi sentimenti di grandezza ma era privo degli strumenti necessari per attuarli. Le capre e la terra non eran cultura. Era come un povero passero chiuso in gabbia durante la primavera, sognava librarsi negli azzurri cieli seguendo le sinfonie dei venti, ma forze più potenti lo tenevano prigioniero.

INCARCERATO NEL FISICO ED INCARCERATO NEL PENSIERO.

Negli anni i timidi e ostili sentimenti contro la vita agreste divennero pesanti dogmi che scandivano la sua esistenza. Egli odiava e basta, dominato da rabbia, dolore, rimpianto e frustrazione. Nient’altro gli permise di crescere se non questo. E così come la goccia paziente che con il tempo sfalda la roccia millenaria, anche questi sentimenti divoravano i suoi pensieri relegandolo alla condizione di mezzo uomo.
E quella notte il vaso saturo di odio, disgraziatamente, si ruppe per sempre. Erostrato aveva sopportato fin troppo. Il freddo pungeva le stanche ossa del vecchio e il vento ululava feroce, ma ancora più forte sapeva gridare il povero diavolo.

“Perché è stata destinata a me questa vita? Perché non son libero di scegliere il mio fato?”

Singhiozzava sommesso. “Quale ingiustizia! Una mente così brillante costretta a badare alle capre. Tutti dovrebbero conoscere Erostrato ed ammirarlo. Tutti dovrebbero sognare d’essere grandi pensatori come me. E invece son costretto al niente. Al vuoto! Maledetti siano gli dei e maledetti siano gli uomini, miei pari! Pari? Ma che dico, inferiori semmai. Solo costringendomi a questa vita di povertà e stenti siete riusciti a tarpare le ali del mio glorioso avvenire. Ma che m’importa delle vostre sciocchezze. Io sarò ricordato nei secoli, succeda quel che succeda. Che sia per aver salvato la patria o averla distrutta. Io sono Erostrato. Io raggiungerò la gloria.”

E alle lacrime si sostituì un sinistro riso. Maligno e oscuro come gli inferi del viscido Ade e della sfortunata Proserpina.

Ecco cosa accade quando la follia prende il sopravvento sulla ragione. E che il lettore non snobbi o derida la condizione del nostro pazzo eroe. I sentimenti che lo muovono son gli stessi che agitano la nostra vita e non sarà il dogma della morale a nasconderli e sopprimerli. Essi vivono negli oscuri meandri del nostro essere, pronti a sferrare i loro biechi colpi nei momenti di massima tranquillità. Esiste solo un fragile filo che separa la ragione dalla pazzia, ed è facile che questo si spezzi gettandoci nel più terribile degli oblii. Nel frattempo il vecchio pastore pazzo e geniale, vivo e morto si dirigeva verso il centro abitato.

“Avrò la mia vendetta”

SI ripeteva convulsamente. Non sapeva come prendersi ciò che gli spettava, nè come agire. Vagando per le campagne s’imbattè nel sacro tempio d’Artemide e come un lampo, un moto di rabbia strappò il suo essere.

“E questa sarebbe l’opera di una grande mente? È un obbrobrio, una vergogna. Che possano morire tutti gli stolti uomini che gli rendono omaggio e che periscano insieme ad essi i falsi dei che, dall’alto del loro aureo trono, muovono tronfi e tiranni i fili dell’esistenza. Io son libero dai vostri inganni e vi mostrerò come il Grande Erostrato ucciderà uomini e dei e verrà ricordato come il Salvatore.”

Vide gli Dei come suoi nemici, come grandi e pallide copie che rendevano ciechi gli uomini e ottenebravano la luce dell’intelligenza.

La stessa intelligenza che, decida il lettore, sembrava pervadere in maniera così sconclusionata la testa del protagonista. Mosso dal suo delirio, lentamente radunò legna e disprezzo e appiccò un incendio. Il fuoco mangiava vorace la costruzione e uno dopo l’altro cadevano gli idoli divini. Ogni fiamma era un’ingorda risata di Erostrato il folle e ogni urlo di paura degli Efesi era una lacrima di gioia che rigava il suo viso.

Egli c’era riuscito. Aveva compiuto qualcosa di grandioso nella sua pallida vita! Aveva ucciso gli ingannevoli dei e le false credenze.

Aveva liberato l’uomo dalle catene che lo legavano e sarebbe stato ricordato nei tempi come l’illuminato prigioniero della caverna di Platone. Rideva e piangeva di un’euforia incontrollabile e spasmi di agitazione lo percuotevano mentre aspettava gli uomini che l’avrebbero innalzato nel carro dei vincitori. E, legato ad esso, sarebbero stato trascinati miserevolmente gli idoli divini nello stesso vergognoso modo con cui Achille si prese gioco del cadavere del giusto Ettore. Il sonno prese il sopravvento durante il suo onnipotente soliloquio e, da quel momento, Erostrato il Grande non divenne più nulla.

Gli antichi abitanti, si dice, lo catturarono e lo condannarono a morte per empietà.

Meritava la morte per la sua disumana follia e, venuti a conoscenza dell’origine di questa, imposero che egli non venisse ricordato nei secoli, rendendo vane le sue azioni. Altri antichi, forse più acuti o più stolti, dissero invece che fu il terrore a spingerli verso quella scelta. Quell’avvenimento aveva rivelato la potenza e la pericolosità dell’animo umano. Il terrore di esser dominati da questi sentimenti li portò ad un’epurazione totale di ciò che successe. Tutti sognano di essere ricordati come i più grandi. Tutti, di nascosto, si credono superiori, migliori e invincibili. Tutti sono mossi dalla potente marea dell’oblio di Erostrato. Chi cullato pacificamente da un leggero scirocco e chi scosso da una violenta tramontana.

MA NESSUNO DOVEVA SAPERLO, O PER LO MENO DIRLO A VOCE ALTA.

Tutto ciò andava assopito e nascosto, il silenzio soltanto doveva regnare. E così fu da quel giorno ad Efeso. Con Erostrato morì tutto, compresa la dolce e cruda litania della pazzia. E che gli uomini d’oggi possano assaporarla cautamente e godere della sua ebbre danza perché, mio lettore, si vive solo e unicamente di questa infima sorella.