VI siete chiesti quale sia il nostro personale fine ultimo

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Vi siete mai chiesti quale sia il vero scopo della vostra esistenza, ovvero il fine ultimo della nostra vita?

Non mi riferisco al motivo per il quale siete nati, che può trovare ragione nel desiderio congiunto dei vostri genitori, nel caso fortuito o, in alcune sciagurate circostanze, in eventi la cui rimembranza dovrebbe appartenere solo a voi stessi. Mi riferisco piuttosto alla ragione del vostro vivere, che ognuno di noi, ognuno di voi, cerca ardentemente per tutta la vita.

Alcuni riescono a ridurre con grande risultato questo scopo alla professione lavorativa, o perché fin da piccoli desideravano ricoprire quel ruolo nella società o perché tale idea è maturata nel tempo. A questa categoria io guardo con grande ammirazione e ambisco anche io a rientrarvene, nel ruolo che mi porta già ora e da anni a porre le mie dita sulle tastiere inanimate della materia, ma animate da vita infusa.

Altri –e a questi mi rivolgo ora- hanno trovato, oltre al primo scopo, uno secondario, che possiamo considerare più profondo.

La ricerca dello scopo dell’esistenza parte dalla nascita, non solo dell’uomo ma della vita stessa, riconducendola ad un fine ultimo imperscrutabile, ad un motore immobile, ad una divinità, ad un Dio, a un qualcosa –insomma- di superiore, di ulteriore rispetto ad ognuno di noi.

Si tratta di quell’ “Altro” a noi non ontologicamente pari, perfetto e assoluto, specchio della bellezza e della perfezione dell’uomo, motore dei nostri fini. E’ chiaro che chi si inscrive all’interno di tale categoria di pensatori –per pensatori intendendosi in questo contesto tutti quelli che si pongono il problema del senso della vita- ha una mente aperta all’irrazionale; il che, dal mio personale angolo di visuale, va giudicata una dote, una dote che a me manca.

Eppure per tutta la mia giovane vita ho cercato di coltivarla e, ancora prima, di ricercarla senza riuscire nell’intento; perché la verità è che non tutti gli uomini sono fatti per credere.

Ci vuole coraggio, ci vuole cecità d’animo, ci vuole uno slancio interiore che spesso e volentieri deriva da esperienze intensamente modificatrici dell’esistenza, eventi tragici la maggior parte delle volte –certo!-.

Altri, invece, pur avendo vissuto esperienze traumatiche non si inscrivono nella categoria, a dimostrazione che quella sopra detta è condizione necessaria ma non sufficiente per il credere.

Riavvolgiamo ora il nastro: se non crediamo troviamo certamente un nostro senso alla vita e ciò ci appaga, ma –sarei disposta a giocare la vita alla roulette con il demonio, se solo esistesse- avremo dei momenti, brevi attimi infiniti in cui penseremo alla vita, alla dicotomia vita-morte e il vuoto attanaglierà il nostro cuore.

Si tratta infatti di un regresso all’infinito che non porta ad alcuna verità certa, ad alcuna soluzione, un pensiero che deve essere scacciato dalla mente con le illusioni e gli scopi concreti e tangibili della quotidianità.

Se ogni uomo, credente o meno, si focalizzasse sulla domanda di apertura di questo sfogo lirico, questi non vivrebbe più, ma, al contrario, divenuto scienziato dell’anima del mondo, assumerebbe su di sé un così gravoso peso da perdersi negli abissi della follia, rinnegando la sua vita, a cui tanto cercava uno scopo.

Ogni uomo è, quindi, personaggio in cerca di un autore che gli dia una parte. Eppure, consapevolmente e per il suo bene, rinuncia all’autore a cui chiede indirettamente con qualche segnale solo lo scopo.

E così ogni uomo, nei limiti della sua personale esistenza, vive felice.

Paradossalmente, potremmo arrivare ad affermare che ogni uomo sia felice per il solo fatto di non porsi costantemente e con zelante serietà domande sull’esistenza. Ogni uomo ha garantita, se vive nell’illusione, una certa felicità: il non chiedersi riguardo la sua costruzione di ente esistente al mondo.