L’orrore e la dolcezza

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Kerala – Varkala – giorno 22

L’orrore e la dolcezza.

L’altro ieri, appena arrivata qui, mi sono resa conto di stare in un immenso, sconfinato mercato, con negozietti alternati a deliziosi localini con terrazza vista mare, alternati a sartorie di strada, alternate a scuole di Yoga e meditazione, alternate a beauty farm ayurvediche, alternate a piccoli e grandi resort, con o senza piscina, alternati ad agenzie di viaggi locali che fungono anche da money exchange e via così, senza soluzione di continuità. La stradina sembra infinita, poco meno di dieci chilometri, fino al tempio e all’eliporto dove stazionano i tuktuk per Varkala city.

È assolutamente impossibile non fermarsi a chiacchierare con i gentilissimi commercianti che, dopo averti fatta accomodare con un sorriso e i soliti “Where are you from?” e “What’s your name?” (i più curiosi e chiacchieroni insistono con le domande, sempre le solite ho constatato, per approfondire la conoscenza), hanno un solo preciso obiettivo: venderti una statuetta di Ganesh o di Vishnu, una o più pashmine del Cachemire, olii profumati, incensi che stordiscono, cibo speziato, cd di incantevole musica indiana, lezioni di yoga, stoffe coloratissime, borse, cappelli, massaggi ayurvedici e mille altre gustose e profumatissime tentazioni.

Il primo pomeriggio che ero qui, uscendo dal Bamboo Village dove risiedo per qualche giorno, giro a destra e al secondo negozietto mi innamoro di almeno tre teli indiani esposti.

Chiedo il prezzo, ma poi mi dico che, insomma, sono appena arrivata ci sarà tempo di girare e scegliere, poi magari ne trovo altri più belli al prossimo negozio che può essere costino pure meno (non succede sempre anche a voi?) e quindi decido di andare avanti. In questi due giorni di teli di cotone con i mandala colorati ne ho visti a decine, mi sembrano tutti uguali, compro altre cose. Poi oggi, dopo sole-bagno-sole-bagno-sole-bagno-libro-doccia-libro-amaca-cambio alloggio per uno più carino- chiacchierata col nuovo vicino (finalmente italiano, di Pavia, che gira l’India ogni anno da trenta anni) che fa yoga da solo sul tappetino nel giardinetto fronte bungalow, decido di tornare al primo colpo di fulmine, i teli coi mandala del negozietto accanto.

Mi accoglie Geeta, 24 anni, con l’allure di una principessa nel suo sari turchese, i capelli lunghi, di seta nerissima, un inglese ineccepibile e un sorriso come perle lucenti, con i dentini perfettamente allineati e gli occhi vivissimi che mandano bagliori.

Guarda questo, bello quello, si sì con gli elefanti, no però senza il blu che non mi piace, only joyfully colors please e….” . Poi come consuetudine si tratta sul prezzo, quindi… non so come nè perché, abbiamo cominciato a parlare di figli, di mariti, di padri, insomma, credo che sia per autentica deformazione professionale, ma cominciamo ad entrare in empatia, confidenze tra donne e lei, con una dolcezza e serenità disarmanti mi racconta che viene dal Karnakata (entroterra dell’India), si è sposata a 16 anni perché le famiglie di due villaggi diversi, si erano accordate. Lei ha visto il marito solo il giorno prima del matrimonio, 15 anni più di lei e già non gli piaceva.

Intanto mi porta verso il fondo del negozio e mi offre una sedia.

No grazie Geeta, preferisco stare seduta in terra, continua per favore. Parla a bassa voce che diventa ancora più bassa quando il tipo con vistosi baffi, magri e con gli occhi grandi un po’ spiritati che era fuori, rientra e si avvicina per sistemare pile di magliette con l’immagine del buon Mahathma Gandhi.
È il marito, quello che le ha dato due figlie, forse l’unica cosa veramente “sua”, probabilmente l’unica ragione per cui Geeta sorride. Ma anche colui che l’ha presa a bastonate in testa, aprendogliela in due, lasciandola svenuta in un lago di sangue, finché qualcuno non l’ha sentita gemere e, priva di conoscenza, l’ha portata in ospedale, dove l’hanno ricucita non prima di averle rasato i capelli lucenti. Mi mostra la cicatrice, a destra, fino al centro della testa, tra i capelli di seta. Lui era scappato, poi è tornato a casa come se niente fosse, quando l’hanno dimessa.

E allora chiedo un sacco di cose.

Molto stupide, me ne rendo conto, mentre lei mi spiega il suo mondo, le consuetudini, una società che non tutela le donne, il fatto che lei non ha potuto studiare, non sa leggere ne scrivere, non ha un computer, non sa cosa significhi avere Facebook ne un indirizzo di posta elettronica per comunicare e, tantomeno, un cellulare. Domande stupide quindi, tipo, perché non l’hai denunciato? Hai conservato i referti dell’ospedale? Gliel’hai detto ai medici che ti hanno curata come e perché sei finita in quelle condizioni? Perché non torni dalla tua famiglia? (cretina che sono… perché lui verrebbe a cercarti e i tuoi fratelli sono solo dei bambini e tuo padre… figuriamoci… ti ci ha messa lui nelle mani del carnefice! ) Hai pensato di fuggire, trovando lavoro in un altro paese?

Come posso aiutarti?

Potrebbe accadere che un uomo di passaggio si innamori di te e, da bravo principe azzurro straniero, ti tolga da questa schiavitù? Possibile che non ci siano associazioni che tutelino le donne maltrattate e quasi uccise dai mariti qui? Guarda te le cerco ora, subito, qualcosa si deve pur fare! Senti Geeta, sei bella, forte, giovane, intelligente, parli un ottimo inglese, sai trattare con i turisti, a Roma, la mia città, faresti un figurone in certi negozi di via Condotti o alla reception di un grande albergo! Ah… certo… come fai con le bambine? Due, femmine, sei anni la prima e due mesi la seconda, nata col cesareo, certo. Anche il mio secondo sai? Ah… scusa non ho capito?!? Ah … e certo… il papà non le ama granché…sono femmine! Lui vuole un maschio. E no Geeta, no! Non puoi permetterglielo. Digli che il dottore ti ha detto che dopo il cesareo non puoi avere altri figli!

Lei vorrebbe che lui morisse, che solo così sarebbe libera.

Me lo racconta con un sorriso, senza traccia di (giustificatissima) rabbia. A me viene voglia di fornirle un veleno da somministrare a piccole dosi crescenti nei dosa, nel sambar e nel chutney col riso, serviti al bruto sorridendo di soddisfazione per quest’ultimo pasto ben condito.
Lei dice che forse prima o poi lo farà. Il problema è dove e come reperire il veleno (ci sarà tra gli innumerevoli commercianti qui intorno un venditore di cianuro?)
Lei adora le sue bimbe, una mamma ragazzina che mentre allatta l’ultima, sbaciucchia l’altra in una maternità sacra, meravigliosa, intrisa di tenerezza, per niente imbarazzante.

Purtroppo non difesa ne mai protetta.

Le dico che che se vuole può uscire da questa situazione, blatero della forza delle donne, del potere della volontà, della dignità di donna, fallo per le tue bimbe, che non debbano mai subire quello che hai vissuto e che ti devi imporre di non vivere mai più. Salvati Geeta! Ma mentre ne parlo sento le mie inutili parole scivolare nel vuoto. Non perché lei non mi ascolti, anzi, vedo barlumi di interesse attraversarle lo sguardo, allargandosi sul viso, attorno alla bocca che custodisce quei denti di perla. Ma da che parte comincia? Come? Ce la potrà mai fare da sola, armata di sola forza di madre?!?

Ciao Geeta, passo domani con degli indirizzi. Spero di trovarli. La abbraccio forte. Che altro posso fare?

Poi mi fermo in un locale bellissimo, tutto pieno di lucine colorate, poco più avanti per mangiare qualcosa.
Sebbene i petali di fiori colorati sparsi sui tavoli, i turisti allegri, la musica lounge giusta, i camerieri gentili, ho lo stomaco chiuso. Ordino due lassi di ananas e mango. Ho bisogno di dolcezza questa sera.