Un anno buono o un anno felice?

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Come di consueto, alcuni giorni fa, ci siamo scambiati gli auguri, ovunque e in tutte le lingue del mondo. Certo, le formule augurali sono in buona sostanza espressioni idiomatiche, proprie e particolari di ogni lingua e di ogni nazione. Eppure, io che ho avuto il privilegio di ricevere gli auguri da mezza Europa, mi sono trovata a riflettere su un punto: c’è chi augura un anno buono e chi un anno felice. Ein frohes neues Jahr, feliz año nuevo, happy new year, ma anche bonne annèe e il nostro buon anno.

Mi sono tornate in mente le cartoline di auguri che mia zia riceveva per posta quand’ero bambina: dagli archivi della mia memoria è riemersa chiara e nitida l’immagine di tutti quei biglietti puntati con le mollette di legno del bucato ad un lembo di stoffa – forse un vecchio calendario, forse una striscia natalizia – appeso al muro. E, proprio come se li stessi osservando in quel momento, ne ho rivisti i colori, le illustrazioni, i ghirigori e le scritte, sovente in rilievo, in rosso o in oro: “Felice Anno Nuovo”. Ora, non so se sia per via di una qualche distorsione delle mie funzioni mnemoniche, ma non ricordo alcun biglietto con la semplice scritta “Buon anno”, formula che invece è senz’altro la più inflazionata tra tutti gli auguri che solitamente ricevo.

E mi sono chiesta il perché. Ad un certo punto abbiamo forse smesso di augurare anni felici? O, semplicemente, la felicità è implicita nel “buono” dell’augurio? E ancora, cosa può rendere un anno buono e cosa un anno felice? E, soprattutto, in cosa consiste la differenza?

Difficile dirlo, specie alla luce dell’anno che si è appena concluso. In troppi hanno perso la vita, un proprio caro, il lavoro. Il nostro intero modus vivendi di prima è stato spazzato via, basti pensare alla socialità, agli abbracci, alla scuola in presenza, ai viaggi, al teatro, ai concerti. Per contro, però, si sono trovate risorse attraverso la tecnologia, lo smart working, la scienza che, a livello mondiale, ha fatto passi da gigante nello studio e nella messa a punto di un vaccino.

Le medaglie hanno sempre due facce, ma noi tendiamo a dimenticarlo troppo spesso (o ci focalizziamo solo su una). Nel mio piccolo, ho visto gente che non ha potuto lavorare che si è limitata a lamentarsi e piangersi addosso e altra che invece, in qualche modo, si è saputa reinventare, ha trovato altre risorse o ha messo a frutto altri suoi talenti. Non so dire se qualcuno di questi ultimi sia giunto a fine anno con l’idea di aver avuto un anno felice. Eppure, non dubito che ci sia stato chi ha saputo creare un anno migliore di quanto, in analoga situazione, non abbia saputo fare qualcun altro.

Gli eventi non li possiamo scegliere e proprio da questo deriva il fatto che non possiamo decidere a priori di avere un anno felice. Tuttavia possiamo sempre scegliere come reagire a ciò che accade. E, in questo senso, forse, possiamo comunque decidere di avere – nonostante tutto – almeno un anno buono.

Non ci è dato sapere se l’anno appena iniziato sarà felice o meno. Nessuno possiede la sfera di cristallo e non ci è concesso di conoscere il futuro. Possiamo agire unicamente sul presente. E vale sempre il vecchio adagio: accetta ciò che non puoi cambiare, cambia ciò che puoi. Ovvero: se un evento non lo si può cambiare, non si può fare altro che accettarlo. Per contro, possiamo sempre scegliere di cambiare il nostro modo di rapportarci ad esso. Ed ecco allora che, se l’anno felice non è detto che sia garantito, l’averlo almeno buono, in un certo senso, dipenderà da noi. Per inciso, come recita un altro famoso aforisma, non sto affatto dicendo che sia facile. Dico però che, molto probabilmente, ne varrà la pena.

Buon anno a tutti.