È della settimana scorsa l’ennesima vincita di un premio da parte di un film che, forse per vie traverse, avete sentito nominare come “flop”, almeno nelle sale italiane. Parliamo di 120 battements par minute che da noi è 120 battiti al minuto.

Il film era stato profusamente consigliato da Teodora Film alla comunità LGBTQI e, per certi versi, anche piuttosto censurato nelle varie sale cinematografiche italiane. Il motivo? Eh, provate a indovinare.

Capita poche volte che io vada al cinema. Un po’ perché anche quei cinque euro al mese possono farmi la differenza, senza un lavoro fisso, un po’ perché in realtà raramente esce qualcosa che m’intriga nelle sale italiane. Sia chiaro che non è (solo) perché ho gusti difficili – li ho, ma li scavalco facilmente – ma soprattutto perché non mi piace avere la minestrina imboccata e preferisco scegliere qualcosa dal menù.

Aveva ragione Fornero quando diceva che noi giovani siamo così “choosy”.

Comunque, sicuramente qualcuno ricorderà il piccolo “scandalo” del monopolio Medusa riguardo i film di Zalone ( che potreste ricordarvi dopo esservi rinfrescati la memoria ) ingiustamente propinati a tutti gli italiani su più del 40% di tutti gli schermi disponibili in Italia. Ecco, quindi in una riga abbiamo spiegato quanto è facile capire come nasce un successo da poco o come tramonta nell’ombra un gran film. Tipo, guarda che coincidenza, 120 Battiti al Minuto.

Debellato il concetto che “se non lo danno ovunque, significa che non è bello” purtroppo le sale cinematografiche italiane hanno dei gusti un po’ strani.

Un po’ datati, oserei dire. Molte delle pellicole che negli ultimi tempi ho avuto il desiderio di guardare, per qualche ragione che ha a che fare con l’ottimizzazione degli introiti e scelte prettamente politiche, sono state spesso pellicole disponibili in giorni limitatissimi, per accorpare più pubblico possibile. Perché spesso le pellicole minori, quelle che non hanno il bollino Paramount o Sony o Medusa sopra le confezioni, non attizzano. Specie quelle che parlano di AIDS, orrore, chi andrebbe a guardarsi un film del genere?

Fatto sta, che in barba alle aspettative dei cinema italiani e al social marketing inesistente da parte di Teodora Film, diverse sale d’Italia, fra cui la sala Alfieri di Catania per mia fortuna, si sono prestate a proiettare 120 Battiti al Minuto, film di Robin Campillo, regista che aveva già smosso le acque nel 2013 con Eastern Boys, altra pellicola alquanto particolare.

120 Battiti al Minuto è uno di quei film che se non avessi letto che aveva vinto un premio, avrei aspettato per guardare casualmente in qualche rassegna cinematografica d’autore, o me lo sarei direttamente perso.

Suonerà un po’ triste, vero, però solitamente tento d’evitare le pellicole in grado di togliermi il terreno da sotto i piedi e sapevo già dal trailer che questo film lo avrebbe fatto.

120 Battements par minute è un film che parla della lotta all’AIDS degli anni ’90 e dei fatti realmente accaduti riguardanti la Act Up Paris, associazione responsabile di una vera e propria campagna rivoluzionaria per la lotta contro l’AIDS.

Il film tende ad assumere connotati un po’ “vintage” in alcune situazioni, con alcune scelte che hanno quel sapore di “superato”, di “non contemporaneo”, di “già visto” che poteva essere evitato. Le nuove generazioni, ad esempio, potrebbero trovare difficile inquadrare i punti di vista di alcuni personaggi, perché prettamente in un’ottica anni Novanta che s’avvicina molto di più a quell’idea di promiscuità e vita senza regole di Queer as Folk piuttosto che, per fare un esempio, a La vita di Adele, decisamente più contemporaneo. In questo, 120 battiti al minuto è un film che guarda alla memoria degli over twenties ed oltre.

Forse voluto, o forse un limite del regista.

Il film, in maniera molto viva, parla di tematiche che anche grazie agli sforzi di chi è venuto prima di noi, oggi sono reali, concrete. Nessuno si sognerebbe più di dire, come una delle ragazze nel film accenna, che “l’AIDS non la posso prendere, non sono omosessuale”. Insomma, cos’è 120 Battiti al minuto? Un testamento agli sforzi di Act Up Paris, ma anche un grosso cordone di condoglianze a tutte le vittime dell’epidemia, un messaggio politico forte, una storia d’amore realistica, una regia tutta alla francese, coi suoi campi stretti e quel senso di claustrofobia tipico della cinematografia di Provenza.

Cinematograficamente parlando, il film di Campillo è una commistione di idee e visioni: gli overlay onirici della prima parte si mischiano con le didascaliche immagini di cellule in riproduzione, a metà fra l’immaginario gretto e crudo di Requiem for a Dream con la casualità di persistenza sulla scena di Greenwich.

Campi stretti, rumori enfatizzati, persino overlay audio e rottura della linearità delle scene: la narrazione salta a destra e sinistra, c’è eclettismo misto a tradizionalismo e produzione accademica, persino. Anche il ritmo stesso della storia salta dall’incredibile dettaglio delle discussioni durante gli incontri dell’associazione, alle manifestazioni repentine e violente, alla costante seppur sottile presenza di una critica politica forte, aggressiva, a volte retorica e addirittura ridondante nella sua violenza, col rischio di scadere nel banale.

È un film ingombrante e, forse, è uscito nel momento giusto. Cannes ha dato a 120 Battiti al minuto il faro di notorietà che meritava, e per questo sono felice di seguire i consigli di Cannes. E del festival del cinema indipendente, e del New York Critics Award… e un’altra fracca di nomination che neanche vale la pena stare qui ad elencarvi.

Un film che, alla resa dei conti, è bello, per niente facile da affrontare, eppure semplice da seguire, capire e leggere.

Un risultato cinematografico che dopotutto, se è stato in grado di far piangere Almodòvar, deve aver avuto per forza qualcosa di eccessivo al suo interno.
Lasciate perdere i programmi per i cinepattoni di Boldi (senza De Sica) e cercatevi una sala che dia 120 Battiti al minuto. O beccatelo in dvd, videocassetta, streaming, fotografato, in qualsiasi modo. Ma concedetevi due ore di emozioni.

Trailer del film