«Ciò che è immagine del bene e ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo.» (Non dimenticatemi, Pavel A. Florenskij)

In bilico tentennano tutte le società di questo mondo: cadere, quindi reagire alle minacce e al vanto del potere con l’estrema violenza, oppure resistere, aggrapparsi agli ultimi sospiri della speranza. Crollare e affacciarsi ai vecchi campi di battaglia, sul quale si scorgono ancora i resti delle battaglie, delle disumanità delle Guerre Mondiali, mentre c’è chi per quei caduti ancora piange. Intanto nuovi pericoli minacciano la quiete della pace, turbano e confondono come una violenta cacofonia nel più profondo tacere, i nemici invisibili che inseguono come avvoltoi le civiltà più progredite, le quali sacrificano la propria sofferta libertà per conseguire una paranoica sicurezza, estrema e veemente, la quale diviene il nuovo valore assoluto, – che non si configura più nella libertà, né nella giustizia – a qualunque condizione, anche quella di massacrare la propria umana compassione.

Oppure resistere – tuttavia le guerre, i massacri e in quei momenti in cui i diritti umani vengono sospesi – e udire il fievole eco infinito della speranza che rinasce e si riafferma.

Una sensazione che aleggia perpetuamente anche quando tutto appare perdersi nell’oblio del fallimento e dell’orrore. Comprendere che più il male è estremo, più il bene prova a radicarsi; più ci sono disastri, più questi ambigui esseri umani tendono comunque a progredire. Quando tutti tacciono, ci sarà sempre la voce che si erge orgogliosamente disperata e predicherà il dissenso.

Resistere alle tentazioni guerrafondaie degli impauriti e degli intolleranti significa agire con tenacia all’interno dei budelli di queste corrotte e società e correggerle dalle loro mancanze, significa vincere contro l’odio degli estremismi. Credere all’evoluzione sociale e all’affermazione spontanea dei diritti inviolabili dell’uomo anche quando questa eventualità sia pressoché impossibile, anche quando la più banale comprensione sia annichilita nel disumano egoismo.

Non ci si deve far schiacciare dal timore, né dalla paura, in questa guerra psicologica perpetrata da tutti quei movimenti che predicano l’odio, che violano la quotidianità della pace; per vincere, per vivere si deve avere il coraggio di affermare che nulla si dirige al peggio, di indirizzare le proprie prospettive all’ottimismo e non al corrosivo pessimismo: questo è predicare il dissenso, affermare la propria indipendenza.

Non essere atterriti quando si esce di casa, perché il proprio tempo è in pace e non si accettano il fragore delle armi, la volontà fremente di sopprimere un individuo solo perché fa parte di una massa che persegue un’idea. Ci si deve battere contro le comuni fobie, questo è ciò che conta; obiettare quel massimo comune divisore che è l’ossessione dello scoppiare di una possibile guerra mediante la rischiosa affermazione che la speranza regge i pilastri della società; raccontare e rammentare i grandi attimi in cui questa trionfa. Perché anche una piccola luce può sovrastare le più profonde tenebre.

«La vita vola via come un sogno e spesso non riesci a far nulla prima che ti sfugga l’istante della sua pienezza. Per questo è fondamentale apprendere l’arte del vivere, tra tutte la più ardua ed essenziale: colmare ogni istante di un contenuto sostanziale, nella consapevolezza che esso non si ripeterà mai più come tale» (Non dimenticatemi, Pavel A. Florenskij).

Se ciascuno riempisse la propria vita di attimi sostanziali e rifiutasse la futile ricchezza materiale, l’effimero potere assoluto sugli altri, nessuno sanguinosa guerra si consumerebbe e alcun individuo sceglierebbe di schiacciarne un altro e nessuno perseguirebbe -anche seguendo il male- l’estrema ricchezza: questa è la luce che sovrasta le tenebre. Quella stessa luce con la quale Pavel Florenskij, internato nei gulag in Siberia, straziato dalla solitudine e dall’insensibilità, continuò a vivere e a sperare un futuro per se e la sua famiglia. Quindi, se un uomo che ha sofferto così tanto ha continuato a sperare, perché noi, impigriti e intimoriti da questo immenso e variegato mondo, non possiamo farlo. Perché illuderci di cambiare il mondo se temiamo anche il più minuto ostacolo?

Credere nel trionfo della speranza è il più grande atto di ribellione in questi tempi bui -ma non troppo.

Viviana Rizzo

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Classe ’98, sin dai primi anni di vita ho una forte passione per la lettura che poi negli anni ho riverso anche nella scrittura. Ho scritto una raccolta di aforismi “Hey mondo, esisto anche io” (Eretica Edizioni, 2015) e nell’Aprile di quest’anno ho partecipato al Viaggio della Memoria, promosso dalla regione Lazio di cui ho scritto un articolo (che uscirà a breve). Al momento sto scrivendo un romanzo.

Qui per il mio libro: http://www.ereticaedizioni.it/?product=viviana-rizzo-hey-mondo-esisto-anche-io

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