Il segreto di Cassandra … una donna come tante… ma…

“In paese ho sentito dire delle cose sul tuo conto, di una tua certa riservatezza, di un segreto insomma …

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IL SEGRETO DI CASSANDRA

Cassandra: una donna come tante, capelli lunghi e neri e occhi scuri… ma anche chiari va bene lo stesso. Uno spirito in un corpo femminile.

Carattere quasi deciso, quel quasi sta a significare la sua meta verso la giusta integrità nei grandi valori. Una particolare sensibilità d’animo continuamente da addomesticare e una solarità impedita… dalla prigionia del suo essere corporeo. Ama la sincerità e con essa tende ad identificarsi. Ama il per e rifugge il non. Positiva. Per il resto, né buona né cattiva, simpatica a volte e ad alcuni, antipatica altre volte e a qualcun altro.

Un tutto sommato bell’essere umano.

Cassandra era spesso contro corrente.

Aveva imboccato una strada, né quella né questa. La sua strada.

Si dice di quelli che hanno sovente il sorriso sulle labbra perché forse sono in pace con se stessi, stanno bene con se stessi, sereni.

Cassandra non aveva sovente il sorriso sulle labbra, anzi, appariva agli altri, perlomeno a vederla, un tipo severo o addirittura cupo. Ma quando sorrideva, sembrava che sorridesse tutto il suo spirito: il suo sorriso veniva direttamente dal cuore, anche quando l’ordine partiva dalla mente.

La consapevolezza del falso glielo toglieva, la manifestazione del vero, glielo ridava.

Nel suo sorriso c’era l’intenzione di voler fare per te di tutto e di più, l’intenzione, almeno quella, perché non sempre si può fare di tutto e di più ma ciò che oltrepassava questo limite, lei lo trasformava in preghiera anziché ostinatezza.

Era questo e non tristezza che le impediva a volte il sorriso, il conservare e tenere un peso che ben sapeva di non poter delegare. Non era molto brava nell’indossare maschere, seppure buone maschere.

Ma quando hai a che fare con lei, sai almeno che non ci sono secondi fini nascosti.

Quei pesi, perché col passare del tempo, e di tempo ne era passato tanto, erano divenuti tanti, quasi come a dover completare un puzzle. Il suo puzzle.

C’era però una cosa che la si trovava sempre con lei, difficile dare una definizione, forse speranza è il vocabolo più adatto. Ma non quella speranza vana o empirica, ma quella provata a certa.

Quando le donne del paese si riunivano per la solita passeggiata o chiacchierata, lei non c’era.

A volte avrebbe voluto esserci, ma preferiva pagare rinunciando al piacere della compagnia per acquistare una scorciatoia per la sua strada: stare lontano dalla maldicenza, una malattia che può diventare contagiosa.

Sapeva bene che se avesse ascoltato a lungo, si sarebbe potuto ammalare anche lei.

Conosceva bene le sue debolezze.

Non aveva molti amici, pochi ma buoni. Di quelli che non frequenti spesso ma che ci sono quando occorre.

– Se sono tanti da frequentare – diceva, – bisogna pur trovare uno spazio per ognuno … e tanto spazio non c’è – . Si riferiva allo spazio del cuore.

Il suo cellulare era di quelli da quattro soldi, non lo usava molto, non serviva.

Diceva che preferiva, potendo scegliere, guardare negli occhi le persone per poterle ascoltare e cogliere così quello che con una tastiera non si può.

Perché lei voleva ascoltare, non solo udire e vedere.

Cassandra aveva due figli … un marito, un pappagallo, Ercole, e un coniglietto nano, Sguollo.

Ercole era troppo vigoroso per essere un pappagallo; al mattino era solito dare il buon giorno con un bel – chicchirichììì!! -, il precedente proprietario, prima che Cassandra lo acquistò allo “Shoppet”, lo aveva ammaestrato a ripetere quella parola e vani sono stati i tentativi di cambiare questa sua strana abitudine.

Sguollo si chiamava così perché .. il suo aspetto ti faceva venir voglia di pronunciare questo nome, somigliava ad uno … Sguollo, diceva, ma cosa fosse uno Sguollo forse non lo sa neanche lei. Non era mica necessario che lo sapesse.

Una piccola casetta in montagna, una utilitaria verde metallo per raggiungere la civiltà e tante cose da fare. Tanti hobby. Una vita modesta. La sua.

Un caminetto, non poteva vivere in una casa senza il caminetto. La fiamma che regalava il fuoco le scaldava il cuore più che il corpo, diceva.

Le 21,19 di un giovedì.

Cassandra gironzola per casa accomodando pazientemente alcuni oggetti rimasti fuori posto: gli amici di sua figlia Clara avevano “vissuto” la sua casa per una parte del pomeriggio. Una melodia diversa dal solito richiamò improvvisamente la sua attenzione, una melodia che pareva soffocata.

Era il suo cellulare che era passato per le mani di Peter il figlio minore che, a sua insaputa, le aveva cambiato la suoneria e poi lo aveva nascosto sotto il paffuto cuscino del suo lettino.

Uno scherzo.

Cassandra: – se ti prendo …-

Peter: – Se …-.

Cassandra afferrò il telefono e si affrettò a rispondere senza prima dare la solita e quasi istintiva occhiata sul display, stava già suonando da un po’…

Cassandra: – Si, pronto .. –

Sofia: – Ehi, Cassi, vieni con noi a prendere una pizza stasera? –

Cassandra: – Ecco, mi spiace un po’ ma sono più stanca del solito stasera e preferirei andare a letto prima …-

Sofia: – … Come mai così stanca già alle nove di sera? –

Cassandra: – Sai oggi sono stata a far visita a … –

Sofia, interrompendo: – E allora? … –

Cassandra: – E allora cosa?…-

Tra il tram tram delle commissioni da sbrigare, la giornata aveva aggiunto a Cassandra tre persone da ascoltare.

Ore 16,30 di un venerdì.

Stavolta il telefonino di Cassandra è al suo posto, sul piano del mobile del soggiorno dove era solito poggiarlo. Suona, con la sua suoneria, stavolta.

Giorgia: – Buon pomeriggio, cara, che ne diresti se stasera andiamo a farci un aperitivo con quelli del nostro gruppo? –

Cassandra: – Ti ringrazio di avermi chiamata ma sai, oggi sono stata quasi tutto il pomeriggio da mia sorella e … –

Giorgia: – E allora? Tu non lavori … dai, potresti anche trovarlo il tempo di venire … ti farebbe anche bene..-

Ma Cassandra era già a posto così e rinunciò quindi alla serata con gli amici. Quella serata, quegli amici poi dove, pensava lei, ognuno vi partecipava con una intenzione diversa cosicché alla fine non sarebbe rimasto molto da condividere: erano lì, tutti insieme, ma non ci si incontrava; era come se ognuno di loro parlasse una lingua diversa, la propria.

A lei questo non piaceva.

Ci aveva provato, a parlare una sola lingua, più volte, invano però.

Alcuni, chi non la conosceva bene, dicevano che lei non era molto brava ad andare d’accordo.

Atri, chi la conosceva bene, avevano una grande stima di lei.

Cassandra diceva che quando andare d’accordo implicasse condividere ciò in cui lei non crede, allora preferiva non condividere a costo di essere presa per una che non è.

Quegli alcuni, quelli cioè che in paese dicevano che non era capace di andare d’accordo, si classificavano in tre categorie:

1-Coloro che dicevano e dicevano solamente e maldicevano, poiché era ciò che a loro piaceva fare;

2-Coloro che lo pensavano ma senza poi dire molto perché molto non gli importava;

3-Coloro infine che lo pensavano e lo dicevano ma non erano in fondo capaci di affrontare in maniera pulita, diretta e costruttiva una questione.

Intanto in paese era nata la diceria che Cassandra fosse un tipo un po’ strano. Non ci si spiegava come mai, secondo quegli alcuni, lei non lavorava ma non avesse mai il tempo a disposizione per partecipare a tutti gli eventi del paese e gli incontri con gli amici, aveva “solo” la famiglia a cui badare.

Questo per loro era “strano”. Correva voce che forse avesse un segreto. Intanto però la vita di Cassandra scorreva a prescindere. Lei non si curava delle dicerie anche se questo, come consapevolezza del falso, a volte le toglieva il sorriso. Altre volte poi ci rideva un po’ su: “Caspita, sono diventata famosa, ultimamente si parla molto di me, ho un segreto e non lo sapevo nemmeno … più segreto di così!”, diceva.

Fù Arianna, un giorno, che avendo sentito di queste dicerie prima di decidere cosa credere e anche un po’ preoccupata di una eventuale verità mancata nonché di Cassandra stessa, desiderava parlarne direttamente con … la titolare del “segreto”.

Arianna aveva conosciuto Cassandra per caso, nella palestra dove si praticava la danza moderna, i loro figli la frequentavano già da qualche tempo. Si erano incontrate si e no una manciata di volte.

Non è che fossero proprio amiche, ma c’era un blando rapporto appena sufficiente per permettere un incontro.

Capitò anche un giorno, in occasione di una trasferta per una esibizione, che si scambiassero i numeri dei loro telefonini.

La via era sgombra.

Di nuovo quella non usuale melodia soffocata.

Di nuovo Peter aveva fatto lo scherzetto.

Così il telefonino di Cassandra si manifestava diversamente.

Cassandra: “Stavolta ti prendo …”.

Peter: “Se…”.

Peter si divertiva da matti così.

Il telefonino questa volta tacque prima che Cassandra riuscisse a trovarlo.

Fù lei quindi a richiamare.

Cassandra: “Buongiorno Arianna, dunque: se mi hai chiamato vuol dire che ci sei … quindi va già bene; allora, dimmi, cosa ha spinto il tuo pollice sinistro a cercarmi?”

Cassandra si ricordava che Arianna era mancina.

Arianna sorrise,: “Avrei bisogno di parlarti di persona, potremmo vederci?”

Cassandra: “Ma certamente, ti va bene oggi stesso verso le diciassette?”

Arianna: “Perfetto, ci vediamo oggi, a presto”.

Ore 16,58 di un sabato.

Sorvoliamo sui tranquilli convenevoli.

Arianna: “In paese ho sentito dire delle cose sul tuo conto, di una tua certa riservatezza, di un segreto insomma … sai Cassandra, non vorrei in alcun modo recarti offesa o usare indiscrezione nei tuoi riguardi ma piuttosto mi sta a cuore una verità e la stima che ho di te, nonostante ci conosciamo poco, e prima di prendere posizione io stessa sul fatto ho preferito … andare direttamente alla fonte …e così, eccomi qua”.

Cassandra la guardò negli occhi e le volle bene.

E Cassandra sapeva che con lei poteva parlare una sola lingua, né la sua né quella di Arianna, quella del cuore.

Cassandra: “So a cosa ti riferisci.”

Poi Cassandra abbassò lo sguardo. Si mise a cercare dentro se stessa e, rialzando lo sguardo, poi iniziò a parlare.

Cassandra: “Sai Arianna, ascoltare qualcuno non è cosa facile. Richiede la giusta predisposizione interiore. Ti offro una sedia su cui accomodarti quando ci incontriamo, ti offro un pezzetto di me per accomodare il tuo dire. Ora, per fare ciò è necessario a volte mettere da parte alcune cose e, tanto più e tanto più importanti sono le cose, tanto più impegno ci vuole. Si rende necessario così dare e/o cambiare di volta in volta la giusta priorità a tutte le cose. Sai, ogni persona poi è un universo a sé. Ne consegue che, alcune di queste cose le devi togliere se vuoi fare le altre. Così accade spesso che non mi rimane molto spazio interiore per riunirmi con gli amici o scendere giù in paese per alcuni eventi. Per me però va bene così, per altri non so …”.

Arianna non ebbe bisogno di sentire altro.

Arianna aveva compreso benissimo. Aveva capito che quando sentiva dire di Cassandra che era stata con Tizio … o da Caio, era nel senso più profondo della cosa: Cassandra entrava non solo in casa di Tizio o di Caio, ma anche nel loro universo e, quando ne usciva, aveva gioito con loro, sofferto con loro, vissuto un pezzetto della loro vita. Rientrata a casa, lei assimilava e conservava nel suo cuore l’essenza di questi universi che aveva visitato. Per non considerare poi gli “universi” che lei aveva già in famiglia e … il suo.

Come poteva non essere stanca la sera?

Cosa poi le poteva rimanere?

Non le restava che un … meritato riposo.

Arianna era partita con il proposito che se le dicerie non fossero fondate, si sarebbe data da fare per smentirle.

Ma poi capì che così avrebbe solo alimentato quella maldicenza perché se avessero voluto avrebbero saputo, senza che qualcun altro avesse detto.

Questo era il segreto di Cassandra, ma per lei non era un segreto, lei sapeva. Lei non aveva segreti.

Per quegli alcuni lo era, e finché a loro piaceva il dire, Cassandra rimaneva un segreto.

Ho sbagliato il titolo della storia?

Forse: “Il segreto per gli altri” andrebbe meglio?

Ma no, va bene anche così.


Il segreto di Cassandra

Testo e disegno a cura di Palma Francesca Pamela Faga