Lettera da un padre

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Mia dolce creatura,
stringo tra le mie mani la tua, così piccola e fragile, e mi domando come un padre possa essere tanto sconsiderato da rimanere inerme a guardare la propria figlia abbandonarsi al seducente richiamo dell’oblio.

Maledetto il giorno in cui ho miseramente fallito nel mio ruolo. Non avrei mai dovuto considerarti ancora una bambina, quando agli occhi altrui, degli uomini in particolare, apparivi già una donna. Ti ho insegnato a far sentire la tua voce, a non sottostare ai soprusi. Ho tentato in tutti i modi possibili di metterti in guardia dalle brutture del mondo, ma mio malgrado non ho potuto spiegarti come fronteggiarle qualora si fossero introdotte a forza nella tua vita. Temo di aver ingenuamente creduto che ci sarei sempre stato per proteggerti, che mi avresti sempre trovato al tuo fianco nel momento del bisogno.

Ma ho peccato di presunzione, nonché sopravvalutato me stesso.

Non riesco a non attribuirmi parte della colpa di quanto accadde in quell’infausto girono. Il giorno cui ti ritrovasti sola alla mercé di una bestia, con nessun rispetto né per te come persona né per le tue parole, ma solo avido e voglioso di possederti come oggetto. Posso solo immaginare ciò che ti ha fatto quell’animale, e mi fa impazzire non conoscere il suo nome. Un nome che ancora ti ostini a non voler pronunciare. Per proteggermi, hai detto.

È un nobile gesto, angelo mio, ma non è un tuo compito. Spetta a me vegliare su di te.

E se esiste un Dio, che mi perdoni per non aver adempiuto al mio dovere! Non ti protessi da quell’individuo spregevole e permisi al suo ripugnante ricordo di prosciugarti della linfa vitale, spegnere il tuo sorriso e mortificare la tua vivacità intellettuale sino ad isolarti dal mondo intero. Rimasi inerme ad osservare il tuo annichilimento mentre cercavi invano di sfuggire alla realtà e ai suoi demoni, e invece di lottare al tuo fianco insistevo per avere quel nome e renderti giustizia. Conoscerlo sarebbe valso, invero, solamente a ricucire il mio orgoglio ferito e a placare la mia sete di vendetta.

Quel che avrei dovuto fare, al contrario, sarebbe stato concentrare tutte le mie energie su di te e la tua debole salute, rimanerti accanto e prometterti che non ti avrei più lasciata sola, dirti che autodistruggerti con un lento deperimento non avrebbe cancellato il passato, solo reso più incerto e fumoso il futuro.

Quando entrano in gioco i sentimenti, sembrano svanire le mie abilità oratorie, eppure, proprio grazie a te e al tuo morboso attaccamento alle parole e alla spasmodica mania di soppesarle sempre con cura, -un’abitudine radicatasi in te dopo quel turpe avvenimento-, ho scoperto le loro infinite potenzialità.

Bisogna avere cura delle parole, perché sono armi dotate di impareggiabile forza; tanto rassicuranti quanto distruttive.
Non te l’ho mai detto apertamente, forse dando troppe cose per scontate, ma ora voglio che tu sappia che non sei sola, bambina mia. Lotta per riappropriarti della tua vita, abbi fiducia nell’esercito che ti segue passo dopo passo, perché tra quelle schiere incontrerai i volti di coloro che ti amano. Sono tutti pronti a combattere al tuo fianco per aiutarti a riemergere dall’oscuro abisso in cui sei sprofondata. Non permettere a un vile individuo di rubarti i sogni.
Ora riposa, angelo mio. E quando dischiuderai gli occhi all’alba del nuovo giorno, rammenta le mie parole.

Domani, nella battaglia, pensa a me.

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Lettera da un padre.