Lo spietato di Prato

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Anzio Lungo era alto, possente, forte, fisico robusto ed atletico, tutti lo conoscevano per i suoi momenti di rabbia che gli erano costati anche diversi giorni di carcere. Soprattutto per quella volta che un suo coetaneo appena maggiorenne gli aveva detto che “era una femminuccia”. Gli aveva rotto la mascella con un cazzotto. Era un solitario, principalmente perché tutti gli stavano alla larga, ma se solo avessero saputo quello che combinava la notte, nessuno gli si sarebbe neppure avvicinato. “Scappa, scappa ma ti prenderò e a pezzi ti farò. Scappa, scappa ma ti prenderò e a pezzi ti farò”: senza sosta, interrotta ad intermittenza da un fischio, lungo, penetrante, fastidioso.

E’ questa la lunga litania che Anzio Lungo continuava a snocciolare mentre infieriva instancabilmente con il suo lungo coltellaccio da macellaio sul corpo ormai esanime della piccola cinese che l’assassino seriale aveva adescato appena fuori da un magazzino fatiscente. E’ lì che i suoi genitori lavorano instancabilmente per ripagare il lungo viaggio che li aveva portati dalla miseria del Guangdong dove vivevano fino alla squallida periferia di Prato, dove sembra vigere solo la legge del più forte. La polizia ritroverà il cadavere solo il giorno successivo, buttato, smembrato, sopra uno dei tanti cumuli abusivi di rifiuti tessili, lasciati sul lato della strada da chissà chi. E al solito nessuno si presenterà a richiedere il corpo.

Non sarà così possibile neppure risalire all’identità, quasi che la piccola bambina fosse un fantasma apparso quasi per caso sul quel mucchio di cenci.

“E con questa fanno nove – esclama sconsolato l’ispettore Carlo Louomo – e nemmeno il più piccolo indizio che ci possa aiutare. Non sappiamo dove ognuna delle piccole cinesi sia stata rapita e neppure il loro nome. Ma dobbiamo far qualcosa. La pressione mediatica è ai massimi livelli e anche i miei superiori continuano a chiamarmi ogni mezz’ora per avere aggiornamenti”.

Già la stampa: ormai su tutti i social, nelle televisioni e sulle riviste non si parla d’altro. Lo “Spietato di Prato” è l’argomento del giorno. I bambini non si vedono più a giocare nei parchi, a scuola ci si reca solo con l’automobile e i più piccoli vengono lasciati solo davanti alle maestre che li aspettano fuori dai plessi scolastici. Una vera e propria sindrome sembra essersi impadronita dei pratesi.

Piccolo, tutto un fascio di nervi, sempre sul chi va là, l’ispettore era quello che si dice “un esperto”. I tanti anni in divisa, che mai però aveva voluto indossare preferendo di gran lunga il più comodo casual, gli avevano insegnato a non fargli perdere neppure la più piccola traccia, o il più piccolo indizio. Era consapevole dell’importanza del suo incarico: la sua prima di tutto era una vocazione e solo la cronica mancanza di mezzi economici e fisici, prima che di opportunità aveva impedito a lui ed alla sua squadra di ottenere risultati soddisfacenti.

Adesso era il suo momento e non se lo sarebbe fatto sfuggire. Dal risultato di quella indagine sarebbe dipesa la sua carriera futura.

“Bisogna darsi una mossa – ripete Carlo Luomo ai suoi ragazzi – dobbiamo per prima cosa scoprire da dove vengono le piccole vittime. Da domani è necessario iniziare a fare perquisizioni all’interno di tutti i magazzini dove abbiamo segnalazioni di azioni illegali da parte della comunità cinese. Finalmente abbiamo anche la scusa per convincere i nostri superiori dell’urgenza di intervenire. Da domani ci muoviamo!”.

Alle cinque di mattina, a sirene rigorosamente spente, una trentina di volanti della polizia, provenienti da tutta la Regione, entrano inaspettate, all’interno di una quindicina di capannoni nella zona del macrolotto pratese, dove, da sempre, si pensa che ci siano delle attività dubbie, ma che, per mancanza di fondi e di risorse umane, mai erano state prese di mira dalla forze dell’ordine.

Adesso tutto era cambiato: la paura del serial killer aveva aperto tutte le porte e, pur di far sgonfiare mediaticamente il caso, all’ispettore Louomo erano state date carta bianca e fondi.

Decine gli arrestati, centinaia di pezzi falsi, copiati anche in maniera molto precisa dalle grandi firme della moda italiana, requisiti. Un centinaio anche i cinesi, giunti illegalmente in Italia, scoperti e rimpatriati nel giro di pochi giorni nella loro patria. “Un colpo duro inferto alle mafie cinesi”: così intitolavano il giorno dopo i principali quotidiani lanieri.

Eppure l’unico a non essere contento era proprio l’ispettore Louomo: l’azione doveva servire anche per rompere la catena di omertà che legava la comunità cinese, ma quella aveva resistito. Solo fuori da un capannone, durante il blitz, gli si era avvicinato un cinese, ma era incapace di parlare. A gesti e riuscendo ad interpretare le poche parole che lo straniero riusciva a scrivere su un pezzo di carta, l’ispettore rimase sorpreso.

Capì che l’uomo era stato messo ai margini della comunità cinese per aver parlato troppo, rivelando informazioni con le quali sperava di comprarsi la sua libertà. Gli era andata male e per lo avevano punito duramente per far capire anche ad altri che era inutile ribellarsi o tentare di “fregare” l’organizzazione: infatti gli avevano letteralmente tagliato la lingua ed era costretto a vivere di espedienti. Era convinto di aver udito un paio di volte, di notte, nelle zone dove di solito dormiva, sdraiato sopra un materasso buttato in terra ai margini della strada, una strana litania intervallata da un fischio inimitabile, unita ad urla strazianti di bambini. Così spaventevoli che non aveva avuto il coraggio di avvicinarsi per scoprirne di più. Lui di sicuro se lo avesse sentito ancora lo avrebbe detto al commissario, in cambio di un aiuto per risollevarsi da quella condizione miserevole e tornare nella sua amata Cina.

“Ti aiuterò – rispose Louomo – ma adesso mi servi qui. Devi riuscire a capire chi fossero le ragazze uccise. Sarebbe un primo passo e avremmo finalmente un appiglio da cui iniziare le indagini.

Piccolo, insignificante, il cinese non aveva scelto di andar via dalla sua patria: erano stati i suoi quasi ad obbligarlo. Volevano dargli quella chance che in patria non avrebbe mai avuta. Lo avevano aiutato in tutti i modi: lui era di gran lunga il più furbo ed intelligente della famiglia e suo padre e sua madre lo sapevano. Per questo avevano fatto tanti sacrifici ed ottenuto tutti gli yuan necessari a pagare il viaggio verso l’Europa, per quel figlio su cui puntavano tutto.

Purtroppo la sua intelligenza non lo aveva salvato ed aveva pagato a caro prezzo le conseguenze delle sue azioni.

L’ispettore non aveva forse ottenuto nell’immediato quello sperava ma qualcosa lo aveva ottenuto a sua insaputa. Nella notte successiva al blitz era arrivato in aereo dalla Cina direttamente Te Dan, il Capo Dragone, il boss dei boss, della triade cinese per capire personalmente cosa fosse successo. Quella storia gli era costata qualche centinaio di migliaia di euro, senza contare i container fermi nei vari porti del mondo, pieni di roba per continuare gli affari illeciti. Anche il traffico di droga e la prostituzione avevano subito delle notevoli battute di arresto: le pattuglie notturne della polizia erano notevolmente aumentate in tutta la città e non era facile mandare avanti gli “affari” come prima della caccia allo “Spietato”.

Alto poco più di un bambino, il capo della triade incuteva comunque il terrore con il suo sguardo di pietra, scalpellato da una vita tutta passata con l’unico obiettivo di diventare il primo di tutti. Il corpo era completamente coperto di tatuaggi e su tutti spiccava un lungo e coloratissimo dragone che partiva dalla parte bassa della schiena e terminava con il muso su un lato del collo del cinese. Dall’altra parte faceva bella mostra di sé il numero 489, quello che indicava, nella cabala delle triadi, il capo Dragone.

Le sue cicatrici ricordavano a tutti che Te Dan non aveva mai avuto il tempo o la forza di avere pietà per qualcuno perché gli sarebbe costata la vita, neppure dei più piccoli, che più di una volta aveva usato per arrivare a piegare coloro che gli si erano opposti e che non era riuscito a colpire direttamente.

La mattina successiva di buon’ora lo stesso Te Dan aveva convocato tutti i suoi che non erano in carcere ed aveva sentenziato: “trovatemelo! E’ questa la priorità! Lasciate da parte tutto e portatemi lo Spietato al mio cospetto. Subito! Si pentirà perfino di esser nato e di aver messo in difficoltà la nostra organizzazione”.

Già nel pomeriggio la città sembrava cambiata: le ragazzine cinesi erano tornate a saltare e a divertirsi negli spazi vicini ai vari capannoni. I loro genitori sembravano stranamente disattenti, ma l’occhio esperto non mancava di notare che per ogni gruppo di bambine c’era nascosto un cinese con un auricolare all’orecchio.

I giorni passavano e i blitz continuavano imperterriti facendo letteralmente infuriare Te Dan. Lo “Spietato” sembrava scomparso nel nulla mentre i fatturati della triade cinese precipitavano.

Poi una sera, l’epilogo: la rete dei cinesi si era chiusa ed il serial killer era rimasto chiuso all’interno. Proprio dopo aver preso una piccola cinese e si apprestava a far partire la sua triste cantilena.

Condotto in uno dei magazzini del macrolotto, erano in tanti ad aspettare l’arrivo del Capo Dragone. Quando questi arrivò gli fecero cerchio e si dette vita ad un originale tribunale fatto di ladri, assassini, magnaccia e spacciatori. Tutti chiedevano una punizione esemplare che doveva far da monito per coloro che avessero pensato di disturbare di nuovo gli affari della triade.

“Tu sarai di esempio per tutti gli altri – gridò ad alta voce Te Dan -, nessuno può impunemente rallentare i nostri affari. Ti faremo quello che hai fatto alle nostre bambine e ti faremo soffrire il più possibile”.

Anzio Lungo non sembrava scomporsi più di tanto ed iniziò a parlare, come se quello strano tribunale potesse dargli l’assoluzione: “Quando cammino per le strade mi sembra sempre che mi stiano seguendo e allora voglio scappare. Devo correre, correre e fuggire da quella mia madre che non mi ha mai voluto bene e che mi ha sempre picchiato, perché mi ha sempre accusato di aver fatto del male a mia sorella. Ed invece è stata lei da sola a voler salire sul termosifone, da dove è scivolata, finendo di sotto alla finestra. Una vita passata sulla sedia a rotelle per lei e la dannazione per me. Voglio andar via, voglio dimenticare madre e bambine. Ed ho un solo modo: ucciderle, ucciderle.

E poi dimenticare, fino a che non leggo qualcosa sul giornale e vengo assalito dai dubbi: ho davvero fatto io questo?

E divoro parola dopo parola, sgomento. Chi può sapere come sono fatto dentro e può riuscire a credermi. Nessuno e chissà che voi non riusciate a porre fine a questa mia angoscia!”. Non una indecisione, non un balbettio durante tutto il lungo discorso, ma ad ogni sosta, ad ogni punto d’interpunzione, il killer emetteva il suo caratteristico fischio, prolungato, assordante. Fu proprio questo rumore che convinse Gou Sheng, il cinese a cui avevano tagliato la lingua, che ci aveva visto giusto, che tutto quel baccano all’esterno del magazzino, ormai cominciato da ore, non potesse essere che dovuto al fatto che la triade avesse preso il serial killer.

Non ci pensò un attimo e come stabilito mandò un SMS all’ispettore Louomo, avvisandolo di cosa stesse succedendo. L’ispettore radunò in breve tutte le forze che aveva a disposizione e si diresse in un lampo al magazzino indicato. Si procedette con cautela e le vedette furono tolte di mezzo con attenzione e scrupolo. Poi si buttò giù la grande serranda che fungeva da ingresso al capannone e le teste di cuoio, entrarono per prime, coperte da lacrimogeni e giubbetti antiproiettile. Nessuno se lo aspettava, concentrati com’erano a vedere lo “Spietato” costretto a strisciare in terra perché gli erano appena stati spaccati a martellate prima le ginocchia e poi i gomiti, tra risate e festeggiamenti. La sentenza di morte tra atroci sofferenze, infatti, era stata emessa.

Neppure un colpo fu sparato ed in breve tutti finirono ammanettati, con in testa proprio Te Dan.

Gou Sheng gli si avvicinò e non potè esimersi dallo sputargli nel viso, anche se il Capo Dragone non poteva neppure sapere chi fosse. Ma al muto cinesino bastava essere consapevole che chi aveva al soldo colui che gli aveva procurato tanto dolore aveva avuto il fatto suo.

Chi continuava a sembrare fuori luogo era ancora una volta Anzio Lungo: “Non dovevate fermarli. Io dovevo scappare dai miei fantasmi, da mia madre, da mia sorella!”.

“Mi spiace, troppo facile. – Gli sussurrò in un orecchio Louomo. Tu non meriti la morte! Ti daranno l’ergastolo, da scontare in una prigione di massima sicurezza, dove tu diventerai il giocattolo di tutti i peggiori criminali che ci saranno rinchiusi. In prigione nessuno concede sconti a chi se la prende con i più piccoli”.