Capita di essere così legati ad un posto che ogni evento che lo riguarda è da considerare una svolta, nel bene o nel male, per la nostra vita. E reagiamo associando a quel posto, di conseguenza, un rapporto di forte amore e forte odio: tornarci spesso è doloroso. Non è facile essere cresciuti, cambiati, ma ritrovarsi sempre lì, al cospetto di tutte le cose che ci hanno fatto stare bene. Allo stesso modo e ancor di più, è dura visitare le rovine del nostro passato senza cadere in una trappola di ricordi da cui sembra impossibile liberarsi.

Ed è proprio quando torniamo in luoghi come quelli che tutto attorno a noi sembra fermarsi. È difficile parlare, anche pensare.

Piuttosto che il confronto, cerchiamo un modo per uscirne… e per farlo il più rapidamente possibile. L’unica via di fuga, però, sarà visibile lasciandoci andare a ciò che è più grande di noi, imparando dal passato le lezioni che può darci. Anche quando sembra di esserci svegliati in un incubo, di soprassalto, nel bel mezzo della notte.

Lonergan pone questi interrogativi come questioni pratiche, in maniera tutt’altro che astratta, costringendoci al confronto diretto con immagini e azioni comuni a qualsiasi vita – anche con quelle più triviali. Routine quasi squallide, momenti di rottura, in una rappresentazione amara ma sarcastica dell’assurdo, ridicolo e così effimero quotidiano.

Manchester by the Sea, presentato in anteprima al Sundance Film Festival nel 2016 e vincitore di due premi Oscar l’anno successivo – per la miglior sceneggiatura non originale e a Casey Affleck, miglior attore protagonista – può essere un profondo oceano in cui immergersi, specie quando delle dolorose finestre sono ancora aperte sul proprio passato.

E’ quello che cerca di dimostrare Lonergan, portando avanti – e indietro – la narrazione attraverso continui flashback.

Il film si apre proprio con un rimando al passato: il protagonista Lee Chandler e suo nipote, il piccolo Patrick, giocano a rincorrersi su una barca, in mezzo al mare, spensierati.

Passiamo alle scene in ospedale, nel passato – quando Lee va a trovare il fratello Patrick, che ha appena ricevuto la diagnosi – e nel presente, quando invece di Patrick c’è solo il corpo, ambientate nello stesso edificio. Dopo la breve confusione iniziale in cui non è chiaro quale delle due scene corrisponda alla realtà del racconto, è evidente che il film farà di questo meccanismo la sua struttura.

Il flashback più importante, poi, resta il momento terribile, cruciale e spietato che ha segnato per sempre la vita di Lee – e che ci fornisce una finestra attraverso cui guardare al suo dolore. Adesso ci sembra di conoscerlo davvero, un po’ più in fondo e vorremmo parlargli, anche se la sua depressione ed il muro costruito tutto attorno a sé gli rendono quasi impossibile ogni tentativo di comunicazione.

Manchester by the Sea, per Lee, è dunque molto più che un luogo (al di là della poesia insita nel nome di questa località reale nella contea di Essex, nel Massachusetts): è allegoria del romanticismo, dei rapporti umani e dell’essere padre. Tutti aspetti adesso assenti nella sua vita e che non riesce a rimettere, nel tentativo di rifuggire ogni occasione di vulnerabilità.

Il passato di Lee continua a colorare il suo presente, rendendolo insopportabile.

La rappresentazione del tempo non lineare mima l’esperienza del dolore, l’elaborazione del lutto. E allo stesso tempo solca le cicatrici del passato, che tutti i protagonisti del film vivono come ostacoli. Perché il loro cuore << sarà spezzato per sempre >>, citando Randi, la ex moglie di Lee, al momento del loro incontro.

In tutti questi momenti, i flashback hanno allora lo scopo di conferire al tempo enorme fluidità: quello che succede oggi, adesso, pone e porrà sempre le sue radici in ciò che è stato ieri. Per Lee e per tutti noi: Manchester By The Sea è una storia piccola e per questo universale, specchio di tutte le nostre vite – in un modo o nell’altro – alla ricerca disperata di un confronto con le nostre emozioni, perché possano finalmente uscire