Pioggia su Dubrovnik


“Dove vorresti andare?”

“Lontano, lontano da qui. Imbarcarmi sul primo cargo battente bandiera liberiana o qualsiasi altra bandiera e prendere il mare. Sparire all’orizzonte, una nuova vita, un nuovo nome, giusto il cognome per non fare un torto alla nostra famiglia.”

“Perché?”

“Come perché Milan, questa sera hai scolato insieme al rum il poco cervello rimasto? Non vedi che ci stiamo ammazzando l’uno con l’altro in una guerra fratricida e indifferente al resto del mondo, mentre a pochi chilometri da noi, le persone si godono le ferie estive nelle spiagge dorate della costa italiana. Se tendi l’orecchio senti il tam, tam delle loro discoteche e loro l’eco muto delle nostre bombe. Se affili il naso ti arriva l’odore della Lancaster spiaccicata sul corpo delle donne che si godono il sole, mentre noi siamo assuefatti dalla tintura di iodio per disinfettare le ferite”.

“Strano popolo gli italiani, li amo tantissimo, si emozionano per tutto e non si indignano per niente, eppure anche l’indignazione dovrebbe essere la conseguenza di un’emozione forte”.

Dopo questa riflessione Milan ripassò il bordo del bicchiere tra le labbra per assaporare l’alone rimasto di quel rum di una marca indefinita e scadente, non sapeva di nulla, ma almeno bruciava nello stomaco e dava il senso che qualcosa facesse.

Guardò Dimitar con gli occhi lucidi dal troppo fumo e alcol, “Sarai sempre uno straniero, un povero emigrato, quindi, povero per povero rimango qui, nel mio paese, sotto le bombe dell’odio fraterno, meglio queste che sotto le bombe dell’indifferenza e del razzismo. Più facile passi l’odio che un pregiudizio”.

Dimitar era stanco, stanco della filosofia del fratello e di tutti, quando intorno stava franando, ma lo rispettava, ormai aveva deciso di partire.

Si abbracciarono forte come da bambini durante un temporale, non pioveva acqua, ma bombe su Dubrovnik.


Pioggia su Dubrovnik