Shela, la fiaba e altre magie

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C’era una volta una bambina, piena di treccine, a cui piacevano molto le fiabe. Si chiamava Shela.

Aveva una maestra, la maestra Anne, che era bravissima a raccontarle: faceva sedere i bambini in cerchio, sotto il grande baobab in cortile, e iniziava a evocare mondi fantastici, fate e orchi e storie bellissime.

Tutti i suoi alunni aspettavano il giovedì come un giorno di vacanza, perché la maestra Anne raccontava, ogni giovedì, una storia nuova. Restavano a bocca aperta per più di un’ora, mentre lei li trasportava in un mondo fatato, gesticolando nell’aria e imitando la vocina della fata, e i latrati dei cani, e i sibili dei serpenti, e il soffiare del vento.

Poi venne un giovedì speciale. A un certo punto della storia, quando c’era il massimo della suspence e tutti aspettavano come sarebbe andata a finire, la maestra Anne disse, di punto in bianco:
“Fine”.

“Ma come fine? Non è finita!” disse Albert.

“Maestra, abbiamo ancora tempo! Non possiamo aspettare una settimana!” protestò Mary.

“Ma la principessa si salva dal drago?” chiese dubbiosa Diana.

“Magari muore!” dichiarò drammatica Petra.

“Ma ti pare che muore? Certo lo gnomo Filippo la va a salvare! Non ti sei accorta che si è nascosto nel baule?” fece Riccardo.

“Secondo me, il serpente buono strozza con le sue spire il drago….. si avvicinava in modo sospetto, vero maestra?” chiese timidamente Sibilla, che solitamente stava zitta.

“Ma si, figurati, si era appena strafogato di uova di struzzo, e a quest’ora dormirà della quarta!” intervenne Pasquale che era il bastian contrario della classe.

“Vedete bambini” intervenne la maestra Anne, “quante fini diverse potrebbe avere la storia? Allora vi lascio un compito: in questa settimana ciascuno di voi scriverà la sua fine della storia, e giovedì prossimo le leggeremo tutte!”. Su queste ultime parole squillò la campanella, la maestra raccolse il suo libro e se ne andò.

I bambini rimasero a bocca spalancata per la sorpresa, poi si alzarono e si avviarono verso la mensa, commentando la situazione. Chi era molto arrabbiato perché la maestra si era interrotta sul più bello, chi preoccupato perché scrivere non era il suo forte, chi disperato – come Serena, che piagnucolava sicura che non sarebbe mai riuscita a trovare una fine sensata e avrebbe fatto una figuraccia davanti a tutta la classe.

L’unica entusiasta era Shela, che sfoggiava un sorriso da un orecchio all’altro:
“Questo è il compito più bello di tutta la vita!” disse a Omar, il suo migliore amico, “Ma ti rendi conto, scriviamo un pezzo di una fiaba!”.

Quel pomeriggio, andando a casa, Shela aveva la testa tra le nuvole: pensava alla fine della storia, quella storia che sarebbe diventata la SUA storia. Mai i quasi dieci chilometri che separavano la scuola da casa sua le erano sembrati così dolci, così utili, così brevi. Nel suo fantasticare si era trovata a casa in un battibaleno, senza neanche accorgersi delle ginocchia sbucciate: era infatti inciampata quattro volte, e due volte era caduta, tanto era soprappensiero.

Shela adorava la scuola, anche se purtroppo non la frequentava in modo regolare proprio per la distanza del villaggio dalla scuola. La sua famiglia era troppo povera per comprarle una bicicletta e comunque, durante la stagione delle piogge, a volte la strada era impraticabile: il fango e le pozzanghere parevano sabbie mobili.
Inoltre, quando aveva un pò di raffreddore o non si sentiva al cento per cento della forma, non poteva camminare un’ora e mezza la mattina presto e un’ora e mezzo il pomeriggio per rientrare a casa.

Arrivata a casa, chiamò subito i suoi fratelli:
“Robin, Racheal, Tony, venite! Devo scrivere la fine di una storia! Mi aiutate?”.
Dopo essere stati messi al corrente da Shela sulla situazione e sulla fiaba, si misero a discutere e fantasticare sulla principessa, il drago, il serpente e lo gnomo Filippo.

Durante il fine settimana e i giorni successivi lavorò alla storia e alla fine fu davvero soddisfatta. Non vedeva l’ora di darla alla maestra e leggerla davanti alla classe!
Ma il mercoledì piovve a dirotto tutta la notte, e quando alle sei si alzò, la mamma le disse:
“Torna pure a dormire, oggi niente scuola”.
“Come niente scuola? Per niente al mondo oggi starò a casa! È il giorno della fine della storia!” esclamò Shela.
“Non dire sciocchezze, non puoi camminare dieci chilometri con le strade così infangate che ti si appiccano i piedi al terreno! Lo sai benissimo! Torna a letto” replicò la mamma.
Shela, che era una bambina ubbidiente, scoppiò a piangere e corse in camera.

Piangeva disperata da almeno venti minuti, quando sentì una vocina che diceva:
“Shela non piangere, si trova sempre una soluzione”.
“Racheal vai via!” urlò Shela pensando fosse la sorella.
“Non sono Racheal” disse la vocina, “guardami”.
“Robin, vattene! Lasciami sola!” gridò Shela pensando fosse l’altra sorella.
“Non sono Robin” disse la vocina.
Shela alzò lo sguardo e vide, appannata tra le lacrime, una strana creatura: era azzurra, quasi trasparente, con piccole ali di libellula, e teneva le mani dietro la sua minuscola schiena. Shela si stropicciò gli occhi incredula, pensando:
“Fantastico troppo, la mia testa mi fa brutti scherzi!”.

La strana creatura, quasi leggendole nel pensiero le disse, con una dolcezza che Shela non aveva mai conosciuto:
“Non sono frutto della tua fantasia, mi chiamo Ariel e sono una fatina del regno dei Sogni dei Bimbi. Sono qui per aiutarti”.
“Grazie mille, Ariel” disse Shela asciugandosi le lacrime dalle guance “ma come puoi aiutarmi? Solo in elicottero oggi si potrebbe andare a scuola!”.
“Non ho un elicottero, ma qualcosa di ancora più speciale!” fece la fatina, e aprì le braccia, sfoderando una bacchetta magica d’oro nella mano sinistra. Con questa, basterà che tu chiuda gli occhi e ti troverai seduta nel tuo banco, in tempo per l’inizio delle lezioni”.

Shela si vestì al volo, prese la cartella, chiuse gli occhi, toccò la punta della bacchetta e….. paf! Si ritrovò seduta nel suo banco, nell’aula ancora vuota.

Quando la maestra Anna entrò, si stupì di vedere Shela – con le piogge della notte tutti i bambini che abitavano nei villaggi lontani non avrebbero di certo potuto raggiungere la scuola! – e di vederla, per di più, con i piedi senz’ombra di fango.

Arrivò l’ora della fiaba, sotto il grande baobab in cortile. Nel frattempo, il sole aveva asciugato il terreno, e i bimbi si sedettero in cerchio. Uno per uno, con grande emozione, lessero la loro fine della storia. Per ultima, si alzò Shela e lesse la sua.
Era così bella, che quando ebbe finito tutti si alzarono ad abbracciarla e ad applaudirla.
La maestra si commosse, pensando a quella bambina che veniva a scuola così poco ed era così brava. Mentre si asciugava una lacrima, sentì un lieve batter d’ali, si voltò e vide un esserino azzurro, trasparente, con ali di libellula che le bisbigliò:
“Scrivi al re! Scrivi al re!” e si dileguò.
La maestra pensò di aver sognato, ma prese il coraggio a due mani e scrisse davvero al re, raccontandogli di Shela e di quanto fosse triste che una scolara così brava non potesse frequentare regolarmente le lezioni.

Il re fu molto impressionato, e mandò a chiamare la maestra Anne.

“Cosa possiamo fare per dare a Shela quello che desidera di più, cioè andare a scuola come tutti gli altri bambini?” chiese alla maestra corrugando la fronte.
“Mio sire” rispose con un inchino la maestra, “non c’è una soluzione, la bimba non può mica dormire a scuola….. E poi, purtroppo, non è la sola. Ci sono altri ventiquattro bambini che abitano così lontano che vengono alle lezioni solo ogni tanto”.
Il re ci pensò su qualche minuto e poi disse: “Ma certo che possono dormire a scuola, Shela e gli altri ventiquattro bambini! Beh, non proprio a scuola, diciamo vicino…!”.

Il giorno dopo i muratori del re cominciarono a costruire: costruivano di giorno, e magicamente di notte il lavoro raddoppiava…. Ariel ci stava mettendo del suo! In pochi giorni tutto fu pronto: vicino alla scuola si erigeva un bell’edificio rosso, con cinque camerette e in ogni cameretta cinque lettini. I venticinque bambini non avrebbero mai più perso un giorno di scuola.

FINE

p.s.: questa fiaba si ispira ad una storia vera: la costruzione del dormitorio alla Kaande Basic School nel distretto di Mongu in Zambia (“Guardavanti: per il futuro dei bambini – ONLUS”)