Un senso di appartenenza

Perché la mafia non è più interessata a fare stragi cruente?

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Quest’anno, dopo l’anniversario della stage di Capaci, mi sono presa qualche giorno di riflessione.

Sono passati ventiquattro anni da quell’orrendo e sanguinoso atto di violenza in cui la mafia, volle sottolineare allo Stato di non fare troppo rumore. Gli anni compresi tra il 92 e il 93 videro una vera e propria stagione del terrore, all’interno della quale i due avvenimenti di maggior rilievo (Via D’Amelio e Capaci) in quanto a violenza e a numero di vittime, furono proprio quelli che colpirono i magistrati Falcone e Borsellino. Da allora ebbe inizio la negoziazione stato-mafia nella quale si ipotizza che lo Stato, chiese la fine della stagione stragista in cambio di un’attenuazione delle misure detentive previste dall’articolo 41 bis, grazie alle quali il pool di Palermo guidato da Giovanni Falcone aveva condannato al cosiddetto carcere duro, centinaia di criminali mafiosi.

La riflessione che voglio fare è che da allora non si sono più verificati attentati di matrice così cruenta.

Da una parte c’è la mafia che non ha più interesse a compiere stragi perché evidentemente in una situazione favorevole: libera di fare i propri interessi senza grossi disturbi, accedendo probabilmente alla fantomatica negoziazione che avrà perpetrato negli anni, ereditata di politico in politico, e che ancora oggi pone qualche garanzia al rispetto del patto passato.

Dall’altra l’assenza totale di uomini integerrimi, disposti a tutto, anche a spese della loro stessa vita, per difendere un’ideale di giustizia.

La stessa giustizia che nel periodo di Mani Pulite aveva avuto un boom di adesioni dalla classe meno abbiente, investita dalla missione di liberarci dalla corruzione dilagante nella politica e nei vertici dello stato che non faceva altro che aumentare debito e tasse nelle tasche degli italiani. Una giustizia che nel corso di quegli anni vide muoversi contro la furia della politica, che cercò in ogni modo di ostacolarla.

La giustizia che continuando il suo lavoro contro la corruzione, proseguì le indagini anche sugli affari e di conseguenza sulla società civile che come tutti sappiamo è fatta di vite basate su espedienti, amicizie, raccomandazioni, scambi di favore. La giustizia che perse così lustro e ottenne l’atteggiamento indifferente quasi ostile dell’opinione pubblica che mutò il giudizio da: “grazie per fare il vostro dovere e tutelare la giustizia” a “occupatevi solo dei pesci grandi e non rompete a noi che fatichiamo a campare”. La giustizia che ora era denigrata perché non aveva saputo fermarsi entro i propri confini.

Ne è l’evidente risultato la società odierna: un sistema basato sulla vittoria dei furbetti e degli raggiratori delle leggi.

La nuova mafia quindi è diversa, si muove nei meandri della società, della politica, degli affari: non esiste più la banda armata di lupara e coppola, immagine che risiede nel patrimonio sociale collettivo, ma si veste di camicia bianca e cravatta e propone business milionari a uomini d’affari che spesso, accecati dal profitto o peggio ancora dalla crisi, non riescono a rinunciare ad un strada facile che si rivela poi un ricatto.

Quindi in tutto questo cosa possiamo fare? Ritrovare la fiducia nella giustizia e riprenderla come ideale.

Non chiedo di riprendere solo fiducia nell’istituzione ma di iniziare dal nostro personalissimo contribuito: opponendoci, dicendo no alle situazione poco chiare, alle promesse di denaro facile, agli scambi di favori. Ritrovare dentro di noi la correttezza, la legalità e la trasparenza: tutto quello che ogni giorno ci viene propinato sotto forma di decreti e trafile burocratiche da compilare ma nelle quali occorre credere fortemente per generare una nuova società.

Basta benessere del singolo, occorre sentirsi parte di una collettività, ritrovare un senso di appartenenza.