L’allerta

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L’allerta


Mi fa male, tanto male vedere quella donna legata a due lunghe travi in legno con due corde, che le bloccano i polsi. Non ho messo a fuoco subito le figure dell’immagine in bianco e nero, che ho dinanzi, realizzata forse a matita, ma ne sono stata inconsapevolmente attratta. L’uomo di spalle ha un cappello e sul volto di profilo si scorgono dei baffi neri. Quello che mi sconvolge è che egli aderisce col busto alla parte più carnosa della donna immobilizzata, che indossa un abito largo, che ricorda quello delle popolane del Seicento. La gonna è sollevata ed arricciata sulla schiena ed io osservo ed inorridisco. Sto male mentre guardo, mi compenetro in lei e resto paralizzata come lei. Non può muoversi e subisce la violenza perversa del maschio.

Le sue gambe sono legate allo stesso modo delle braccia alle due travi incrociate sotto il suo corpo, disteso su di esse.

Ricordo in maniera nitida, quando nella mia consapevolezza di bambina penetrò il timore dell’uomo e del suo sesso. Mi rivedo accovacciata in un angolo del terrazzino esterno alla cucina della mia casa. Ero incantata dall’ago enorme, dalla sua punta ricurva e lievemente piatta con cui il materassaio cuciva ed impunturava i materassi di lana. Era un rito nella mia casa durante il mese di giugno scucire i materassi, lavare ed asciugare i fiocchi di lana di pecora. Dopo il lavaggio venivano sparpagliati su di un telo asciutto, steso sul pavimento pulito del terrazzino della cucina. Li ricordo regolari nella loro differenza di colore. Mi incuriosiva la loro forma simile a quella di una virgola ed il colore era prevalentemente color crema, anche se spiccavano qua e là in quel mare di lana alcuni fiocchi quasi neri.

Il materassaio era un bel ragazzo, figlio di donna Luisina, un donnone vestito sempre di nero, che abitava in un basso di Via De Gasperi a Pietrastornina, di fronte al mio palazzo, lassù sulla strada in salita, adiacente alla chiesa principale del paese.

La famiglia di donna Luisina viveva della vendita dei blocchi di ghiaccio in estate e del lavaggio dei materassi di lana. Io mi incantavo a vedere quel ragazzo accovacciato in mezzo a quel tappeto di fiocchi di lana, mentre con l’ago richiudeva le fodere bianche di cotone doppio, lavate ed asciugate ogni estate, dopo essere state riempite con quei fiocchi infiniti, morbidi e soffici dopo la cardatura. Mi incantavo a vedere il figlio di donna Luisina in canottiera, mentre li infilava a piene mani nella bocca enorme della macchina cardatrice, rossa e dalla forma rettangolare.

Lui si sedeva a cavalcioni sul ripiano sagomato destinato alla seduta e velocemente azionava i pannelli della macchina, che andavano su e giù come un’altalena. Tra i due pannelli scorrevoli e uncinati, come la bocca di una murena, finivano tutti i fiocchi, lavati ed asciugati, e ne uscivano gonfi e vaporosi…. ma quell’incanto un giorno di giugno, dopo la chiusura delle scuole, si infranse, dopo le parole di mia madre, che posero fine al mio sguardo innocente sugli uomini.
-Giulia, vieni qui per favore…
La voce di mamma mi raggiunse, mentre ero fuori sul terrazzo a godermi lo spettacolo della cardatura.
-Giulia, amore, vieni… ti devo dire una cosa… è meglio che non resti fuori il terrazzo tutto questo tempo…

Nella mia memoria un vuoto di parole riempie il profondo disagio, che vive ancora in me, quando i ricordi riemergono dall’abisso del tempo.

Potevo avere sì e no sei o sette anni ed io non ricordo con precisione cosa mi disse mia madre, ma da quel momento tra me ed il sesso opposto si frappose il timore. L’uomo mi apparve come altro da me, perché potenzialmente pericoloso. Dovevo stare sempre in guardia, perché nella mia mente pensavo che avrebbe potuto approfittare di me. Anche la mia femminilità ne risultò mutilata ed annichilita. Non volli indossare mai più gonne e le mie mise furono sempre molto austere. Ricordo che addirittura alle medie indossavo ancora i calzettoni bianchi ed i miei giorni furono occupati sempre da uno “studio matto e disperato” fino ai diciotto anni. A contribuire alla mia diffidenza nei confronti del genere maschile fu anche il cattivo rapporto tra i miei genitori, ma questa è un’altra storia…


L’allerta – Testo di Elena Opromolla