La sconosciuta rispose

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Cominciava sempre così. Si affacciava sul balcone ogni mattino vestita di una camiciola, si stiracchiava e fissava il cielo, quasi a cercare lì una risposta alle sue domande notturne.

Poi rientrava per riapparire in tenuta ginnica e cominciare la sua ginnastica che alternava planks e squat. Andava avanti senza interrompersi per una mezzoretta e poi scompariva nella custodia misteriosa del suo appartamento dove solo le sue più intricate fantasie avrebbero potuto condurlo. Anche lui trascorreva il suo tempo lì, alle prime luci dell’alba, sul suo tapis roulant, dietro un paravento. Lei appariva sublimata nella sua distanza in un’aureola di fascino. Alta e snella, lunghi capelli castani. Avrà avuto una quarantina d’anni e non aveva mai notato un compagno vicino a lei. Una donna sola poteva scatenare la più fervida immaginazione soprattutto per chi, come lui, viveva ormai solo da dieci anni, da quando Milena, sua moglie, era andata via lasciandolo a fare i conti con la sua solitudine.

Persino i giorni di pioggia si arricchivano di dolci momenti aprendo prospettive nuove per una giornata altrimenti noiosa e ripetitiva.

La sinuosa silhouette sul balcone di fronte lo sosteneva nel lento trascinarsi da una stanza all’altra mentre si apprestava a lavorare dalla sua postazione di smart working che poi di “smart”, intelligente, non aveva proprio niente. La figura di quella donna racchiudeva un insieme di luce e ombra, un filo grondante di scuri pensieri che si perdevano nell’apparente solare sembianza che si materializzava ogni giorno ai suoi occhi. Non l’aveva mai incontrata fuori e sì che abitavano nella stessa zona. Lui usciva poco da quando un’emergenza sanitaria aveva costretto a casa molti lavoratori ma persino dopo, alla ripresa della cosiddetta “normalità”, aveva preferito rintanarsi nel suo guscio, una piccola tana sicura, comoda e confortevole dalla quale non fuggire per tema d’essere folgorato da una qualche punizione divina. L’aveva intravista dall’alto mentre di corsa si avviava in macchina, forse al lavoro, jeans attillati e maglietta, mentre lui grondante di sudore cercava di smaltire i chili di troppo presi per troppa sedentarietà.

Si sentiva uno spettatore, sì, proprio uno spettatore.

Osservava ma da troppo tempo ormai restava al di fuori del flusso regolare di ore e giorni paralizzato com’era in quella gabbia che lui stesso aveva creato di corazza ed abitudini. Un’esistenza la sua nutrita di ritmi cadenzati e schiava della consuetudine in cui l’idea dell’incerto e dell’ignoto non trovava mai posto per tema di valicare la sottile separazione esistente tra il sicuro e il mondo inesplorato che si sarebbe spalancato davanti ai suoi occhi. Non era mai stato in grado di rischiare, di misurare il suo tempo con nuove esperienze. Come diceva Eliot in quella poesia? Non ricordava il verso preciso né il titolo. Ma sì! Eccola! La canzone d’amore di J.Alfred Prufrock. “Ho misurato la mia vita coi cucchiaini da caffè”. Un’immagine di una potenza incredibile che si adattava perfettamente alla sua vita da neo scapolo che proprio non intendeva intraprendere una nuova storia. Prufrock! Se ricordava bene non c’era proprio niente d’ amore in quella poesia, né tantomeno si trattava di una “canzone”. In fondo si sentiva proprio Prufrock adesso nella sua totale incapacità di confrontarsi con le incognite di una nuova relazione.

Non stava abbastanza bene così in fondo? Cosa gli mancava?

Forse un giorno si sarebbe pentito ed era l’apparizione di quella donna a distanza, l’immaginario sensoriale che quel corpo evocava a risvegliare quella mascolinità che credeva assopita e riposta in un cassetto. I suoi gesti rutinari eppure così nuovi ogni giorno, le sue movenze dolci ed aggraziate come una donna d’altri tempi e di altri luoghi.

La osservava mentre si comportava in modo strano e bizzarro, quando bagnava e asciugava i capelli sul balcone e qualche vicino si lamentava per il rumore dell’asciugacapelli di mattina presto ma lei, noncurante, continuava. Era capace di usare il fono anche sotto l’incipiente sole primaverile, già molto caldo. Avrebbe continuato a farlo anche d’estate alle torride temperature cittadine? Gli erano sempre piaciuti i capelli in una donna che a suo parere dovevano rigorosamente essere lunghi. Quelle con il taglio corto e mascolino non le guardava neanche. Accarezzare la chioma femminile durante l’amore era quanto di più sensuale potesse esistere al mondo ed era un piacere che non si era mai negato in passato. Anche Milena aveva i capelli lunghi, neri e setosi.

Lo sguardo distratto dal flusso interiore dei pensieri gli aveva fatto perdere la sconosciuta. Doveva focalizzare nuovamente l’attenzione. Eccola di nuovo mentre andava di stanza in stanza. Si stava sicuramente preparando per uscire.

Improvvisamente si materializzò sul balcone. Non indossava quei jeans che gli piacevano tanto ma l’abitino leggero ed aderente era forse più provocante oltre che tremendamente femminile. Si era legata i lunghi capelli in uno chignon in alto e con uno specchietto ritoccava probabilmente il trucco. Cose di donne. Come potevano perderci tanto tempo? Milena passava ore per sistemarsi gli occhi e alla fine era sempre insoddisfatta del risultato. “Questo dannato rimmel! Non mi sta per niente oggi!”. Tutta questa attenzione per gli occhi quando la maggior parte degli uomini guarda altro. Se solo ci pensassero, le donne! Eppure la sua sconosciuta, ormai la chiamava così, lo affascinava mentre si ritoccava lentamente e con cura, cercando di non pasticciare troppo quel visetto che, lui, avrebbe voluto osservare più da vicino, persino ora grondante di sudore. Sarebbe mai arrivato quel giorno?

O sarebbero rimasti sospesi su filigrane di fantasia, ancorati alla sottile trama del desiderio non ancora pronto per trasformarsi in reale bellezza? Avrebbe potuto la sua immaginazione rinascere come crisalide in farfalla?

Lo squillo fastidioso del cellulare riuscì miracolosamente ad interrompere quel rito di restauro che avrebbe potuto altrimenti andare avanti con tempi infiniti. Adesso la vedeva parlare animatamente mentre percorreva nervosa lo spazio ristretto del suo balcone. Stava sicuramente litigando con qualcuno. Il suo lui, ne era certo. Quindi stava con qualcuno. Ne era geloso. Ma che assurdità! Era come se quella donna fosse improvvisamente diventata sua, come se il semplice osservare e godere di quella vista potesse autorizzare e giustificare l’idea del possesso. All’improvviso smise di parlare e si appoggiò alla ringhiera. Anche lui si allontanò dal suo tapis roulant e spostando il paravento si fermò a osservarla. Piangeva? E il suo rimmel? Le sarebbe sicuramente sceso sulle guance. Fu un attimo, uno di quei momenti che accadono così per caso, senza una ragione ben precisa e che lasciano un segno. Gli sguardi si incrociarono carichi di mille messaggi volanti. Un saluto. Un cenno di mano e la sconosciuta rispose.