Il valzer sottotono

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1, 2, 3.

1, 2, 3.

E 1, 2, 3.

Forse è così. Forse la vita è solo un valzer.

O forse nella vita si tratta solo di ‘1, 2, 3’ nei posti giusti, al momento giusto.

Forse si tratta solo di tempi, di ritmo, di tempi e ritmo con la musica giusta.

E, invece, se fosse solo questione di allenamento?

Sì, pensateci, e se si trattasse solo di esercizio costante, di massima precisione, di un passo dopo l’altro e di ‘1, 2, 3’ e poi di altri ‘1, 2, 3’?

Forse, chissà.

Oppure l’allenamento non c’entra proprio nulla, c’entrano solo i ‘giusti’ e la loro musicalità?

Forse esistono solo ballerini più capaci, più dotati; ballerini che sbagliano il meno possibile perché per loro è una questione di semplicità e sembrano danzare su nuvole di zucchero filato, invece che su un duro e freddo pavimento di teatro. I ‘giusti’.

E per loro sì, la vita assume le note di un valzer che t’incanta, ti prende e che funziona, i piedi sembrano incastrarsi perfettamente in ogni nota.

Uno di quei valzer composti per te, esclusivamente per te.

Ma cosa capita agli altri, invece, è questione assai più seria.

Perché per i famosi altri, molti o pochi nessuno lo ha mai scoperto, si tratta solo d’incespicare, tre dei loro passi non equivalgono ad uno di quelli dei ballerini professionisti, che danzano leggeri sullo zucchero filato.

Loro, gli altri, sembrano essere eternamente fuori tempo, fuori ritmo, senza musica o vitalità, senza grazia.

Insomma, semplicemente fuori. Fuori dagli schemi. Fuori da ogni cosa.

Resta solo tanto sudore e un valzer da improvvisare ad ogni movimento, da provare e riprovare ogni giorno in sala prove e, loro lo sanno, non basteranno pochi mesi o qualche anno per riuscire al meglio e portare avanti l’esibizione. L’allenamento non serve, non è abbastanza.

No, per coloro i quali esiste il duro pavimento vi è un’unica consapevolezza: sono coscienti del fatto che si troveranno lì, braccia e gambe divaricate a inspirare polvere e chiedersi il perché del loro insuccesso un giorno sì e un giorno pure.

E rialzarsi, poi, di nuovo perché tanto una risposta non la trovi mica così.

Un dubbio insoluto ad attanagliare le viscere, però, resta.

“E il mio di valzer? Il mio valzer, quello plasmato sui miei lineamenti, dov’ è?”

Perché, ormai dovreste averlo capito, ad arrancare sui passi degli altri si fa fatica.

Certo, si può resistere e perseverare ma si resterà sempre un passo indietro rispetto al protagonista della scena; questa è una costante che non si può negare.

O perlomeno, io ne ero ormai convinta; io così credevo.

E vivere un valzer sottotono sarebbe potuta divenire un’abitudine, o per meglio dire, doveva divenirlo.

Perché se c’era una cosa che gli altri avevano imparato e sapevano far meglio, rispetto ai ‘giusti’, era vivere e danzare secondo l’arte dell’arrangiarsi, adattarsi sulla musica troppo veloce o troppo lenta ma pur sempre adattarsi, pur sempre abituarsi.

Perché se loro avevano un segreto, se vogliamo definirlo propriamente tale, allora era proprio questo.

Era solo questo: vivere un valzer sottotono, nell’attesa impossibile del proprio.

La sua mente era un continuo lavorio, non sapeva se poteva definirlo un bene o un male.

Lei aveva sempre pensato fosse il suo più grande guaio.

Soprattutto quando i pensieri partivano così, alla rinfusa, disordinati e mai misurati anche in un vagone di un vecchio treno di linea sempre troppo affollato, troppo pieno di odori, di visi, di voci, di scritte sconclusionate che ormai conosceva alla perfezione sui vetri appannati d’inverno per la pioggia e di umidità nei primi giorni estivi. Anche con le cuffie premute nelle orecchie e la riproduzione casuale dell’iPod ad accompagnarla. Forse, era una delle poche persone a non ascoltare le canzoni, la musica, le parole che filtravano attraverso quelle cuffie e, invece, a dare spazio al proprio cervello.

Non che lo volesse, spesso non accadeva di sua spontanea volontà.

Non era lei a pensare, erano i pensieri ad impadronirsi di lei.

Quel treno era uno dei più grandi catalizzatori, non poteva esserci luogo meno adatto eppure le sue analisi partivano sempre da lì.

Qualche minuto fa era partita l’ultima delle tante; nel momento esatto in cui quelle ballerine erano salite col loro sudore e i loro borsoni stracolmi di scarpette e tutù, si stava già chiedendo lei chi fosse in quella scena, in quel teatro, nella palestra della vita.

Una ballerina professionista o semplicemente un’altra? La risposta era scontata, ovvio, ma non voleva dare soddisfazione nemmeno a se stessa.

Per una volta voleva sentirsi leggera come succedeva a chi non commetteva passi falsi, come chi non li commetteva quasi quotidianamente.

Perché non farlo, in fondo tra gli estranei si poteva essere ciò che si voleva, trasformarsi continuamente. E lei, quel tiepido pomeriggio di metà marzo, voleva comportarsi come una di quelle persone che possiede il suo valzer personale e sta ballando, ballando come non aveva mai fatto.

Compiacersi, come quella ballerina con lo chignon ancora perfetto e il rimmel al suo posto anche dopo le tante giravolte, e con un ghigno soddisfatto sul viso dai lineamenti decisi. E non leccarsi le ferite come la ragazzina poco più avanti che si massaggiava un muscolo indolenzito.

Perché non permettersi il lusso di cambiare, di mostrarsi al mondo diversi da come ci si sente, più forti, più caparbi, con la musica e il valzer giusto?

Forse è proprio questo il bello di chi il proprio valzer non lo possiede, di chi è ancora in sala prove a perfezionarlo: potersi eternamente e continuamente trasformare, concedersi una seconda opportunità una volta scoperto che la prima non è quella giusta, eternamente divenire perché il tuo ruolo, il tuo posto nel mondo non c’è, o perlomeno non lo hai ancora trovato.

Vivere secondo la musica e il ritmo del momento, non secondo la musica di un’intera vita, perché quella, quella composta esclusivamente per te, è ancora sconosciuta.

Di nuovo, vivere un valzer sottotono nell’attesa impossibile del proprio. Sempre.

E imparare a danzare, ad ascoltare il tempo, come ci viene, come ci va, senza condizionamenti, senza inutili o vane speranze; soltanto danzare, semplicemente danzare.

Perché è la più difficile delle imprese per chi non è nato sotto la buona stella dell’essere ‘perfetto’, dell’essere ‘giusto’ in questo mondo di finti santi, di finti eroi e di finti ballerini ma è la più grande delle vittorie se la si porta avanti come propria filosofia di vivere.

Valzer Sottotono – Di Roberta Santillo