Un cuore da Leone nel corpo di un Gatto

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Un cuore da Leone nel corpo di un Gatto. Una storia incredibile. Le diciotto erano passate da poco, il caldo estivo del mese di agosto si era un poco attenuato, decisi di iniziare il mio lavoro di giardiniere-ortolano e cominciare a dare acqua a tutte le colture che crescevano rigogliose e ricche di frutti e ortaggi.

I miei figli erano andati a pescare, l’acqua cominciava a scorrere nei vari canali e, con la sigaretta in bocca, ammiravo le meravigliose piante di un verde intenso, frutto del mio sudato lavoro del mese di maggio. L’acqua che scorreva nel terreno rese l’aria un po’ più mite mentre le zolle di terreno placavano l’arsura con quel liquido fresco proveniente dal pozzo tramite un motore di tre cavalli. Alcuni minuti dopo arrivarono i miei maschietti con le loro bici e vedendomi, animosamente, mi invitarono ad avvicinarmi perché avevano qualcosa da dirmi. Pensai a qualche caduta o a qualche sbucciatura di ginocchi ma da uno sguardo fugace mi accorsi che tutto andava bene. Aurelio, il grande, dal portaoggetti della bici prese un fagottino, con delicatezza,

Lo aprì e mi mostrò tre gattini piccoli piccoli, rosso malpelo.

Ero sempre stato contrario ad avere gatti in casa o al villino e i miei lo sapevano. Il piccolo, Alessio, in modo affettuoso, mosso a pietà, si avvicinò a me e disse: Papà, lo so che a te i gatti non piacciono ma potevamo lasciarli morire così? Miagolavano vicino ad un cassonetto. Mossi dalla pietà li abbiamo presi e portati qua. Daremo loro da mangiare e cercheremo delle persone buone che li vorranno allevare. Spensi il motore dell’acqua, dissi ad Aurelio di andare a prendere un po’ di latte e metterlo in un bicchiere di plastica, non di frigorifero, e chiesi anche di portarmi una siringa.

Con la santa pazienza la riempii e cominciai a somministrare il latte prima al più magro e poi agli altri due cuccioli che con la pancia piena si misero a dormire disinteressandosi di tutto.

Piano piano i gattini, giorno dopo giorno, crescevano a vista d’occhio e dopo tante mie lamentele si decise di regalarne due agli amici e solo uno l’avrebbe preso Aurelio che si incaricava di seguirlo in tutto. Inutile dire che diventò la mascotte di casa ma fra me e lui non si è mai creato feeling.

leone

Quando era in casa se ne stava tranquillamente in terrazzo ma quando eravamo al villino gironzolava a destra e a manca facendo delle escursioni notturne.

La mattina appena aprivo la porta del villino, che dava sul dietro dell’abitazione, faceva un salto di tre metri, tanto era alto il muro di cinta, mi dava un miao e si avvicinava a me che me ne stavo a bere un caffè o a fumarmi la sigaretta. Gli anni passarono, mio figlio, il grande, ora era militare e anche il piccolo era fuori sede e, come ogni anno, a fine giugno ci trasferimmo dalla città al villino, che in realtà era sempre in città, in fondo alla via Castelvetrano.

Qua Leone era felice perché si muoveva liberamente e a volte si allontanava per ore ed ore.

Una sera chiamato Leone per dargli da mangiare al richiamo non rispose nessuno. Il mattino successivo l’animale non fece ritorno, mi preoccupai un poco ma non più di tanto, non per me ma per i miei figli. Passarono 48 ore e Leone fu dato per disperso; si pensò che fosse stato investito da qualche mezzo. Vanamente mi ero avvicinato alla statale per vedere di trovare qualche carcassa di gatto. Niente!

Più passavano le ore e più mi convincevo che non avrei più rivisto il gatto; chissà cosa era successo per non fare ritorno dopo tanto tempo.

La mattina del terzo giorno, con la tazzina di caffè in mano, apro la porta, sempre nel retro dell’abitazione e vedo Leone sdraiato per terra che si lamentava appena. Poso la tazzina, mi avvicino e noto che l’animale era stato investito, stava male ma era ancora vivo. Presentava uno squarcio dalla gola in giù, lungo almeno 15 centimetri. Tocco le zampette e l’anteriore destra era rotta. Guardo l’orologio: le 6,10. Troppo presto per chiamare il veterinario amico; occorreva aspettare almeno sino alle 9. Prendo una scatola vuota, con delicatezza vi metto il gatto e lo porto dentro avvisando i miei dell’accaduto e dicendo loro che avrei provveduto a portarlo dal veterinario ad un’ora decente.

Arrivato alle 8, non seppi più resistere, presi la scatola la misi in macchina e partii di corsa verso il veterinario.

Lo trovai sveglio e visto in che stato era il gatto, gli fece una radiografia, lo visitò e poi cominciò a cucirgli la gola. Fece una fasciatura alla zampa e analizzate le lastre mi riferì che il gatto poteva guarire se c’era la sua reazione come poteva lasciarsi andare e nel giro di 24 ore morire. Lo portai a casa, con la siringa, gli somministrai del latte ed aspettai gli eventi. Ogni tre ore dovevo fare una puntura sotto la coscia, io che mi ero sempre rifiutato di farle ai miei figli. Dovevo dare delle gocce per bocca, per evitare una emorragia.

Insomma io che odiavo i gatti dovevo curare questo animale per amore di mio figlio tantissimo legato a Leone.

Dovettero passare più di trenta giorni prima che tolsero i punti e la fasciatura alla zampa, durante i quali Leone se ne stava coricato nella sua cuccia aspettando che io gli dessi le medicine, gli facessi le punture, gli dessi da mangiare e gli pulissi la lettiga. Mi meravigliavo di me stesso per la pazienza nel curarlo ma avevo capito che, pur se in condizioni menomate, Leone, dopo l’incidente, con quale sforzo, con quale forza d’animo si era portato fino al villino perché voleva tornare a casa. Ma quello che mi aveva sorpreso era come era riuscito a scalare quel muro di cinta alto circa tre metri, con la gamba rotta, con lo squarcio alla gola e con la botta.

Questa impresa eroica io la premiai curandolo come e meglio di un uomo. Da allora Leone non si allontanò molto dal suo territorio e quando mi vedeva si stropicciava fra le mie gambe.

Ero diventato il suo beniamino ma quando tornava a casa il mio Aurelio le coccole erano riservate solo a lui.


Un cuore da Leone nel corpo di un Gatto